UN NO

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Demonia, Stesa

Hanno tutti bisogno almeno di Un no, è la nostra linea editoriale (pensateci quando ci mandate i racconti, soprattutto se inviate lo stesso racconto anche ad altre riviste e il giorno prima della pubblicazione ci causate buchi di programmazione imbarazzanti e poi non vi lamentate se finite nella lista nera di Verde e prima o poi ci incontreremo di nuovo, su Twitter o in reading a Firenze) e un passaggio del bel racconto di Paolo Parente (ripassate), che leggiamo oggi con una illustrazione di Demonia.

Anni che non incontravo Samu davanti al bancone di un bar. Che poi non è il posto più adatto per godere della sua compagnia, per quella sua passione del bere condiviso, dell’uno a te e uno a me che non lo fa sentire in colpa nonostante il fegato. Solo che adesso parliamo già da cinque minuti, e per la prima volta con lui vedo una faccia di barista incupirsi perché non abbiamo ancora ordinato.

«Non prendi niente?», gli dico.
«Sì, sì, scusami. Sto aspettando una persona».
«Ah ecco. La conosco?»
«No, non lo conosci. È uno che c’aveva un pezzo di terra fuori città. Qualche anno fa mi chiamò per un lavoro di drenaggio che non potemmo neanche finire».
«Il solito che improvvisamente si accorge di non poterti pagare?»
«No, no, questo i soldi ce li aveva, anche se la terra era messa proprio male. Cento moggi di noccioline e qualche ulivo, ma faceva tutto da solo».
«Tutto da solo?»
«Non voleva pagare operai, mai capito perché, allora non potava, o quando potava non ripuliva. Poi per anni non si era accorto che la terra non filtrava e che per gli investimenti che faceva stava parecchio sotto produzione».
«Allora ti aveva chiamato».
«Sì. Poi però ebbe… un incidente, una cosa strana che non si è mai capita. Insomma, non poteva più lavorare e decise di vendere tutto. Mi chiese di trovargli qualcuno interessato».
«L’affare di Carlo?»
«Voleva vendere tutto di fretta e allora fece un prezzo molto basso. Io sapevo che Carlo si voleva espandere e lo informai. Non ci poteva credere. Il terreno era quello che era, ma con un po’ di testa poteva fruttare».
«E ha fruttato».
«Minchia».

Che fortuna, penso, e chissà poi perché una cosa del genere non poteva capitare a me. Carlo già aveva la sua bella azienda avviata, forse l’avrei avuta anch’io la somma giusta. Ma Samu aveva parlato con lui e gli diede la precedenza. Magari adesso avrei potuto mettere tutto in mano a qualcuno e vivere di rendita, pensare a scrivere e basta. Mi sveglio, invece, tutte le mattine col cuore in gola per non ritardare in fabbrica; all’ora di pranzo mi rimane sullo stomaco e la sera a casa non lo sento, come andasse a dormire prima di me. Questa tachicardia mattutina, in effetti, è la cosa, tra le poche che ho, più simile a una vita. È un monito, una sveglia, una paura che mi accende il tempo esatto che ci vuole ad esaurire la forza lavoro: quello che resta di me.

Poi non so cosa mi prende, a volte, che ho dentro come una candela che bruciando scioglie la cera del mio stomaco che la alimenta, e l’effetto visibile, a chi fosse interessato a cogliere le mie sfumature impercettibili, di questa combustione, è lo sforzo espressivo di una repressione lacrimale.
Come adesso che in una pausa della nostra conversazione entra un bambinetto dalla porta e si guarda attorno spaesato. Dieci, dodici anni al massimo, e i vestiti sdruciti dalla permanenza in strada. La faccia dell’elemosinante precoce, del talento di compassione per necessità, anche se, credo, pacata e dolce per disposizione naturale. Mi fa pena, e schifo, e subito inizio a lottare con entrambe le impressioni. È di sicuro troppo piccolo perché sia accettabile il suo già essere così sporco e triste; ma si sta anche pericolosamente avvicinando. Eccola la solita, bestiale, umana paura mia del contagio.

I capelli neri gli scendono sulla fronte disuguali, la giacca verde bucata e chiazzata gli copre anche il corpo che ancora non ha, ai piedi scarponi antinfortunistici senza lacci; si guarda intorno come cercasse qualcosa di più specifico degli spicci per il pranzo. Volta la testa da una parte e dall’altra muovendola a scatti. La ferma, socchiude gli occhi, trova. Si dirige proprio verso di noi.

E Samu, impazzito, si alza e gli fa Ma quanto tempo è passato?, gli tende il braccio per stringergli la mano, ma, mi accorgo, dolorosamente dal verso sbagliato, perché il bambino risponde offrendogli l’altra, senza ancora parlare. Poi me lo presenta e anche io devo dargli la sinistra. Ci rimettiamo seduti e prima di accomodarsi si toglie la giacca: il bambino, la mano che di solito si stringe agli altri, non ce l’ha. Ma un moncherino triste, di un colore livido, neanche troppo recente, uno sfollagente, un salame, un pisello; non so cosa sia e perché mi stia spingendo a pensare che rappresenti qualcosa di diverso da quello che è.

«Sergio, allora che prendi?» gli fa Samu.
«No, ti ringrazio, oggi non ho pranzato e preferisco non bere a stomaco vuoto».
«Ma come? Ti dico solo che non abbiamo ancora preso niente noi solo perché ti stavamo aspettando».
«Allora andrà bene quello che prendete voi».
«Paolo», mi fa, «grappino della casa?»
E io sgrano gli occhi, aggancio il suo sguardo e cerco di trascinarlo sul bambino che non ci guarda. Lo faccio tre, quattro volte. Poi Samu apre la bocca e sta per dire qualcosa di imbarazzante. Lo precedo.
«Sì, va bene».
Però va bene un paio di palle! Ma intanto aspetto, attento, convinto che il barista non lo servirà.
«Allora? Di cosa mi volevi parlare? Novità?», dice Samu dopo aver ordinato.
«Ma quali novità? Sto fermo».
«Quell’investimento di cui mi avevi parlato?»
Il bambino si volta e lo guarda improvvisamente come volesse ucciderlo.
«Hai pure il coraggio di farmi una domanda del genere? Mi avete inculato».
«Ti abbiamo inculato?»
«Il terreno, poi ho scoperto, valeva cinque, sei volte di più».
Samu mi guarda e poi fissa il bancone nel punto dove vorrebbe che già ci fosse l’alcol che non è ancora arrivato.
«E tu lo sapevi bene».
«Ehh… cinque o sei volte… non esagerare. Ti dissi chiaramente che avresti potuto farci di più. Tu insistevi che dovevi venderlo subito».
«Ti riferisci a quando ho perso la mano e mezze ulna e radio?»
«Sergio, non la mettere così. Carlo era, ed è, una persona leale. Un altro sarebbe venuto a trovarti così a lungo prima di farti firmare? Mi sembra che hai avuto comunque il tempo di pensarci su».
«Tre volte, e già dalla prima si presentò col contratto».

Io non sono più sicuro di esserci in questo bar. Forse sono rimasto a casa e mi sono riaddormentato. Anche perché è appena arrivato il barista e ci ha messo un bicchiere ciascuno davanti. Però questa faccenda, non so come, mi interessa.

Insomma continuano a bisticciare e a buttare giù grappa e io con loro. Ricamano su ‘sta storia della terra e piano il bambino cambia atteggiamento. Adesso ha quasi del tutto rinunciato all’astio e vede solo in Samu uno che deve quantomeno sopportare i suoi sfoghi. Lo sta usando come un sacco da allenamento, e appena può non si fa problemi a colpirlo anche col moncone. L’altro all’inizio sembra reggere, incassa bene, poi però prende a cigolare e sul volto gli si formano come delle crepe. Ma il mio sguardo adesso è offuscato. Le loro parole mi arrivano senza peso.

Sergio, questo bambino alcolizzato, a me sembra che dovrebbe starsene in strada a giocare. È ancora giusto per lui fare tardi a recuperare i palloni sotto le auto. Invece sta qui a insistere sulle cifre, sul tempo andato, sui dolori che lo prendono quando torna la pioggia. Samu adesso è stremato. Non ha più voglia di scherzare. Si alza, ci squadra, ci dice di scusarlo perché deve andare in bagno. E allora il bambino si concentra su di me, ma cambia il tono. È più lamentoso, morigerato, ché io lo capisco a quanto dice, io posso capire. Ordina da bere, offre lui, e anche sporgendosi quasi non arriva al bancone per prendere il resto. Si accorge che d’istinto mi stavo alzando per aiutarlo.

«Lascia. Che credi? Ti impressiona la mano?»
Io penso: la mano? Che tono dovrei usare con te? Non posso fare altro che rispondergli da pari a pari, ignorando il modo in cui ad esempio attorciglia la bocca mentre pensa, la grappa che gli cola sempre un po’ sulla maglia anche se la beve come acqua, i piedi che non arrivano al sostegno metallico dello sgabello. Butto giù anch’io il mio bicchiere.

«Ma no. Che dici?»
«Vuoi sapere come me lo sono fatto?»
E attacca. Parte proprio dalle origini, ci tiene a precisare, quindi dalla sua infanzia. Il padre, severa guardia giurata, era stato un appassionato clarinettista e compositore, soprattutto di marce per banda che però avevano un discreto successo tra gli appassionati. Aveva acquistato lui quel famoso terreno oggetto di dispute; l’aveva acquistato ma molto presto non lo aveva più potuto lavorare per problemi seri alla schiena. Era un uomo altissimo e minaccioso, dall’ira facile. Su quella terra voleva trovare il benessere che mancava alla famiglia con il suo solo stipendio. Per questo aveva deciso che il suo unico figlio maschio, ai tempi dodicenne, dovesse lasciare la scuola, imparare il mestiere e portare avanti tutto da solo. In questo modo lo aveva reso schiavo, ma gli aveva lasciato uno sbocco, un’unica via d’uscita, che si era materializzata un giorno dentro casa sotto forma di un malconcio pianoforte da muro: come premio per il lavoro di cui ti fai carico, ti impongo di imparare a suonare.

A Sergio fino a quel momento la musica non era dispiaciuta affatto, neanche quella del padre, ma l’essere costretto a impararla, più la mancanza di tempo e la fatica in campagna, in breve gliel’avevano fatta odiare. Ma il padre non si accontentava dei risultati del raccolto, ottimi per i mezzi che aveva, e si faceva sentire come ci si faceva sentire una volta: con le mani, pesanti, buttate alla rinfusa sui corpi che si difendevano con educazione. Non serviva a niente. Sergio cresceva coltivando l’odio per il padre dentro al rifiuto di conoscere le note, ed era andato avanti così fino ai trenta, quando l’altissimo e vecchissimo omone era crollato sulla terra, quella terra maledetta, quasi scavandosi la fossa da solo con l’impatto.

Sergio si era prima buttato a capofitto nel lavoro, perché con le spese che aveva sembrava che i soldi non bastassero mai, sentendo però presto una nostalgia. Poi si era accorto che morendo il padre era tornata la musica, e coda tra le gambe si era avvicinato al pianoforte. Ne aveva sfiorato la pelle di polvere, il suono scordato, le forme che erano rimaste nascoste durante gli anni in cui era stato il suo unico no. Hanno tutti bisogno almeno di un no, aveva pensato, ma perché dovevo scegliermi proprio questo? Di giorno rigava il campo seguendo le linee di un pentagramma; la notte seminava le crome. E le sue mani zampettavano storte sulla tastiera, ma ce l’aveva sempre in testa una certa melodia che da quando era entrata gli dava anche ritmo alle zappate; ce l’aveva in testa, la seguiva, anche quando la motosega aveva incontrato il nodulo di un nocciolo che andava tagliato, quel tanto che era bastato a fargli perdere in un istante la presa. La sega era rimbalzata e tornata, ancora in moto, dal verso sbagliato. Aveva tagliato a metà l’avambraccio, e quella melodia, e il ritmo della zappa, e la sua risata che adesso si interrompe di colpo come se non ci fosse proprio un cazzo da ridere. E non c’è.

Intanto abbiamo bevuto ancora non so quanto. Samu non è ancora tornato. Il bambino porta il bicchiere alla bocca molto lentamente. È stanco, malinconico, mi guarda con gli occhi luccicanti e non so cosa dirgli.
«Allora, che te ne pare?»
Ma ormai sono ubriaco, e forse sto dormendo, allora posso dirgli la verità.

Paolo Parente

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