GATTINI™#26: VERMI

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DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI

La macchinazione dei Vermi e la verminosità compiacente delle macchine: è venerdì, Paolo Gamerro, DeadTamag0tchi, GATTINI, l’omicidio perfetto, miao.

Stamane ho osservato la macchinetta del caffè nella sua pienezza, nel suo colore, nella sua moralità. L’ho trovata sfolgorante e ricca di senso, compassione. Lei, come del resto il tostapane e la alogena nel salotto, sono i miei complici, qui in casa. La televisione accesa mi dice di aspettare. Sono andato al supermercato a comprare i sacchetti di plastica colorati e una nuova avveniristica affettatrice. Rimarrà tutto nei sacchetti di plastica colorati che terrò per qualche giorno nel frigo luminoso e consapevole, prima di ficcarli, un paio alla volta, nei bidoni dell’immondizia in cortile.

I bidoni dell’immondizia non devono sapere nulla: se notificano qualcosa, pezzetti di concetti, sono fregato. Ce ne sono un paio, fermamente beffardi, che potrebbero causarmi problemi rilasciando dichiarazioni al vicinato, una ventina di anziani magri, canuti e pensosi, anziani che potrebbero pensare all’intrigo, nell’osservarmi portare tutti quei sacchetti di plastica variopinti colmi di carne congelata, ogni sera al solito orario, nel cortile della casa nera.
La macchinetta del caffè mi aiuterà a non lasciare nessun sospetto, nessun pezzetto di plastica blu elettrico sulle scale o in ascensore.
Il televisore, mi ha comunicato che, mettendosi in contatto via onde elettriche con gli altri televisori del palazzo, penserà a stordire gli anziani con il fragore degli spot e dei telegiornali, le grida dalle tragedie, il furore dei presidenti o di chi è al potere e siede in un salotto televisivo. Gli anziani saranno storditi mentre io mi muoverò nel silenzio, nella correità della sera.
L’alogena in salotto vede tutto dall’alto. Il bollitore si accende ogni tot per confortarmi facendomi sentire la sua presenza calda, il lavandino gorgoglia a intervalli regolari di sei ore dandomi il benestare.

È l’omicidio perfetto.

La radio, a volume basso, mi suggerisce come procedere: prendi l’affettatrice, taglia il corpo in tante piccole porzioni, con le spugne tenta di assorbire più sangue possibile, non fare caso ai volti nei quadri: se non li osservi, non si renderanno conto di nulla. Procurati dei vermi.

È una sera feroce di gennaio quando porto giù in cortile i primi due piccoli sacchetti del pattume colorati: uno azzurro, l’altro verde smeraldo. I vermi stanno consensualmente condividendosi porzioni di corpo. Li osservo all’opera, rimango esterrefatto dalla loro vivacità, dal loro essere così magnificamente famelici, dinamici e imprevedibili, si attaccano a ogni lembo di carne, lo dilaniano, scorticano, inghiottono, sono i vermi complici di questa macchinazione italiana.

Mi volto e vedo un anziano alle mie spalle, comparso da una nuvola di odore sgradevole, avvolto nella foschia viscida, anche lui qui per buttare il pattume: sacchetti di patatine, scatolette di tonno, lamette da barba, calze bucate logore, cotone sporco di sangue, bottiglie di bibite gassate, plastica, fazzolettini di carta e carta di giornale che avvolge altra macchinazione, altra cospirazione, carta di giornale carica di sospetto e atrocità. Fisso il volto spettrale dell’anziano per qualche secondo. Successivamente gli guardo i vestiti: un piumino colorato, pantaloni della tuta grigi e sporchi, calze di spugna, scarpe da ginnastica usate. Il rumore delle macchine che passano mi avvertono del pericolo. L’anziano ha la consistenza di un sacchetto della spesa consunto ma colorato, lasciato nella notte su qualche marciapiede, a morire via.

«Chi vive nei tuoi sacchetti? Quale presenza dimora in loro?», mi chiede inquisitorio, telepaticamente, dalla sua testa vengono eiettate onde e vibrazioni che mi penetrano vischiose nel cervello. Ha notato i vermi compiere la loro funzione, muovendosi viscidi, fluttuando tra le cavità del pezzo di corpo molliccio e deturpato, che si trasforma e cambia forma seguendo l’andamento ritmico imposto dai vermi, dal loro divorare. Che foga hanno i vermi, questi sbalordenti vermi!

«Ho sentito di quel barbone, in televisione. Quel barbone che è stato bruciato vivo. Omicidio passionale, l’uomo che ha dato fuoco al barbone provava gusto a vedere le fiamme, la carne in fiamme, tessuti che prendono fuoco. Alla polizia ha raccontato di essere affascinato dall’acqua che bolle e che conseguentemente evapora disperdendosi in fumo nella sua cucina. La sera si preparava sempre una tisana alle erbe e lasciava l’acqua bollire nel pentolino, per ore, per osservare le bolle scoppiare, per scrutare le loro macchinazioni. L’uomo non aveva nessun precedente penale, viveva solitario in una stamberga. Gli piaceva guardare bruciare le cose, questo è il fatto. La stessa sera ho sentito al telegiornale di quella setta. Se ne vanno in giro in abiti variopinti, portano bislacchi cappelli e recitano frasi del libro innominabile: una litania tremenda, una nenia ossessiva e terrificante. Camminano la sera, sbilenchi, per la città. Pupazzi sgangherati, sbiechi, zoppi. Parlano una lingua oscura che non possiamo comprendere, non vengono dal pianeta terra. Si definiscono giullari. Passeranno anche da qui, saremo soggetti al coprifuoco, non si potrà uscire dalle nostra case dopo il tramonto, c’è una probabilità alta che nessuno di noi sopravvivrà al loro funerario passaggio. Viviamo il tempo dei presagi di morte».

L’anziano avverte il segnale, l’onda che dal mio cervello arriva al suo, rimane immobile, indeciso, inebetito da un improvviso ipnotico sopore che lo blocca e nel giro di pochi attimi scompare di nuovo, inghiottito dalla stessa nube di fumo (ma non era fumo! Non era fumo! Era un effetto scenico!) dalla quale era gradualmente fuoriuscito. I vermi sono perfettamente consci della macchinazione, i vermi sono la macchinazione, noi siamo cibo per vermi.

Tutto questo non è mai accaduto.

Ritorno su a casa, stravolto, ho una fame terribile. Schivo gli sguardi dei volti pazzi nei quadri: se non li osservo, non si renderanno conto di nulla.
Osservo la macchinetta del caffè nella sua pienezza, nel suo colore, nella sua moralità. La trovo sfolgorante e ricca di senso, compassione. Lei, come del resto il tostapane e la alogena nel salotto, sono i miei complici, qui in casa. La televisione accesa mi dice di aspettare.

Paolo Gamerro

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