I PAZIENTI DEL DOTTOR T.

sedia

Demonia, Sedia

Francesca Fiorletta, 1985, vive a Roma, è redattrice di Nazione Indiana, organizzatrice di eventi, ufficio stampa e social media manager per LiberAria Edizioni, CaLibro Festival, e freelance. Nel 2015 ha pubblicato “More Uxorio”, per Zona Contemporanea. Suoi testi sono presenti in “Repertorio dei matti della città di Roma”, volume collettivo a cura di Paolo Nori per Marcos y Marcos; “Costola” antologia di racconti illustrati a cura di Filippo Balestra per Casa Editrice Gigante, e su diversi blog e riviste culturali (L’Ulisse, Versodove, Alfabeta, ecc.). Con I pazienti del dottor T è (finalmente) per la prima volta su Verde.
L’illustrazione è di
Demonia.

La pelliccia bianca, di pelo finto, comprata in fretta e furia per pochi spiccioli al mercatino appena fuori la metropolitana, sotto il ponte della ferrovia, proprio sullo spiazzo davanti la basilica dei santi siamesi, quella mattina in cui un vento inaspettato l’aveva colta alla sprovvista, a pochi minuti dall’appuntamento col suo amico fedele, il compagno di giochi erotici dimenticati, la spalla su cui confidarsi e ridere insieme di tutti i mali del mondo, meglio ancora se seduti a mani giunte davanti a una bella tazza grande di caffè d’orzo decaffeinato, mescolato stretto, il cioccolatino viennese ai lati del servizio di ceramica colorata, a volte arancio a volte blu, la piccola brocca di latte caldo da schiumare a parte, il cucchiaino sempre pronto fra le labbra, indecenti, vogliose, che aspettano un perché, una risposta che non arriva, un saluto troppo repentino in mezzo al rincorrersi delle foglie secche stagionali; quel trasloco non era andato a buon fine, forse, ma erano riusciti a conservare intatta la loro diversa voglia di novità, il mal riposto ottimismo sulla scena del crimine, l’insalata condita con troppo radicchio fra i denti, i film western da proiettare rigorosamente in seconda serata, gli incesti immobili e scapestrati delle diapositive, il mare e la montagna sullo sfondo umidiccio, le coperte rosse di fin du siècle che tornano sempre buone, specie per dimenticare un lungo addio.

Un paio di stivali alti, di mezza stagione, col tacco squadrato come non se ne vedono più da tempo, per fortuna, nelle vetrine dei negozi del centro, a simboleggiare l’infanzia, un monito gaglioffo per i benpensanti di tutto il circondario, un pulmino che porta avanti e indietro le detenute nell’ora d’aria, la luce elettrica del ristorante cinese che, chissà come, ha perso quasi tutte le sue lanterne; restano quattro tavoli a gambe tese, un comodino di legno, con gli angoli merlati e i cassetti dai pomelli d’ottone, due cassonetti a campana per la raccolta indifferenziata, un motorino liberty grigio metallizzato col casco rosso appeso penzoloni dal bauletto, una bicicletta con doppio cambio shimano appoggiata controvoglia a un lampione, senza catena ma con un vivace lucchetto aperto, un materasso matrimoniale imbottito di piuma d’oca, con le molle rotte, adagiato sull’angolo sinistro di un marciapiede troppo poco trafficato; e, forte su tutto, l’odor di gelsomino.

Pilucca due acini d’uva dalla saliera in bella mostra sul frigorifero in cucina, si guarda a lungo nello specchio dell’ingresso, fa una giravolta poco convinta, i capelli freschi di shampoo alle mandorle, illuminati dall’abat-jour intarsiata che troneggia proprio accanto al portaombrelli: un vaso cinese di presunta fattezza Ming, riempito a stento con vari articoli di giornale appallottolati, vecchie cartacce di pacchetti di sigarette slabbrati, una confezione di tampax in disuso e un diffusore arbre-magique per ambienti domestici dal vago retrogusto di fiori di lavanda.
Ricordati di chiudere ermeticamente tutte le porte, tieni al riparo i corridoi, che tutto il gelo resti fuori, che non si senta scorrere via veloce, nelle vene, la pazzia.

«Ti senti pronta per uscire con un uomo?»
Le aveva chiesto il Dottor T., mentre si lisciava il baffo sornione, il tabacco giallognolo appicciato ai bordi delle dita, le unghie mangiucchiate della mano sinistra, l’occhio fisso nel vuoto, l’ardore dei primi anni di gavetta in discoteca, nei ranch, col golf, sulla West Coast, in comunità, dimenticati.
Sulle prime non aveva capito bene cosa rispondere. Era rimasta imbambolata a pensare allo smalto che si era data, due giorni prima, sulle unghie dei piedi, meticolosa: color mogano, cannella sporca, prugna secca. Come passano in fretta le settimane. Lo studio del Dottor T. era una stanza molto ben ammobiliata: una grossa libreria in legno massello troneggiava rigonfia di tomi enciclopedici, carte nautiche, libri fotografici e faldoni ingrigiti dall’evidente sporadica usura, che probabilmente contenevano articoli di giornale, vecchie ricette medicamentose, appunti universitari e dispense di algebra, fisica nucleare, musica classica e graditi spartiti per trobar clus; subito davanti, la quieta e desta poltrona girevole, rigorosamente in vera pelle nera, opaca e idrorepellente, si affacciava su una scrivania tutto sommato di modesta finitura, diremmo essenziale, con solide gambe squadrate e i quattro angoli attondati, onde evitare probabili tentativi di suicidio: doveva averne visti molti da quelle parti, eppure la scrivania conservava intonsa una certa fiducia in quello che lui stesso, lui solo, invero, amava chiamare e ripetere chiamando: “il metodo”.

Uscire con un uomo. Dopo Arturo non c’aveva più pensato. E adesso eccola lì, pronta, con la borsa troppo grande in una mano, le chiavi colorate nell’altra, un cellulare che non smette di squillare, e quell’uomo misterioso che la aspetta dentro un’Audi posteggiata in doppia fila, coi fari fendinebbia, le quattro frecce attivate; scorge tutto sbirciando svelta dalla finestra, le posizioni scomode di domani.
«Ti farà bene, vedrai», l’aveva rassicurata il Dottor T «è un uomo alto, distinto, tranquillo». Poi, dopo una pausa lunga, sorniona: «un altro paziente».

Gemma non s’era fatta troppe domande. Sentiva, in alcuni momenti particolari della sua vita, di non avere più domande da fare a chicchessia: una donna muta, mutuabile, senza richieste in eccedenza.
Lo sprone di un amico, o meglio, di quello che lei ormai, placidamente, per mutuo soccorso, riteneva esser diventato un buon amico, il caro T., anche se a ben guardare non ne conosceva ancora il nome completo, intero (l’anagrafe era sfuggita, latitava, il manto d’incognita persisteva, persino dopo tutto quel tempo), ma a lei non importava, desiderava soltanto fidarsi, affidarsi, tergiversare, iper agire.
«Sì», aveva risposto di getto, d’impulso, senza aggiungere altro.
E la seduta s’era sciolta in pace.

Dal canto suo, Maurizio era in bagno a lavarsi i denti, attività per lui perniciosissima che generalmente gli portava via quasi tre quarti buoni della giornata: spazzolava minuziosamente dall’alto verso il basso ogni singolo molare, canino, incisivo, poi ripeteva lo stesso identico movimento, questa volta però procedendo dal basso fin su verso l’alto e poi di nuovo ricominciava, ripercorreva tutta l’arcata dentale, con destrezza, prima partiva dall’interno verso l’esterno e poi viceversa, e riprendeva, massaggiando con le setole ormai squamose e svuotate dalla pasta dentifricia, si inerpicava grattugiando le gengive da destra verso sinistra e poi ancora au contraire, come gli avevano insegnato al corso per igienisti dentali in cui aveva sperato una volta di trovare la sua più degna collocazione professionale, sociale e forse anche sentimentale al mondo, chissà? E che però s’era presto rivelato un vero flop, uno di quei dannati workshop estivi, prescolari, che ti rilasciano tanto di un attestato di partecipazione, con bollino apposto in bella vista e marchio squadrato in doppia ghisa, spendibile neppure alle case veloci del supermercato, con l’unica possibilità di convertire in “credito formativo” la discreta sommetta pecuniaria versata all’uopo; lui, che di anni ne stava per compiere quarantasei, e della carriera universitaria non aveva neanche mai sentito parlare durante i tg regionali dell’ora di pranzo.

Epperò gli era rimasta, la passione smisurata per l’alito tanto fresco che sa di menta, una volta a settimana si concedeva il lusso dell’anti-tartaro cromato per darsi un tono una volta a settimana, si abbandonava per ore davanti allo specchio incastonato fra le maioliche bianche e blu, a un restyling completo delle invariabili espressioni facciali che, modestamente, una dentatura come la sua avrebbe saputo consentire eccome.
Perciò, intento com’era nella sua attività preferita, ovvero sia lustrarsi la bocca, non s’era accorto delle numerose telefonate che stava nel frattempo ricevendo sul suo apparecchio mobile, e nemmeno avrebbe potuto invero immaginarsi che dall’altro capo del telefono, seduto in panciolle nella sua confortevolissima poltrona di pelle marrone febbre-da-fieno, l’eroicomico Dottor T. lo stava cercando, sì, stava cercando proprio lui, Maurizio dai denti d’oro, dai denti eburnei, dai denti bizantini, e per di più, cosa mirabile a dirsi, non aveva alcuna intenzione di spostare una seduta, né tantomeno gli interessava di controllare che nel frattempo egli non si fosse completamente disintegrato la mandibola per il troppo risciacquo col collutorio all’aloe vera, oppure, peggio mi sento, che non si fosse bevuto anche la giugulare nell’atto ripetuto di approntare gargarismi da orchestra sinfonica della Scala conditi con atroce viagra e abbondante dose dozzinale di scorzette di limone; no, il Dottor T. lo stava chiamando per un altro motivo, e ben più allegro.

Quando Maurizio si decise finalmente a lasciar cadere lo spazzolino nel lavabo, grave vilipendio, per afferrare quell’aggeggio telefonico infernale che di lì a poco lo avrebbe condotto addirittura per qualche ora lontano dal suo preziosissimo bagno-alcova, le parole che udì furono secche, decise, incontrovertibili:
«Preparati, questa sera hai un appuntamento».

L’inverno era arrivato senza troppi preamboli. E senza troppo clamore era scivolato via, lasciando il posto all’imminente primavera: stormi di uccelli canterini migravano placidi e sereni verso cieli nuovi, mentre i raggi del sole filtravano senza posa da ogni anfratto, profanavano stradine impervie e vicoli stretti di città, stuzzicavano le colture più goduriose dei campi, rinvigorivano di linfa eclettica le più ampie e sterminate vallate, e battevano furiosi anche sui vetri ancora opachi delle finestre della clinica del Dottor T.
Col passare del tempo, T. s’era abituato a quel certo ruolo ammiccante da sensale d’altri tempi, si pavoneggiava convinto del suo acume garbato nell’intravedere plausibili relazioni sentimentali fra i suoi pazienti, rapporti di forza che quasi sempre continuavano a restare in piedi anche per lungo tempo, e tenevano inspiegabilmente uniti i soggetti coinvolti, probabilmente per un atavico mistero, o rispondendo a qualche legge divina e inconfutabile del fato, di certo con estrema sorpresa dei novelli amanti, e non minore stupore, sebbene malcelato da un’ingenua e rudimentale afasia nel ringraziamento, dell’improvvisato Cupido provetto.

Fu così, un po’ per celia un po’ per sfuggire alla noia dei giorni, che quella del Dottor T. divenne ben presto una vera e propria Clinica per appuntamenti.
E così fu ricordato dagli astanti, al suo funerale.

Francesca Fiorletta

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