IL VOLTO

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Demonia, Negli occhi

Oggi è un bel giorno per Verde: c’è finalmente un nuovo racconto di Giovanna Piazza, Il volto, seconda parte (la prima è qui) di una trilogia della visione che ci auguriamo di vedere presto conclusa sulle nostre pagine. L’illustrazione è di Demonia (benvenuta Monia). 

Quando anche mio padre morì, andai a vivere dall’altra parte della collina, in una casa governata da un vecchio.
Il vecchio era alto e sottile e indossava una veste gialla che faceva più grande il corpo un po’ curvo; non avevo mai avuto modo di vedere il suo volto, giacché solitamente mi parlava dandomi le spalle.

Una volta che mi sentì singhiozzare e mi scoprì affacciato sullo stagno delle ninfee con le gambe nude che dondolavano a sfiorare l’acqua, mi si avvicinò e mi mise una mano sulla testa. Smisi di piangere e mi voltai. Fu in quel momento che vidi il suo viso coperto da uno spesso velo nero che gli impediva l’espressione. Capii tuttavia che i suoi occhi chiari e opachi mi guardavano esitanti. Poi se ne andò in direzione del fiume.

Nella casa di legno dal tetto di edera abitavano altri orfani, alcuni di questi erano bambini. A ognuno di noi era assegnato un preciso compito. I più impavidi, confabulando di nascosto dal vecchio, asserivano che la casa era paragonabile a una prigione e che bisognava andarsene da lì il prima possibile; tuttavia, non avevano piani, non si accordavano sul da farsi e consumavano le proprie giornate in lunghe lamentele. I più cauti invece accettavano la sorte e obbedivano, esaudendo le richieste che il vecchio a bassa voce faceva loro, e agivano senza rassegnazione, quasi che ritenessero giusta – e forse addirittura necessaria – la propria presenza in quella casa.

Gli orfani giungevano a gruppi, su grandi zattere o sulle canoe, rimanevano per un po’ presso la casa del vecchio, poi se ne andavano su un’altra imbarcazione e ne arrivavano altri. Nessun traghettatore aveva mai fatto il mio nome.

Dopo aver sbrigato i miei obblighi, stavo volentieri da solo sulla cima di un olmo con le tasche piene di sassi o nel centro del lago sulla barca fabbricata dal vecchio. Me ne servivo senza chiedere il permesso; e il vecchio non mi rimproverò, allorché si accorse che le frequenti sparizioni e riapparizioni della barca erano dovute al mio capriccio.

Una sera mi chiamò a sé offrendomi da mangiare quanto lui stesso aveva cucinato e pregandomi di non dire nulla agli esclusi. Passammo la sera a discorrere delle stelle e degli uomini e compresi che aveva molta saggezza e conoscenza delle cose del mondo e sentivo che avrei voluto assomigliargli.
Mentre mangiavo, lui non toccò cibo. Pensai che si nutrisse di nascosto, come se quella fosse una sequela di gesti volgari da svolgere segretamente. Cercai di immaginare un volto adatto alla sua figura concentrandomi sul tono delle sue parole e sul quel modo di stare in silenzio che non mostrava rinuncia.

Mi invitò a raggiungerlo il giorno dopo e quello dopo ancora. Si sedeva sempre più vicino a me. Una sera mi accarezzò i capelli e appoggiò una mano sulla mia.

Gli piaceva la mia compagnia, che cercava ogni volta in cambio di qualcosa. Temeva i doni. Quando gli portai i grandi esemplari di carpe che avevo pescato, prese dalle mie mani l’involto di carta, sussurrando tra i denti che non era mio compito, non ne ero obbligato. Disse che gli uomini confondono ciò che è gratuito con ciò che è necessario. Pensai che avesse in odio ogni forma di dipendenza.

Una notte sognai di amarlo e di sentire le sue mani percorrere il mio corpo. Mi svegliai nel letto bagnato e come sgualcito dal movimento insistito di un peso: lui mi stava vicino, misurando i battiti del mio cuore con le dita sul mio polso. Stai molto male, sussurrò.

Lo scoprii a studiarmi, come se si sentisse minacciato dalla mia giovane vita, dalla mia capacità di crescere, di cambiare. Quando ero sveglio, mi domandava di spiegargli con precisione i sintomi e a volte sorrideva con un ghigno, altre si indispettiva davanti alla mia fragilità.

La sua voce era morbida ma senza tenerezze né lascivia. Il suo corpo esperto si muoveva con una sicurezza priva di vanto o spavalderia. Desiderai seguirlo per scoprire dove andava quando non era con me, ma fuori dalla mia vista pareva svanire. Non c’erano tracce dei suoi piedi sulla sabbia né sul fango.

Si stancò di curarmi mentre ero ormai prossimo alla guarigione: ammise non senza teatralità che lui sì era davvero malato, che il suo era un morbo grave, di quelli che non si ritraggono dopo il riposo. Poi mi chiese conto del mio lavoro e dei miei doveri. Gli dissi ogni cosa e lui non commentò, fece qualche domanda a cui risposi e poi si ritirò nelle sue stanze, respingendo la mia offerta di andare a chiamare un dottore.

Quel pomeriggio, addormentato sull’olmo, sognai di svolgere lentamente il velo nero dietro cui si celava, e di scoprirgli un volto senza occhi né bocca, privo di naso, liscio, mentre la sua voce continuava a pronunciare parole e io mi chiedevo da dove venisse la voce, dove fosse.

Nel sogno mia madre chiamava e quando apriva le labbra usciva la luce; mi misi a fare tutto ciò che mi ordinava, agivo solo per la sua approvazione. Mi accorsi di avere le orecchie lunghe che sentivano tutto e si impigliavano nei lampadari e una schiena pronta a sorreggere un peso enorme ma impossibile da vedere quando muovevo il collo. Ogni qualvolta cercavo di parlare, fuori di me veniva un lamento: mi sforzavo di concentrarmi affinché la mia idea uscisse bella come era nella mia mente, che non fosse guastata dal corpo. Ma il maestro piangeva davanti a me e anche i miei compagni, ripetevano che era troppo presto. Radunati dentro la scuola bianca, in ginocchio sui letti appoggiavano la fronte sulle lenzuola e poi la rialzavano secondo un ritmo che ero io a dare. Tu non c’eri, ripetevano mia madre e il maestro, Tu non c’eri. Anche il vecchio piangeva, ma per non essere scoperto. Avrei voluto insegnargli i trucchi per stare con gli altri e rimanere indenne. Mi ritrovai a cercarlo a lungo nella scuola, pronunciavo il suo nome, aprivo tutte le porte, mia madre mi chiamava da lontano per dirmi che il vecchio aveva mangiato tutto e che era al sicuro nella sua pancia. Il dottore si infilò sotto le coperte e si distese accanto a me, gli feci spazio, ci stringemmo un po’. Sei ferito, hai un taglio sul mento, mi disse. Gli risistemai il colletto, vi strofinai sopra la mano per togliere una macchia rossa e lui prese luce, scottava e abbagliava. Ma la sua luce si muoveva troppo e con eccessiva violenza, senza controllo, mi spingeva sul bordo del letto, mi misi quindi un braccio sugli occhi per proteggermi.

Allorché mi svegliai, mi ritrovai disteso ai piedi dell’olmo sotto il sole di mezzogiorno. Non l’hai fatto, sentenziò il vecchio, con i piedi quasi a sfiorarmi il volto.

Da quel giorno rientrai tra gli altri che mi guardavano diritti e muti, e ripresi a lavare i morti, i loro capelli, a controllare che la bocca, gli orifizi e gli occhi rimanessero chiusi, a profumarli come il vecchio mi aveva insegnato. Se lui si allontanava inventavamo per quei corpi dei sentimenti, dei vizi, dei gesti. Finivamo per lanciarci gli stracci che erano stati strofinati sulle loro membra, per darci l’un l’altro timore, per ridere.

Il vecchio ci spiava giocare e noi provavamo un’oscura vergogna, perché non ci puniva mai; nei pensieri rimaneva il terrore delle nostre azioni sospese, senza risultato, e il dubbio che vi si nascondesse anche il male ci toglieva il sonno. Allora a volte ci punivamo tra noi.

Una sera il vecchio mi fece cenno di seguirlo sulla barca e remò fino al punto più profondo del lago. Quindi guardammo per un po’ la luna tremare sull’acqua. Hai ancora paura?, mi chiese, quando fummo nuovamente vicini alla riva. Sì, ammisi.
Sarà qui, dichiarò e si sedette su un cumulo di foglie sul principio del bosco.

Andai a fargli visita i giorni e le stagioni che vennero, gli portavo da mangiare e trovavo che cosa raccontargli senza ripetermi, ma facendo ogni volta più fatica.

Il vecchio stava seduto sotto l’albero a guardare il cielo e i selvatici che apparivano e scomparivano, chiudeva gli occhi, li riapriva. A volte lasciava scivolare il corpo e rimaneva disteso, immobile.

Poi prese a esprimersi più di rado. Io allora ero pronto a chiedergli di che cosa avesse bisogno, se potessi fare qualcosa per lui, ma era per me che lo facevo, per essere amato.

Le volte che mi stancavo di tacere davanti al suo silenzio, finivo a raccontargli com’era e come avrebbe dovuto essere il mondo. Non reagiva. Eppure non era assente, la sua indifferenza era priva di superiorità.

Lontano da lui non sapevo ricordarlo, come se fosse abbagliante e grande la sua presenza, la sua forma, impossibile da prendere con la sola memoria. Allora tornavo per provare a mandare a mente le parti, a una a una, e comprendere dove mi ingannavo.

Lo pregai di non lasciare intendere nulla di me a mia madre, giacché sapevo delle sue visite dall’ordine che lo circondava. Avevo imparato io stesso a non confessarle più i miei dolori. Perché lei non poteva capire alcunché di me senza soffrire.

Mia madre amava senza distinzioni e io in un impeto di ribellione avrei voluto insegnarle a notare le differenze e i meriti, a praticare la giustizia e a non cedere alle simpatie, alle debolezze.

Al vecchio descrissi il porpora dei tramonti, il giallo delle ginestre, il verde cangiante delle fronde. Non rispondeva ai miei discorsi, così ritornavo a guardare la sua veste sbiadita e logora riempita dal niente delle ossa. La sua magrezza era senza miseria. Una notte mi nascosi per vedere se prendeva il cibo e con quali movimenti, se cedeva finalmente ai bisogni, alle litanie dei gesti per mangiare, ma non riuscivo a stare sveglio oppure mi metteva in fuga un colpo d’ali o un verso di animale: mi era impossibile stare fermo troppo a lungo. A volte gli accarezzavo il capo come faceva lui con me.

Mi domandai come stargli vicino senza giudicare la sua inedia, senza sentirmi limitato dalla mia volontà di vivere, di agire. I suoi sussulti erano soltanto ripetizioni corporali, scatti privi di intenzione, i rumori segnali di meccanismi ancora funzionanti, senza alcun orgoglio, segnali che mia madre chiamava vita.

Non seppi mai se scegliere con cura cosa confidargli o se dire tutto, persino le banalità. Così ero goffo davanti a lui, che era perfetto, compiuto.

I bambini mi implorarono di lasciarlo, di tornare tra loro. Perché anch’io di nascosto desidero la vittoria e ripudio il fallimento, io cerco la salvezza, non la vita.

Lo minacciai di non tornare più, di non portargli il nutrimento che scartava, ma subito immaginai gli altri agire per lui con maggiore solerzia e vederli preferiti a me. Infine mi abbandonai alla sequenza delle azioni: andavo a fargli visita sempre più spesso, rimanendo inerme e stanco per la mia impotenza.

Quando lo colpii con le pietre e il remo era per lui che lo facevo, per restituirlo al mondo, per dargli la mia vita.

Vennero le donne dal paese a fare carne di vite sconosciute, a vegliare il vecchio e a piangere per noi che pensavamo ai nostri compiti, come lui ci aveva ordinato, senza smanie per il futuro né ricordi, fedeli al presente e ai suoi confini.

Cercammo sotto le fronde dell’olmo il punto esatto, misurammo e scavammo la fossa e preparammo la pira. Per prima cosa, collocammo le foglie nello spazio più basso, poi vi appoggiammo i rami sottili e infine grossi pezzi di tronchi, scelti tra i tagli della stagione avanti. Accendemmo il fuoco. Fui mandato a chiamare il maestro, che giunse accompagnato dai cani che sorvegliavano il borro sulla cima del monte.

Sentivo una grande forza e una sconfinata umiliazione, come di chi ha la vita senza averne merito e vi si abbandona.

Il maestro pronunciò l’elogio funebre mentre i cani latravano e gli orfani balbettavano parole oscure sottovoce.

Mia madre pregò gli orfani di tacere e diede loro ordini su come disporsi attorno al vecchio perché non le coprissero la sua vista. Poi gli si avvicinò per toccare il suo corpo: gli accomodò il vestito della festa, cucito con un nuovo filo giallo limone, e le dita si soffermarono sul colletto mentre gli spiegava cosa stava succedendo e cosa ne sarebbe seguito. Io sentivo le parole ma non le capivo. Premevo le mani sulle mascelle delle bestie, che si divincolavano.

Mentre il fuoco crepitava, il maestro si allontanò sulla barca, insieme ai più cari a me tra gli orfani, e le fiere si buttarono in acqua per seguirli. Guardai il corpo del vecchio e la sua assenza, scacciai tutti, li pregai di lasciarmi solo con lui.

Allora sciolsi il nodo sulla nuca e svolsi lentamente il velo nero, centimetro dopo centimetro: comparvero la fronte, il naso, la peluria disordinata tra le guance e il mento, su cui si indovinava un lieve taglio.

Fu in quel momento che riconobbi il mio volto.

Giovanna Piazza

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