STORIA DI UN MORTO DI FAMA

lapauradefirm

Demonia, Senza titolo

Riccardo Mastini (1988) è uno scrittore ramingo per l’Europa che cerca di non dimenticarsi l’italiano scrivendo racconti. Non sa come descriversi e quindi prende in prestito le parole di qualcuno che lo conosce bene, a black bird on a tower of books.
Storia di un morto di fama è il suo primo racconto per Verde: “D’altra parte era l’anno 1831 e nessuno aveva ancora sentito parlare dei poeti maledetti.”
L’illustrazione è di Demonia.

François passeggiava con un paio di libri sotto braccio per il cortile della Sorbona.
«Libri di diritto?», gli domandò con civetteria Claire.
«Buon giorno mia Musa! Quale generoso anemòs ci fa incontrare quest’oggi?» e così dicendo la cinse intorno alla sottile vita accentuata dal corsetto.
«Ho il passo di uno che si stia recando alle tediosissime lezioni di quei dinosauri?» e fece un cenno ad indicare due professori che camminavano sotto il colonnato interno del cortile. Uno dei due nascose uno sbadiglio nel palmo della mano.
«Guardali, fra poco quello sbadiglio si tramuterà in lezione e, come si sa, gli sbadigli sono contagiosi: potrei iniziare anch’io a sbadigliare o, peggio ancora, ad insegnare. No grazie, ho di meglio da fare. E per rispondere alla tua domanda: libri di poesia, non di diritto».

François Villon aveva appena due anni quando, in una fresca mattina di maggio, suo padre lo portò in spalla sul sagrato di Notre-Dame per salutare l’incoronazione di Napoleone. Il bambino François era stato l’unico, a parte quelli che si erano guadagnati la prima fila, a scorgere il nuovo imperatore. All’età di otto anni si ruppe un incisivo cadendo da un albero sul quale si era arrampicato insieme al suo amico Jean: sebbene sua madre gli avesse espressamente interdetto le gite in campagna, François non riusciva a resistere ai richiami di libertà pronunciati dai tordi negli assolati pomeriggi estivi. Nel 1815, il suo tema era stato letto ad alta voce dalla maestra che portava sulla giacca una spilla di giada regalatale dal marito di ritorno da un viaggio in Cina.

I giorni cadevano dal calendario e François, come tutti gli altri uomini di cui ci sia giunta notizia, invecchiava. Al tempo della nostra storia egli era ormai un giovane studente di diritto che avrebbe preferito passare il suo tempo a scrivere versi d’amore che a guadagnarsi onori accademici. Tuttavia i corsi universitari erano una mera sinecura che gli permettevano di perseguire i suoi interessi poetici piuttosto che doversi cercare un lavoro. Di famiglia borghese e liberale era cresciuto con le tasche piene di denari e senza aspirazioni sociali che esulassero dalla gloria letteraria: sognava di divenire il poeta dei versi recitati dagli amanti abbracciati, scritti dai vandali sulle saracinesche abbassate nella notte, ricordati dai marinai solitari in alto mare.

Egli era grato al suo tediosissimo corso universitario: “Se non fosse per i miei esami che mi tengono inchiodato alla scrivania”, pensava, “passerei il mio tempo a sedurre giovani ninfe in riva alla Senna o a progettare d’imbarcarmi su qualche vascello diretto in Oriente. Invece, trascorro ore a scrivere in margine ai libri i versi che un giorno mi daranno la gloria. L’università è per me, come dicono oltremanica, una benedizione sotto mentite spoglie.”

Nelle solitarie ore della composizione poetica François teneva sempre una piccola candela accesa vicino a sé. Una candela neanche sufficiente per illuminare o scaldare, ma bastante per ricordare qualcosa di vivo che danzasse nella stanza. Il giovin poeta scriveva qualche verso e si fermava pensieroso portando la penna alle labbra per poi abbassare nuovamente lo sguardo sulla carta e immortalare il pensiero fugace. Era come un pianista che provi qualche accordo fino a quando non suona preciso nella sua testa e che poi si precipita ad annotarlo sullo spartito. Un’estenuante rincorsa al pensiero che deve farsi inchiostro.

Una notte, dopo essersi congedato dalla brigata dei suoi amici, diresse i suoi passi verso casa. Ma le strade innevate del 29 dicembre lo sedussero a procrastinare il suo rientro e così decise di fermarsi in una modesta taverna che incontrò sulla strada.

L’ora era ormai tarda e solo pochi attempati avventori si trattenevano nell’ultimo commiato dal loro liquore preferito. François si sedette ad un tavolo vicino al bancone e prese a sfogliare Le Figaro, un nuovo quotidiano che aveva fatto la sua comparsa proprio quell’anno. Mentre sfogliava frettolosamente le pagine di politica, argomento che teneva in non cale, alzò la testa e ordinò un bicchiere di Borgogna al giovane cameriere che seguiva con sguardo assente le fumose discussioni tessute dai vecchi bevitori. Mentre il garzone mesceva il vino nel bicchiere appoggiato sul tavolo di François, questi ebbe un repentino accesso di disperazione e gli urtò il braccio. Vetri infranti in una pozza di sangue fruttato e alcolico.

«Mi sembrava strano che la giornata terminasse senza che quel coglione di Philippe rompesse qualcosa», inveì il locandiere da dietro il bancone guardando torvo lo smarrito garzone.
«Signore, è tutta colpa mia», si precipitò a chiarire François, che ancora teneva gli occhi fissi sulle pagine del quotidiano.
«Sono io che l’ho urtato accidentalmente. Mi dispiace, ma sono rimasto scosso da ciò che ho letto qui sul giornale: il grande pittore Jacques-Louis David è morto quest’oggi».
Una fragorosa risata squarciò il locale. I due vecchi alcolizzati seduti al bancone del bar si contorcevano dalle risa.
«Un altro di quei pittori finocchi ha finalmente tolto il disturbo!», biascicò l’alcolizzato senza denti.
«Era ora che quel Bonapartista pagasse per i suoi peccati e se ne andasse all’inferno!», fece da contrappunto il vecchio con le pezze ai pantaloni.
«Cosa avete detto? Ripetetelo se ne avete il coraggio!» proruppe François con gli occhi che lampeggiavano di collera.

I due vecchi si alzarono in piedi e strinsero i pugni con fare minaccioso in direzione del giovane. Questi, accecato dall’ira per il vituperio riservato al suo pittore preferito, si scagliò addosso ai due con tutta la sua forza. I beoni, ormai con le gambe legate dai liquori, caddero in terra come sacchi di patate. Lo sdentato, che per primo aveva offeso la memoria del rispettabilissimo Jacques-Louis David, sfoderò un coltello con una lama di otto dita. Il giovane, in un impeto di autodifesa, afferrò una bottiglia infranta che era rotolata sul pavimento. Si voltò e fendette l’aria per tenerli a distanza, ma proprio in quel mentre l’uomo col coltello si avventò su di lui e, incrociando la traiettoria tracciata dalla bottiglia, cadde esangue sul pavimento.

François alzò i suoi occhi da animale in fuga. Il garzone e il locandiere lo guardarono indietreggiando. Tenendo la bottiglia protesa dinanzi a sé si diresse verso l’uscita senza mai distogliere lo sguardo dai tre uomini. Le sue mani tremavano.

Fuori lo attendeva una notte senza luna. Il giovane iniziò a correre come fosse portato dal vento sopra un mantello di neve che ancora intonsa avvolgeva Parigi. Era ormai il 30 Dicembre 1825.

***

«Ragazzo, sbrigati a dar la biada al cavallo del forestiero che è arrivato ieri sera: quel rompicoglioni ha detto che vuole rimettersi in cammino presto stamattina».
François assentì e si diresse verso la stalla in cui si trovava il cavallo in questione. La finestrella era aperta e il cavallo, sporgendosi con il muso, seguiva i movimenti di un gatto che cercava di saltare sopra un’alta pila di covoni. François rimase disgustato dall’odore della stalla di prima mattina: dopo anni passati a lavorare nelle stalle non si era ancora abituato a quell’orribile tanfo.

Era ormai un fuggitivo e sapeva che a Parigi non sarebbe potuto mai più ritornare. I primi mesi li aveva passati a vagabondare per il nord della Francia, ma una volta terminati i soldi che aveva in tasca, fu costretto a cercare dei lavori per sostentarsi. Sempre mestieri umili perché a un assassino non ancora laureato nessuno dà un lavoro rispettabile. Passò dal lavoro di stalliere a quello di lavapiatti, a quello di lustrascarpe, e poi di nuovo a quello di stalliere.

François era indisciplinato e veniva spesso cacciato per le sue intemperanze. Ciò che non riusciva a sopportare era il fatto di dover prendere lezioni da ignoranti datori di lavoro. Comune a tutti gli uomini è il desiderio d’insegnare e ciascuno insegna ciò che sa. Per questa ragione François doveva sorbirsi lezioni magistrali sull’uso della scopa, della striglia, e del forcone. Per un po’ ascoltava, ma poi sbottava: «Come osate parlare a me con questa arroganza? Io me ne frego delle vostre arti da servo! Io sono un baccelliere della Sorbona e voi vi permettete di arringarmi come se parlaste ad un mentecatto vostro pari? Se sapeste la distanza che corre fra uno come me e…»

Allora si rimetteva in cammino e cercava lavoro in alti paesi dagli uomini con le stesse facce, taverne con le stesse battute, e strade con lo stesso odore di quelle che aveva appena abbandonato. Viveva defilato in piccoli borghi per rimanere lontano dagli occhi della legge. I suoi giorni proseguivano sempre uguali alternando la fatica del lavoro alle meschine gioie che poteva concedersi: vino della casa, prostitute di basso bordo, e misere puntate d’azzardo.

Mentre nella buia stanza presa in affitto si rassettava i cenci che portava indosso, declamava ad alta voce i versi di Cecco Angiolieri che tanto bene descrivevano la sua condizione attuale. Si sentiva rinfrancato dall’idea che la sua erudizione per la letteratura straniera lo distinguesse da tutti i suoi compagni di bevute. Tuttavia, quando si trovava sotto gli effluvi dell’alcol e dell’eccitazione del gioco, si mimetizzava impeccabilmente con la turba di mendicanti e bottegai.

Un giorno, mentre passeggiava di ritorno dal lavoro, s’imbatté in una piccola libreria. Sebbene François avesse già da lungo tempo smesso di sacrificare i suoi pochi soldi in futili letture che non poteva condividere con nessuno, il suo occhio cadde involontariamente sul titolo di una raccolta poetica: Il segno sulla mia pelle. Improvvisamente si ricordò di aver scritto, molti anni prima, una poesia che cominciava proprio con quel verso.

Tuonò dentro la libreria e, prima che il libraio si potesse accorgere di quel lurido stalliere, lesse a denti stretti la prima pagina del libro: era proprio una sua poesia!
L’aveva composta per una rossa di cui non ricordava il nome, ma che era solito chiamare “quella vestita d’inferno” suscitando in lei un sorriso di disapprovazione. Incredulo sfogliò avidamente le pagine: era una raccolta di tutte le sue poesie giovanili. Con la bocca che era ormai un feltro lesse il risvolto di copertina che definiva la raccolta l’evento letterario dell’anno. Ancora più incuriosito dall’incredibile scoperta girò il libro e dinanzi ai suoi occhi si parò una fotografia del signor Grocourt, suo affittacamere degli anni parigini, che posava con aria intellettuale.

Era evidente che in seguito alla sua fuga da Parigi Grocourt avesse sgomberato la sua camera. Nel fare ciò doveva essersi imbattuto nel fascicolo di poesie che François aveva accumulato in anni di corteggiamenti alle Muse e lo aveva fatto pubblicare millantandone la paternità. Quel figlio di cane che aveva sempre deriso la sua passione per la poesia adesso si pasceva di una gloria immeritata! François scorse in tutto questo l’opportunità di riprendersi la vita lasciata in sospeso la notte dell’assassinio. Sì, sarebbe tornato a Parigi a smascherare l’impostore Grocourt e a carpire la gloria letteraria che gli spettava. Era certo che anche le autorità lo avrebbero graziato del suo delitto e riabilitato come insigne cittadino e poeta degno del lauro. Non c’era tempo da perdere: si sarebbe messo all’istante alla volta di Parigi.

***

Era ormai l’imbrunire quando entrò nelle porte della città. Aveva impiegato diversi giorni di cammino per percorrere a ritroso la strada che un decennio prima lo aveva malvolentieri condotto lontano dal suo passato di gaudente studente. Decise di trascorrere la notte a passeggiare per le strade della memoria e di recarsi alla casa editrice la mattina seguente.

La notte scese sopra di lui. Una dolce nostalgia bagnò le sue ciglia come la rugiada imperla i platani lungo le sponde della Senna. Nell’oscurità la trama dei vicoli della città si popolava di fantasmi: amici e amori dei tempi passati che se lo avessero incontrato non lo avrebbero più riconosciuto e sarebbero passati oltre.

Giunto alla scuola dove aveva studiato da bambino, cercò con occhio esperto la finestra dalla quale guardava fuori durante le lezioni di matematica. Allora il suo corpo rimaneva puntellato al banco mentre la mente volava sopra la frenesia della città nelle ore del mezzodì: planava e guardava le mani audaci dei fioristi che confezionavano mazzi di fiori che frusciavano come abiti da sera, gli stivali inzaccherati dei vetturini che attendevano fuori dalla stazione l’arrivo dei viaggiatori, il preciso meccanismo con cui i vecchi facevano scivolare le bocce sopra l’erba del Jardin de Tuileries.

Poco oltre la scuola si trovava la farmacia dove suo padre aveva consumato le giornate, accumulando una piccola fortuna che François aveva zelantemente eroso fino all’ultima sera trascorsa a Parigi. Di giorno il padre versava in banca i profitti del suo lavoro e la notte il figlio faceva del suo meglio per ridistribuirli alla città pagando sontuose cene, comprando costosi regali, e perdendo cospicue scommesse.

Chissà che fine avevano fatto i suoi genitori. Probabilmente erano morti da tempo: il locale che una volta ospitava la farmacia era ormai in rovina. Poveri padri che al capezzale del loro letto di morte non avevano avuto nemmeno il conforto della vicinanza di un figlio a cui potessero rimproverare le dissolutezze con un gustoso: “Te l’avevo detto!“. Quante cene silenziose, quante notti insonni, e quanti pianti sommessi dovevano aver sopportato a causa della scomparsa improvvisa del loro unico figlio.

Proseguì la sua marcia sonnambula fino ad arrivare al bistrot che stava all’angolo fra Rue des Jeuneurs e Rue Saint-Fiacre. Si ricordò di quella sera in cui fuori pioveva e lui sedeva insieme a Josephine al bancone dietro la vetrata: bevevano beaujolais e guardavano i loro volti riflessi nelle gocce di pioggia che rigavano il vetro. François aveva davvero amato quella ragazza, ma poi un giorno, sentendosi troppo giovane per consacrare la propria vita a un’unica donna, le aveva voltato le spalle. E così altri uomini avevano gustato i frutti della primavera di Josephine che, senza più alcuna illusione, li aveva donati al primo che aveva teso la mano per coglierli.

Con questi pensieri François trascorse l’intera nottata e i primi raggi del sole lo sorpresero meditabondo sopra una panchina di un’elegante piazza nel quinto arrondissement. Al risveglio mosse i suoi passi verso la casa editrice Hachette, inconsapevole complice dell’inganno del signor Grocourt, per cingersi il capo con il meritato alloro. Sulla strada passò davanti ad un’ampia vetrina nella quale si fermò a guardare la propria immagine: gli abiti lisi e cenciosi parevano stare insieme per la sola forza dell’abitudine e l’irsuta barba aggiungeva al suo volto anni che non trovavano riscontro nelle rughe della pelle. Erano passati solo sei anni dalla notte dell’omicidio, eppure c’era un’eternità fra il gaudente François degli anni parigini e il reietto che camminava ora per le stesse vie. La vita non scorre sempre uguale e gli anni passati sulla strada invecchiano gli uomini più di quanto facciano quelli trascorsi al tepore di un camino. Il passo di uno sconosciuto nella notte mentre sei assopito in un cantone della strada, il proprietario della pensione che ti fruga gli occhi quando giungi ad un nuovo domicilio, e il capomastro che storpia deliberatamente il tuo nome ti fa invecchiare più velocemente. Questo François lo sapeva ed era perciò determinato a riprendersi il tempo che gli era stato rubato.

S’infilò svelto nell’androne dell’elegante palazzo di Quai de Grenelle che ospitava la direzione della casa editrice e cercò l’ufficio del direttore. Alteri signori sciamavano per l’edificio e François cercò di non dare nell’occhio mentre saliva ai piani più alti. Era certo che se fosse riuscito ad avvicinare il signor Louis Hachette, fondatore e direttore della casa editrice, non avrebbe avuto problemi a persuaderlo della sua buona fede e ad ottenere ciò che gli spettava di diritto. Arrivato davanti alla porta che metteva al suo ufficio si fermò a riorganizzare le idee: pensò che il miglior modo per accattivarsi la comprensione di un uomo istruito fosse quello di ostentare la sua aria da poeta maledetto.

Bussò alla porta ed entrò con passo dinoccolato fino a raggiungere la poltrona dove si lasciò cadere con un sospiro esausto. Il signor Hachette calò gli occhiali sulla punta del naso per vedere meglio l’insolito individuo che gli si parava dinanzi.
«Parigi è ancora più borghese di quanto me la ricordassi», esordì François strascicando le parole in modo affettato. «Ogni volta che passo per il centro constato come una nuova banca abbia divorato un café in cui io e i miei commilitoni della poesia eravamo soliti intrattenerci nelle nostre agapi. Eh sì, andati sono ormai i tempi di Mecenate e di Federico II, in cui i discepoli di Apollo e gli spasimanti delle Muse erano tenuti in gran conto. Non è vero monsieur Hachette?»

Il direttore fece per aprir bocca, ma prima che potesse modulare alcun suono François saltò in piedi e cominciò a declamare a gran voce la sua enfatica arringa.

«E anche quando un animo sensibile riesce a sottrarsi al perverso meccanismo di questa nostra società, cosa succede? Uomini astuti e gretti gli sottraggono il frutto del suo lavoro per bearsi di una gloria indebita. Ahimè, monsieur Hachette questo è proprio ciò che è successo al sottoscritto e, se voi siete uomo d’onore come si dice per tutte le città di Francia, sono certo che quel che vi sto per raccontare vi lascerà a dir poco indignato!»

«Il qui presente umile servo della musa Calliope è stato vittima di un sinistro raggiro ed è venuto qui oggi per raddrizzare il torto subito. Voi dovete sapere che, terminati gli studi di baccelliere in quell’esamificio che è la Sorbona, m’imbarcai diretto in Oriente per divenir del mondo esperto. Volevo conoscere gli uomini, uno per uno, e distillare le loro paure, i loro aneliti, e i loro silenzi in poesie che potessero essere la grancassa sulla quale il cuore del mondo batte il suo tempo. Ho viaggiato per anni esplorando terre esotiche, parlando lingue dimenticate, e sperimentando estasi ineffabili. In tutto questo tempo ho conservato l’abitudine d’inviare i miei componimenti a Parigi, così che non dovessero subire gli oltraggi di un viaggio lungo e periglioso. Contavo, una volta tornato in patria, di portarli all’attenzione di un uomo eletto, quale voi siete, per pubblicarli e porre fine al silenzio del mio labbro calliopeo. Tuttavia il destinatario della mia fiducia, il signor Grocourt, ne ha abusato in modo vile e ha pubblicato i miei lavori a suo nome. Quel poeta a scrocco che non sarebbe in grado di scrivere una lista della spesa ha millantato la paternità dei miei componimenti e ora declama a gran voce i miei versi nei salotti parigini, destando la stima degli uomini e delle donne la bramosia. Capite ora ciò che è successo, monsieur Hachette?»

Il direttore ascoltava con finta attenzione lo straccione che gli si parava dinanzi e pensava ad un modo per liberarsene al più presto. D’altra parte era l’anno 1831 e nessuno aveva ancora sentito parlare dei poeti maledetti.

Il signor Hachette finse costernazione e incalzò François prima che questi potesse partire con un’altra delle sue tirate apologetiche.
«Cosa devono mai sentire le mie orecchie! Volete dire che il signor Grocourt non è in verità la mente che ha partorito i sublimi versi de Il segno sulla mia pelle? Inaudito, inaudito! Sono affranto dal malinteso monsieur… scusate, come avete detto che vi chiamate?»
«Villon. François Villon».
Il signor Hachette rimase per un attimo interdetto. «Ma voi siete discendente del celebre poeta del XV secolo?»
«Non di sangue, ma certamente d’inchiostro», rispose François con malcelato vanto.

Il signor Hachette lasciò correre senza neanche domandarsi se l’identità del mentecatto fosse reale o fittizia. Cosa ci sarebbe stato da stupirsi dopotutto se oltre alla paternità delle poesie dello stimatissimo Grocourt egli avesse voluto persino piccarsi di un’immaginaria discendenza dal padre della poesia francese?

«In ogni caso, come le dicevo monsieur Villon, ciò che mi avete raccontato è un insulto da cui noi tutti devoti delle arti dobbiamo sentirci oltraggiati. Farò tutto ciò che è in mio potere per rendervi giustizia e ristabilire il vostro onore. Anzi, vado subito a chiamare il responsabile della tipografia per dare alle stampe una nuova edizione della raccolta di poesie col vostro nome in copertina. Aspettatemi qui, torno subito».
Così dicendo il direttore si avviò con passo svelto verso la porta e la chiuse alle sue spalle lasciando François solo nello studio.

Il nostro caro poeta rifletteva sulla celerità con cui il signor Hachette aveva riconosciuto in lui l’effige del genio e si era precipitato a tributargli gli onori che gli spettavano. Ma cosa c’era di strano in fin dei conti? Le persone di genio si riconoscono fra loro come fanno i corvi: agli uomini sembrano tutti uguali, ma fra loro si sanno distinguere.

François assorto in una rêverie assaporava già l’ambrosia del successo: la sua poesia immortale sarebbe fiorita sulle labbra di ogni nuova generazione di uomini che avesse calpestato questa terra. Avrebbe recitato le sue poesie circondato dalla luce e dal clamore di Parigi che lo riconosceva come figlio prediletto e cantore del suo tempo. Nel suo sogno ad occhi aperti si vedeva già a dispensare sorrisi per le strade, a raccontarsi a giovani ammiratrici che bramavano ogni sua confidenza distillata con calcolata riservatezza, e a istruire germoglianti poeti che si rivolgevano a lui come ad un vate.

La porta si aprì d’improvviso e apparve il signor Hachette in compagnia di due gendarmi.
«È quello il pazzo! Buttatelo fuori di qui!»
Senza indugio i due afferrarono François e lo trascinarono fuori dall’edificio. Il giovane si ritrovò con le vesti inzaccherate di polvere e i suoi sogni infranti. L’ultimo appiglio possibile per la sua ascesa alle vette del successo gli scivolava fra le mani e lo lasciava inesorabilmente precipitare nell’abisso d’oblio che è destinazione ultima della maggior parte dei poeti.

***

All’interno de La Taverna del Corvo Nero il fumo di decine di sigarette danzava nella foschia rischiarata solo dal colore ambrato dei boccali di birra. I fannulloni e gli stranieri di passaggio si ritrovavano tutti lì per barattare refurtive, scommettere denari, e raccontare storie mentre la città di Parigi invecchiava fuori dalla porta.

François ordinò un bicchiere di gin: lo bevve alla goccia e tolse di mano la bottiglia all’oste per non doversi disturbare a parlare mentre vi naufragava dentro. Era triste constatare come ogni suo giorno dalla notte dell’omicidio non fosse stato altro che un ulteriore gradino nella sua discesa verso un personalissimo Ade fatto di oblio e irriconoscenza. Accarezzava con indulgenza l’idea che dolce è la morte per coloro a cui la vita reca oltraggio. E allora, giù un altro bicchiere!

Intanto il sole compiva il suo circolo nel cielo e si andava a coricare. Più l’ora si faceva tarda e più il locale si gremiva di assetati avventori che davano all’oste lavoro e soddisfazione. Uomini con barbe sfatte e senza anelli agli anulari si raggruppavano intorno ai tavoli della taverna per giocare a carte e parlare di donne proibite. L’atmosfera dei bassifondi era ormai famigliare a François, ma lo stupiva che questo spettacolo di vite sprecate si potesse incontrare anche a Parigi. In tutti quegli anni egli aveva preservato per la capitale una venerazione da esule. La Parigi utopica dei ricchi signori e delle belle dame era per lui una terra promessa che credeva avrebbe raggiunto solamente se fosse stato nuovamente all’altezza di tale consorzio; ossia se fosse riuscito a lavarsi le mani dal sangue e a riscuotere onori letterari. E allora, giù un altro bicchiere!

Invece eccolo qui a fare la vita da bettola nella stessa strada che ospitava la casa editrice nella quale aveva riposto tutte le sue speranze. Scopriva con amarezza che la distanza fra la gloria e l’oblio ammontava ai trecento metri di Quai de Grenelle. Pensava al signor Grocourt che probabilmente in quel momento stava rimbrottando il sarto per non essere stato all’altezza di confezionargli un abito adatto alla serata di gala della Académie Française, o stava stappando una bottiglia di champagne al capo di un tavolo circondato da uomini del bel mondo, o spegnendo l’abat-jour al capezzale di una giovane ammiratrice. E allora, giù un altro bicchiere!

Era ormai ubriaco e il tramestio di giocatori, prostitute e alcolizzati che lo circondava stava perdendo i contorni e sfumava in un carosello di risa, grida, e improperi. Si trascinò dal bancone ad uno dei tavoli lordi di sputi, cenere, e avanzi di cibo, e vi salì sopra. Cercando un equilibrio precario si mise a declamare alcuni versi di una sua poesia. Gli uomini che sedevano a quel tavolo incominciarono ad insultarlo e a beffeggiarlo. A ogni verso ne seguiva un altro e un altro ancora. La gente in quel tugurio incominciò a notarlo e gli insulti e i dileggi si fecero più numerosi. Ma François era rapito dal ritmo della sua poesia e sembrava incapace di fermarsi. Il raptus poetico che lo possedeva lo teneva stretto come un serpente che cerca di soffocare la preda.

Fra gli schiamazzi di quella turba di derelitti qualcuno afferrò dei versi che il poeta stava recitando e gridò: «Questo coglione conosce i versi di Grocourt! Sentitelo come strascica le rime!»
Altri gli fecero coro: «Che bel grillo canterino che abbiamo stasera! Sentitelo come incespica nelle parole! Anche il più miserabile sa ripetere a pappagallo le belle parole!»

La folla si accalorò alle prodezze linguistiche di François, che si lanciava in lunghe tirate per poi fermarsi a riprendere fiato e a buttare giù un altro sorso di gin. Più beveva e più la sua lingua si legava rendendo il penoso spettacolo dilettevole per lo stormo di avvoltoi che lo circondava. Gli avventori della Taverna del Corvo Nero erano felici di questa insolita attrazione e riempivano senza sosta il bicchiere a François.

Il nostro poeta, ormai con mani tremanti e occhi stralunati, gridò: «Siete contente, Muse meschine, ora che mi vedete umiliato?», e così dicendo stramazzò sul pavimento nell’attonimento generale.

Un vecchio che prima di prendere il vizio della bottiglia era stato medico si piegò sul corpo di François e gli tastò il polso. Poi alzò gli occhi velati di cataratta e con un leggero movimento del capo confermò ciò che tutti già sapevano: era morto. Il locandiere allora mandò il garzone a chiamare la polizia, che di lì a poco fece la sua comparsa nella taverna.

Mentre una coppia di gendarmi portava fuori il corpo del poeta per consegnarlo ad una fossa comune, uno dei due gli frugò nelle tasche della giacca e rinvenendo Il segno sulla mia pelle disse: «Chissà dove l’ha rubato questo morto di fame».
L’altro rispose: «Se l’era persino imparato a memoria per recitarlo nelle taverne: a me pare di più un morto di fama!» Entrambi proruppero in una rauca risata che si confuse in lontananza con il mugghio della Senna.

Riccardo Mastini

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