GATTINI™#25: CARLOS

gattinideadtamag0tchi

DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI

Ci teniamo così tanto al contenitore dei nostri orrori indifferenziati (AKA GATTINI) da uscircene noncuranti delle incombenti otto di sera (ha ragione Francesco Quaranta) con un altro racconto di Luca Marinelli. Vi siete mai distesi su una montagna di spazzatura e allargato le braccia per poi muoverle come ali? Provate e diteci se riuscite a spiccare il volo. Il protagonista di Carlos attende solo una persona: il suo angelo che lo salvi dalla zozzura del tempo. 
Noi l’angelo l’abbiamo trovato da tempo, è DeadTamag0tchi, la copertina l’ha disegnata lei. A lunedì, miao.

Il salotto era una distesa di merda. Le mosche si infilavano nei cartoni della pizza vecchi di settimane, nei fori delle lattine accartocciate, ronzavano attorno alle chiazze asciutte di birra e bevande gasate disseminate un po’ ovunque, sorvolavano mucchi come nuvole di fazzoletti smocciolati o irrigiditi dalle sue calci organiche, si ammonticchiavano attorno alle mutande sgommate e poi dimenticate sul parquet.

Erano già passati due mesi da quando Anna se n’era andata, il lavandino della cucina era già otturato e la stanza era già un porcile. Lei gli aveva detto che se era un animale domestico quello di cui aveva bisogno tanto valeva comprarsi una cagna, che almeno una cagna in quella discarica di casa avrebbe potuto mangiarci per settimane senza che lui avesse dovuto muovere più un dito, lui aveva risposto amore, ma sei tu la mia cagna. Anche se glielo diceva spesso questa volta lei si era davvero imbestialita.

Tanto era questo quello che voleva, non è vero?, gli aveva urlato, non muovere più un dito; ma lei no, non ci stava più a queste condizioni, gli aveva promesso che lì non ci sarebbe tornata mai, neanche morta, o andava a finire che in quella topaia si ritrovava morta davvero: per il colera, però. Poi se n’era andata sbattendo la porta.

Lui era rimasto immobile, a fissare la coroncina di vischio appesa tremare per la botta. Oscillava rapidamente, perdeva energia, vibrava sempre più piano, infine si fermava; aveva pensato che un giorno o l’altro avrebbe dovuto toglierlo quel vischio di Natale, ma non in quel momento, in quel momento aveva solamente bisogno di farsi un po’ di roba.

Non aveva versato neanche una singola lacrima; i veri uomini fanno così, non si sciolgono in piagnistei da femminucce, e lui era un vero uomo: bastava un po’ di roba e tutto sarebbe andato per il verso giusto.

Carlos era un amico di amici, un armadio dominicano con l’alopecia galoppante; era un contatto affidabile, non faceva domande e ti portava la roba a casa in poche ore. A lui bastava questo, e in fin dei conti credeva persino di stargli simpatico; lo rendeva tranquillo, quel Carlos, con lui stava sicuro di non poter restare mai a secco, di avere sempre la benza per il giorno successivo. Questo almeno finché due giorni prima Carlos non era improvvisamente scomparso.

Avanzava verso il divano scostando con i piedi le lattine e la plastica accartocciata, i calzini si incollavano al pavimento, li doveva staccare a ogni passo; col tallone destro schiacciò d’un tratto qualcosa di viscido, sentì la presa sgusciare via, il piede scivolare in avanti, si fermò immediatamente. Come sempre succede la variazione repentina trapassò la pelle e lo colpì dentro, una scarica gli percorse la spina dorsale.

Alzò la pianta del piede e con le braccia la forzò verso il volto per guardare: una poltiglia giallastra e compatta sporcava il tallone, con due dita cominciò a raschiare; quando percepì l’umido sotto le unghie dovette ingoiare un conato. Sembrava pane marcio masticato e risputato lì, ma poteva giurarci: quello non era pane, proprio no. Prese a scuotere la mano per liberarsi dello schifo, gli schizzi si schiantavano sulla parete e lentamente rotolavano giù. Si portò le dita al naso, le labbra gli tremarono, la bocca s’incrinò di disgusto.

Alla fine arrivò al divano; sopra al televisore, lasciato acceso da chissà quanto tempo, c’era l’orologio analogico, segnava le tre.

Quarantasei ore, Carlos sarebbe dovuto essere lì quarantasei ore fa; lui si portò l’indice alla bocca, aveva un’unghia lunga e lercia: si incurvava lievemente verso il basso, come se stesse cedendo sotto il proprio peso. Cominciò a smozzicarla nervosamente con gli incisivi, partendo dalla punta, distruggendola con cura, era della stessa materia del bianco dimenticato: un marrone terrigno che chissà come c’era arrivato lì.

Fissava la porta; di certo Carlos aveva avuto un contrattempo, gli pareva di aver capito da un amico che era anche suo amico che quel Carlos avesse una sorella molto malata, dev’esserle successo qualcosa aveva pensato lui, la sua situazione deve essere peggiorata all’improvviso e così Carlos è dovuto andare a trovarla, sì di certo è andata così, ma sarà una cosa da niente, il tempo di risolvere e Carlos sarà di nuovo qui, poche ore, forse decine di minuti. Quando un’unghia terminava lui cominciava a rosicchiare la successiva, non si dava un attimo di respiro; d’un tratto, sbadatamente, si morse un polpastrello. Una schicchera di dolore gli schizzò al cervello, una goccia di sangue si espanse sulla pelle ruvida, per un attimo lo imbambolò; si fece curvo.

E se Carlos fosse stato pizzicato? Anna glielo diceva sempre quando era ancora lì, quel Carlos a lei non gli quadrava per niente, quel Carlos era un attaccabrighe, un tossico perdigiorno. Fu scosso da un tremito; ma no, cosa andava pensando, Carlos non era tipo da farsi arrestare, Carlos era uno cauto, un vero spacciatore professionista.

«Dove sei Carlos, perdio! Dove cazzo sei? CARLOOS!»

Guardava per terra, seguiva una mosca girare, e girare, e girare, un elicottero sulla megalopoli di scarti, tra i grattacieli di alluminio e plastica, attraverso i parchi di cartone e oltre.

Strappava con i denti la carne dalle dita come si strappa il mais da una pannocchia, il sangue scendeva a rivoli lungo le sue braccia e schizzava di tanto in tanto tappezzando di chiazze il divano e irrorandogli il volto, la strappava in nome del nervosismo.

Suonò il campanello. Lui schizzò in piedi; aveva il pollice tra i denti, tendendosi si strappò il dito, che gli rimase in bocca.
«Cafjdsrlwhosos!»
Mugugnò sconnesso. In pochi attimi era davanti alla porta. Sangue ovunque. Aprì e dietro c’era Anna; «Marco ma che caz…»
Non la vedeva da quando se n’era andata. Se la squadrò per bene, schizzi di sangue sul suo volto, lei paralizzata, senza ancora aver potuto realizzare veramente.
Lui era lì lì per soffocare, tossì una, due volte, sputò il pollice ai piedi della donna.
«Tu non sei Carlos».

Disse. Il suo viso era una maschera di disperazione, quello di lei un volto di vittima di un carnevale da incubo. Si fece indietro di qualche passo e le sbattè la porta in faccia.

Luca Marinelli

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