IL CAMPO DA GIOCO DI SATANA

Esiste una fazione minoritaria ma agguerritissima che agita la vita redazionale di Verde, e pretende di perturbarne la programmazione con argomenti prevedibili, discutibili o disgustosi. Ma la maggioranza non si scompone e fa quadrato attorno al lunedì, da sempre il nostro giorno preferito, quello in cui ci piace tanto fare regali regali regali (da scartare subito, non fate come Francesco). E allora Olga Paltrinieri, Il campo da gioco di Satana, illustrazione di Demonia.

Erano una vista consolante, un caldo bentornato ogni volta che rimetteva piede nella sua stanza. Erano la prova fisica del sovrabbondante amore ricevuto nella sua vita: nonostante la metodica disposizione, volta a contenere al massimo gli spazi occupati, i pacchetti prendevano ormai un terzo della camera.
Aveva smesso di scartare i regali nel 1989.

Sua madre continuava a incolpare di quella stranezza la disillusione del Natale precedente: il marito non si era fatto convincere, la spesa di quello che Francesco chiedeva gli pareva eccessiva, e così il figlio si era trovato inaspettatamente tra le mani il gioco in scatola “Indovina chi?”.
Non aveva chiesto il maledetto “Indovina chi?” e l’aveva digerito a fatica, ma memore di alcune letture scolastiche edificanti, era riuscito a tirar fuori un sorriso annacquato.
Aveva baciato i suoi genitori e si era diligentemente messo a inserire i cartoncini tra le linguette di plastica rossa.

Quella sera aveva addirittura abbozzato un’impossibile partita solitaria, alternando rumorose, vuote ciarle a deglutizioni rese assai difficili dalla delusione bloccata in gola.
Poi era arrivato il suo compleanno, che cadeva il 17 di gennaio; quel giorno sul tavolo stazionava, tra le tazze per la colazione, un pacco dono ricoperto di immagini della sirenetta.
Seduto al suo posto, Francesco lo guardava.

Oltre il pacco, oltre la tavola, il televisore acceso trasmetteva le immagini delle bombe lanciate su Baghdad: distrattamente pensò che non aveva mai immaginato che le bombe mandassero quelle luci verdi.
Sua madre lo incitava a strappare la carta: «Porta fortuna!»
«Lo apro quando torno da scuola».

Quel pomeriggio il regalo lo aspettava sulla scrivania di legno chiaro, e lì era rimasto; per più di qualche giorno i genitori avevano cercato di convincerlo, anticipandone il meraviglioso contenuto, minacciando di gettarlo via e con blandizie varie.
Non se ne era fatto nulla: era rimasto sullo scrittoio, a coprirsi periodicamente di pulviscolo, a essere spolverato con una certa regolarità.

Scene simili si erano ripetute alle ricorrenze successive (promozioni scolastiche, feste natalizie e compleanni). Amici, nonni e parenti avevano fatto le loro rimostranze le prime volte, per poi adattarsi facilmente a quel nuovo rituale, che soddisfaceva comunque il donatore.
La gioia, i sorrisi e i ringraziamenti, in fondo, erano gli stessi degli altri bambini, e che importanza aveva quella bizzarra collezione che si andava accumulando?

Così negli anni ogni nuova conoscenza aveva avuto il suo momento di spaesata incredulità, entrando in quella stanza o consegnando un regalo, e poi come tutti si era adeguata ridacchiando.
Francesco andava incontro all’ennesimo Natale con la piacevole aspettativa di nuovi spazi occupati, centimetri cubi che molto presto sarebbero stati saziati e colmati.

Era il 20 di dicembre quando aveva oltrepassato la soglia e aveva visto la scatola a terra.
L’aveva riconosciuta prima ancora di vedere il bigliettino attaccato al coperchio, era arrivata da sua sorella un paio di anni prima: cartone fiorato e un peso importante, se conservava una memoria efficiente nelle sue mani.
Ora giaceva sul pavimento, il corpo separato dal coperchio, il lato aperto a contatto con i listelli di legno; ne incolpò il gatto, ma non aveva importanza.
Non aveva scelta e si avvicinò quindi per sollevarla, ricomporre la forma e dimenticare rapidamente l’incidente.
Spostò prima il coperchio, decorato da una coccarda, e lo posizionò a portata di mano, pronto a richiudere il tutto il prima possibile.
Con la mano sinistra alzò poi il pacco, afferrando con la destra il contenuto, gli occhi scostati ma sufficientemente vicini per lavorare con rapidità e precisione.
Fu il contatto con quell’oggetto a lasciarlo congelato: senza margine di errore, quella era un’abbondante confezione di fagioli. Quando trovò il coraggio di voltare lo sguardo, ne ebbe conferma: un chilogrammo di candidi cannellini.
Animato da un furore quasi religioso, nei minuti successivi scartò, aprì scatole e sciolse fiocchi con i denti.

Si ritrovò ben presto seduto al centro di un cimitero di regali, in mano una scoperta agra: da anni non riceveva che polistirolo, carta, riso e legumi.

Nella stanza in piena rivoluzione ancheggiava lento il gatto; cercava di raggiungere Francesco, ma si distraeva per una zampata a un nastro argentato, per annusare una pagina di giornale ingiallita.
Quando arrivò ai suoi piedi, vi depose infine una piccola lucertola morta, che aveva tenuto fino a quel momento delicatamente tra le mandibole.

Francesco gridò.

Olga Paltrinieri

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