IL BOATO

sete

Demonia, Sete

Qualche mese fa Anna Quatraro ci ha intervistati per il suo sito Facciunsalto. Tra le altre cose, rispondendo alla domanda più difficile (d’accordo, anche quella sullo stato della narrazione breve in Italia non era uno scherzo), dicevamo che ci piace molto Dino Buzzati e che per scrivere di Lou Reed Pierluca D’Antuono aveva riletto uno dei tanti gioielli della Boutique del mistero. Quale? Non si sa. Forse lo stesso che ha ispirato Fiorella Malchiodi Albedi per questa gemma preziosa chiamata Il boato? Unica certezza: le illustrazioni di Demonia.

Nonostante portasse gli auricolari, il boato fu così forte da bloccare Elsa: un senso di gelo le attraversò la schiena. D’istinto si rifugiò dietro il tronco di un albero e per un attimo non ebbe il coraggio di guardare, aspettando di trovarsi di fronte a… non sapeva neanche lei cosa, magari un aereo precipitato, con spezzoni di carlinga infuocata che stavano per investirla, come in una scena di un film catastrofico. Finalmente si fece forza e si affacciò da dietro l’albero. Ma non c’era assolutamente nulla di insolito: le fronde degli alberi erano appena mosse dalla leggera brezza, qualche cornacchia agitava pigramente le ali nel cielo.

Il rumore era cessato, senza lasciare tracce della sua presenza. Ma cosa poteva aver causato quel frastuono assordante nel cuore della Riserva dell’Aniene, lontano da tutto? Per quanto continuasse a guardarsi intorno, non c’era niente che potesse spiegarlo. Poi le venne un’idea. C’era quel palazzo che sorgeva accanto al fiume, al limite del parco, davanti a cui correva nel suo percorso di ritorno. Ogni volta che lo costeggiava lo guardava con un senso di inquietudine, chiedendosi come poteva un banale muretto di tufi sorreggere un edificio di sei piani, e come diavolo era venuto in mente a un ingegnere di costruirlo proprio sulla riva del fiume, in un posto ovviamente soggetto a smottamenti. E se fosse stato proprio il crollo di quell’edificio a causare il boato? Sperò di sbagliarsi, sarebbe stata una vera tragedia, e chissà quante persone avrebbe coinvolte. Ma subito a quella preoccupazione si aggiunse un’angoscia più profonda e personale. Anche suo fratello correva ogni tanto nel parco all’ora di pranzo, e faceva il suo stesso percorso per tornare indietro. Se davvero il muro di contenimento avesse ceduto e lui si fosse trovato di passaggio proprio in quel momento?

Riprese a correre. Si dirigeva verso l’ansa del fiume, mentre un cupo presentimento le cresceva dentro. Nella mente i suoi pensieri si affastellavano in maniera caotica. Cominciava a dolerle la milza, doveva respirare più profondamente, altrimenti si sarebbe dovuta fermare. Come mai gli uccelli non erano scappati, tutti insieme, dopo quella specie di detonazione, come si vede nei film? Già, il film. Ricordò che proprio la sera prima aveva rivisto un vecchio musical che anche suo fratello amava e aveva pensato di chiamarlo per avvisarlo, ma poi era prevalsa la stanchezza, e aveva rinunciato. Per una stupida pigrizia aveva perso un’ultima occasione di parlare con lui? Si chiese quando era stata l’ultima volta che avevano condiviso qualcosa di veramente personale, e con grande tristezza dovette ammettere che neanche lo ricordava. Arrivò ormai trafelata all’ansa del fiume, ma quando sbucò dal bosco, il palazzo si ergeva tranquillo, in tutta la sua integra, anche se apparentemente precaria, maestosità.
Elsa, esausta, si piegò in due cercando di riprendere fiato. Si sentì enormemente sollevata, ma anche molto stupida. Quante volte si era presa gioco di chi credeva nei presentimenti? Si rimise in marcia verso casa, stavolta a passo lento, ancora affannata. Avrebbe chiamato il fratello e ne avrebbero riso insieme.
Ma allora cosa aveva causato quel rumore?

Alfredo e Anna avvertirono il boato mentre distesi sul letto, nell’albergo vicino al loro ufficio, si scambiavano le tenerezze di rito, dopo aver fatto l’amore.
Anna si portò le mani al petto, spaventata.
«Oddio, ma che può essere stato? Un’esplosione, forse una bomba, magari un attentato… Dev’essere stato vicinissimo, magari proprio in un palazzo vicino. Ma dove vai?»
Alfredo si era alzato e si stava dirigendo verso la finestra.
«Stai attento, non sporgerti, potrebbe essercene un’altra, potresti essere investito dalle schegge».
Alfredo si girò a guardarla per un attimo, poi si accostò ai vetri. Si sarebbe aspettato del fumo provenire da qualche parte, o della polvere, invece nella strada non c’era nulla che indicasse la possibile causa di un rumore così forte che era stato avvertito da tutti: i volti preoccupati affacciati alle finestre o nelle macchine ferme si guardavano intorno allarmati.
«Non si vede niente qui intorno», disse Alfredo.
«Magari è stata una bomba al Parlamento, o a piazza Venezia. O al Colosseo, dicono che sia da sempre tra gli obiettivi dei terroristi. E adesso che dobbiamo fare? Starcene al chiuso? Ma saremo al sicuro qui dentro? O uscire per strada? E se ci fosse un altro attentato? Oh signore, è sembrato così vicino! Ma sei sicuro che non si vede niente? Oh mio Dio, dovremmo chiamare la polizia, avvisare qualcuno?»
Alfredo prese a rivestirsi.
«Ma che stai facendo?», chiese Anna.
«L’esplosione deve essere avvenuta qui vicino. Devo chiamare mia moglie».

Il primo pensiero, dopo il boato, era stato che a quell’ora la moglie era a prendere i bambini a scuola, nel quartiere periferico dove abitavano, e che quindi erano al sicuro. Ma presto lei avrebbe saputo che in centro, e quindi nelle vicinanze dell’ufficio del marito, era avvenuta un’esplosione e si sarebbe preoccupata.
«Voglio chiamarla prima che ne parlino i notiziari».
«E mi lasci qui da sola? Chiamala sul cellulare!», disse Anna.
Alfredo la guardò senza parlare, mentre stringeva il nodo della cravatta. Alla fine disse: «Ti chiamo domani».

Attilio si era di nuovo assopito, forse a causa delle medicine, quando il boato gli trapassò i timpani. Spalancò gli occhi e si guardò intorno, nella stanza deserta, ma nulla sembrava aver registrato quel rombo così intenso: le mura erano integre, le imposte delle finestre erano immobili.
«Che sia questa la morte?», pensò. Magari era quell’impressione del cervello che esplode, che aveva appena avvertito. Quante stupidaggini aveva sentito raccontare sulla morte, il tunnel con la luce alla fine, il ripercorrere la vita in un attimo, ma alla fine quei presunti testimoni erano tornati tra i vivi, come ci si poteva fidare dei loro ricordi?
Chiuse gli occhi, in attesa che la sensazione si ripetesse, e si accorse di desiderarlo intensamente. Da quando aveva smesso di temere la morte, e aveva invece cominciato ad attenderla, a sperare che arrivasse? Ma non accadde nulla. Riaprì gli occhi, e dalla porta aperta si accorse che qualcosa di strano stava accadendo nel corridoio dell’ospedale. C’era un via vai insolito, con medici e infermieri che correvano in tutte le direzioni e persone in abiti civili che si aggiravano con sguardi preoccupati, sempre più agitati. Allora capì che il frastuono non era stato nella sua testa, ma al di fuori. Forse c’era stata un’esplosione, magari per una fuga di gas. Improvvisamente si sentì in trappola in quel letto d’ospedale, incapace di muoversi, con nessuno che pensava a lui, mentre magari si stava sviluppando un incendio. Cercò di gridare, ma dalla sua gola usciva un rantolo appena percepibile. Un senso di impotenza disperato lo travolse. Avrebbe fatto la fine del topo.

In quel momento entrò Paola, l’infermiera di una certa età, che aveva un sorriso da bambina.
«Signor Baccini, sapevo che si sarebbe agitato, ma sono venuta a tranquillizzarla. Deve esserci stata un’esplosione proprio nei paraggi, ancora non si è capito con precisione dove. Ma non si preoccupi, l’ospedale è integro. C’è stata un po’ di agitazione, ma adesso vedrà che andrà calmandosi. Mi ha capito?»
L’uomo fece cenno di sì, con aria finalmente sollevata. Mentre la donna stava per girarsi, le afferrò la mano e sussurrò:
«Pregherò per lei».
La donna sorrise e uscì dalla stanza.“Quanti paradisi mi sono già guadagnata, con tutte queste preghiere?”, si chiese. “Se almeno ci credessi, al paradiso!”.

Fiorella Malchiodi Albedi

Annunci

2 thoughts on “IL BOATO

  1. Mi ha ricordato quel brano di Buzzati ambientato su un treno, dove un passeggero si accorge dalle rapidissime immagini fuori dal finestrino che qualcosa di grave era accaduto, ma le figure fuori dal finestrino erano troppo veloci per capire cosa. E la corsa del treno diventa per lui un’angoscioso tragitto verso la scoperta della catastrofe…

  2. Che grande gioia averti fatto pensare a Buzzati, che è un faro lungo la strada dei miei tentativi di scrittura.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...