STELLA

4

Momusso, I’m fine, thanks.

“Uno scrittore deve poter parlare di tutto. Anzi, talvolta ha persino il dovere di farlo. La LETTERATURA™ ha d’altronde le spalle larghe, e può sopportare quasi qualsiasi peso. Quasi. Perché poi tutto dipende da come lo si fa, dallo scopo che ci si prefigge, dalle conclusioni che se ne tirano. I pedofili esistono e, se si sente il bisogno di parlarne, lo si può (e forse lo si deve) fare, ma a patto di restare autentici e veri fino alla fine. È-letteratura-questa? E, se letteratura non è, come giudicare un’operazione editoriale il cui cinism” Questa è Stella di Maurizio Donazzon, nato a Treviso nel 1961. Dal 2009 tiene corsi di Scrittura creativa presso l’Arci di Treviso dove lavora come Responsabile dei corsi di cultura e di lingue. Dal suo “Laboratorio sull’intervista” è stato tratto il volume “Storie di vita migrante”, Terra Ferma Edizioni, 2015, con dieci interviste di migranti.
Suoi racconti sono stati pubblicati nelle antologie “I racconti del caffè” (Caffè letterario Moak, 2003), “Incontri in biblioteca” (Stylos, 2004), “Leggendo con tanta intensità che…” (Stylos, 2005), “Angeli” (Keltia Editrice, 2005), “Amore” (Keltia Editrice, 2006). Altri racconti sono stati pubblicati nelle riviste on-line WebSite Horror e Cinque Capitoli.
L’illustrazione è di Momusso.

Con la giacca del completo piegata sull’avambraccio, l’uomo entrò al Grand Hotel Mirana trascinando il trolley e si diresse alla reception.
«Ho prenotato una singola per due notti a nome Donadi. Aldo Donadi».
Il receptionist si concentrò sul registro, sfogliò le pagine e poi chiese all’uomo quando era stata fatta la prenotazione.
«Circa due mesi fa». Donadi aprì una tasca esterna del trolley e porse all’addetto la stampa di una e-mail. «C’è qualche problema?»
«Nessun problema, signore», rispose mentendo. Di sicuro c’era stato un errore, ma l’addetto sapeva di non potere contattare il direttore: chiunque nell’hotel sapeva che odiava essere disturbato in palestra, durante i suoi esercizi. Si risolse a fare da sé.
«Ecco. Mi scusi», disse dopo aver finto di rileggere con attenzione l’e-mail e controllato di nuovo il registro, «camera 301».
Prese la chiave da un cassetto sotto il bancone, invece che dal quadro dove erano appese le altre, e gliela consegnò. Il portachiavi di plastica trasparente con inciso il numero verniciato di rosso aveva un angolo scheggiato. Donadi ci passò sopra il dito.
«L’ascensore è dietro la colonna, la camera è al terzo piano», proseguì ritrovando il sorriso. Seguì Donadi con lo sguardo, finché non si chiusero le porte dell’ascensore.
Allora smise di sorridere.

Il direttore si insaponò con cura sotto il getto d’acqua bollente, inalando la fragranza maschile del bagnoschiuma. I polpastrelli strofinavano la pelle tesa sopra i muscoli torniti dagli esercizi regolari. Riceveva molti complimenti delle clienti dell’albergo perché non dimostrava affatto i suoi cinquantacinque anni, grazie anche ai capelli sale e pepe tagliati cortissimi.
All’uscita della palestra scorse due ragazzine che ridevano rumorosamente. Il suo sguardo scese dai lunghi capelli lisci alle natiche sode fasciate dagli shorts, e poi giù sulle gambe nude e agili. Dovevano avere tredici o quattordici anni e la loro pelle elastica sembrava possedere la delicatezza di un petalo di rosa. Invitanti e tenere.
La visione di un asciugamano bianco, zuppo di sangue, si intromise nei suoi pensieri. Scosse la testa per scacciare l’immagine e tornò verso l’hotel.

Donadi appoggiò la giacca sul letto. Si sarebbe concesso una passeggiata rilassante prima della cena, poi avrebbe letto la relazione per il convegno. Non male come programma.
Aprì l’anta dell’armadio e balzò all’indietro per la sorpresa. Una ragazzina stava raggomitolata in un angolo, abbracciata stretta alle ginocchia. Sembrava addormentata. La massa di capelli castani striati di azzurro si mosse lentamente mostrando il viso triangolare, pallido, e due occhi tristi.
«Ti prego, aiutami», implorò con un filo di voce.
«Cosa ci fai qui?»
La ragazzina uscì dall’armadio. Minuta e scalza, vestiva con una canotta e degli shorts di maglia rossi. Si avvicinò a Donadi che si ritrasse.
«Mi cercano. Vogliono portarmi via di qui», disse.
Donadi fissò i suoi occhi nocciola, poi abbassò lo sguardo.
Scuotendo la testa, la ragazzina ripeté che volevano portarla via. I piccoli capezzoli puntuti spingevano da sotto la canotta rossa. Donadi rigirò la fede tra le dita.
«Dove sono i tuoi genitori?», chiese.
La ragazzina sorvolò con un gesto vago della mano. «Tu come ti chiami? Io sono Stella».
«Non puoi stare qui», disse Donadi.
«Ti prego, ti prego, ti prego… Mi stanno cercando».
«Ma chi?», chiese Donadi spazientito. L’imprevisto rischiava di far saltare i suoi programmi.

La ragazzina si sedette sul bordo del letto mettendosi a piangere. La schiena gracile mostrava i bozzi delle vertebre. Alzò la mano per tamponarsi gli occhi, il polso imbruttito da una lunga cicatrice.
«C’è qualcuno che vuole farti del male?», chiese Donadi. «Posso chiamare aiuto».
«Fammi stare qui, che ti costa? Non prendo tanto spazio». Lo guardò con gli occhi umidi, accennando un sorriso.
«Ma insomma…» Donadi allungò la mano per sfiorarle una spalla, nel tentativo di farla calmare per poi convincerla ad andare via.
«Non toccarmi!», urlò Stella stringendo il copriletto coi pugni. «Siete tutti uguali voi uomini!»
«Ora basta con queste stupidaggini. Chiamo la direzione», disse Donadi e si diresse verso il telefono della camera.
«Non vuoi vedere dove mi sono fatta un tatuaggio?», chiese lei. Si tolse gli shorts, non aveva slip, i segni bianchi del costume schiarivano la sua pelle già diafana. Accanto al pube, sulla sinistra, era tatuata una stella azzurra.
«Sono andata a farmela con un amico più grande», sorrise. «Ti piace?»

Donadi distolse lo sguardo dal pube. Partì una canzoncina stupida che fece ridere Stella: sua moglie lo chiamava al cellulare.

«Novità?»
Il receptionist si mosse inquieto.
«Qualcosa non va?», indovinò il direttore.
«Ecco… Ho dovuto assegnare a un cliente la camera 301, siamo al completo per domani».
Sembrò che uno scultore invisibile modellasse il volto del direttore, assottigliando le labbra, squadrando la mascella e tirando verso il basso gli angoli degli occhi e della bocca. «Avevo ordinato esplicitamente di non utilizzare quella camera. Perché non me l’hai detto?»
«Lei era in palestra…»
«Sposta immediatamente il cliente nella suite libera e cercane una al Gran Palace dove alloggiare gli ospiti di domani. Liberami la 301».
«Per una settimana?», si stupì l’addetto fissando il direttore.
«Per una settimana. E sposta subito il cliente».

«Ciao, amore. Sono arrivato adesso», disse Donadi alla moglie.
Stella si spogliò, lasciando cadere la canotta rossa sul pavimento.
«Stavo per chiamarti», continuò lui zigzagando con lo sguardo sui tratti scuri nel bianco filiforme del corpo nudo di Stella: capelli, sopracciglia e occhi castani, capezzoli dall’aureola insolitamente estesa, pube castano, il tatuaggio dai contorni blu. La ragazzina gli fece segno che sarebbe entrata in doccia. Donadi scosse la testa impotente.
Sospirò: «Tra due giorni sono di nuovo a casa, amore… Lo so che ti senti sola. Anch’io ti penso. Insomma, non c’è bisogno di essere triste».
L’acqua scorreva in bagno.
Sentì canterellare la stupida musichetta del suo cellulare.
«Scusa, non volevo essere brusco. È che sono preoccupato per domani».
Stella uscì dalla doccia. Vedendola, Donadi affrettò i saluti al telefono.
«Devi andartene», disse poi alla ragazzina.
«Non arrabbiarti». Lei gli si avvicinò mentre si strofinava i capelli con l’asciugamano.
«Adesso!», disse Donadi alzando la voce.
«Vuoi che me ne vada?», gridò Stella lasciando cadere l’asciugamano sul pavimento, «Bene, allora esco così come sono. E urlerò che un merdoso panzone voleva violentarmi. Sai quanti anni ho? Tredici!»
Agitava le braccia pallide, mostrando il busto segnato dalle costole.
«Smettila su…»
«Che cazzo dirà tua moglie? E i tuoi figli?»
Donadi si sentì improvvisamente stanco, non reagì più. Finché qualcuno bussò alla porta e Stella rimase in silenzio.

«Signor Donadi? Sono l’addetto alla reception».
Raccolti in fretta gli shorts e la canotta rossi, la ragazzina si infilò nell’armadio chiudendosi dietro l’anta. Donadi vide sul pavimento l’asciugamano bagnato. Prima di aprire lo ripose in bagno.
«Abbiamo commesso un errore. Questa non è la sua camera. Ci scusiamo per il disagio, le abbiamo messo a disposizione la suite verde».
«La camera va più che bene», disse Donadi spalancando la porta per dimostrare che tutto era a posto.
L’addetto sbirciò dentro. «Vedo che non ha ancora disfatto i bagagli», disse indicando con il dito il trolley blu, «allora possiamo salire subito».
«Ringrazi pure la direzione, credo che resterò qui…»
«È suo il cellulare?», disse l’addetto indicando uno smartphone rosa sul comodino.
«No. Io… non so di chi sia. Non l’avevo neppure notato».

Rabbrividì. Che gli era preso? Ora aveva fretta di uscire da lì, non ne voleva più sapere. Raccolse giacca e trolley mentre il receptionist entrava per recuperare lo smartphone rosa. Per controllare se il cliente avesse dimenticato qualcosa, aprì l’anta dell’armadio.
«No!», si lasciò sfuggire Donadi.
L’armadio era vuoto. Donadi sentì il cuore che, dopo essersi fermato, ricominciava a battere. Guardò imbarazzato l’addetto e balbettò delle scuse poco convincenti. Uscirono dalla camera che tornò buia e silenziosa.

L’addetto trovò il direttore in attesa alla reception: voleva sapere se tutto fosse sistemato. Gli porse lo smartphone.
«Tutto in ordine, solo quel telefono. Non è del cliente».
«Ci penso io». L’aveva riconosciuto: era il cellulare che aveva regalato a Stella. Come poteva essere rimasto là?
Aspettò di arrivare in ufficio per accenderlo. Ricordava la password, papi, come lo chiamava lei. Controllò la rubrica, non c’era il suo numero, bene. Cancellò il registro delle chiamate. Sfogliò nella cartella nbkv le foto che le aveva scattato in varie pose. Sull’abbronzatura dorata risaltavano i segni bianchi del costume, ed ecco la stella tatuata che le aveva regalato, da cui iniziava a baciarla. Accavallò le gambe.

Lui sapeva cosa desideravano tutte quelle ragazzine, con i loro corpi acerbi, smaniosi di diventare adulti. Se si fossero limitate solo a quello… Ma qualcuna di loro, purtroppo, si innamorava. Come Stella. Per fortuna era stato prudente, nessuno aveva potuto sospe… Cazzo! C’erano anche delle foto di lui! Le cancellò subito.
Il telefono era troppo compromettente, andava distrutto. Tuttavia lo spense per nasconderlo in un cassetto della scrivania che chiuse a chiave.

Il receptionist lo chiamò di nuovo. La signora delle pulizie mandata a riassettare la camera 301 voleva parlare con il direttore in persona.
«Guardi, direttore, guardi. Io qua non tocco niente!»
Sul pavimento del bagno c’era un asciugamano bianco intriso di sangue, nel lavandino delle sgocciolature rosse terminavano la loro corsa nel buco nero dello scarico. Labirintiche impronte di minuti polpastrelli decoravano le piastrelle azzurre.
«Questa camera è maledetta», continuò la donna.
«Signora, cerchiamo di essere professionali», disse il direttore.
«È già la seconda volta che succede…»
«Signora, non saltiamo alle conclusioni. Il cliente si è tagliato facendosi la barba. L’albergo non ha bisogno di fantasie».
«Fantasie? Quelle sono le impronte della ragazzina, me le ricordo bene! Non voglio averci niente a che fare con i morti», si fece il segno della croce. «La camera la faccia pulire da qualcun altro. Io qui non ci resto».
«Signora, se non desidera rassettare la stanza, va bene. Per questa volta. Ma per favore si calmi. E non parli di maledizioni o morti o che so io. Altrimenti dovrò pensare che questa non sia un’occupazione adatta a lei. Le ripeto: l’albergo non tollera la pubblicità negativa».
La signora lo guardò con grandi occhi da pesce, il timore concreto di perdere il lavoro sembrò attenuare la paura del soprannaturale.
«Signor direttore, non volevo certo mancare di rispetto a lei, o all’albergo, ma quella brutta storia…»
«Non si preoccupi, signora, ha segnato tutti noi», la interruppe il direttore con un sorriso, «si prenda una pausa, mando una sua collega».

Il gruppo cui si era aggregato Donadi era a pranzo in un ristorante con vista sul canale. La giornata era tiepida e assolata, e il viavai di turisti non disturbava l’atmosfera distesa della compagnia. Erano già le due e mezza e a breve sarebbero tornati alla conferenza.
Di malavoglia, Donadi si allontanò dai colleghi per telefonare alla moglie. L’acqua del canale brillava sotto il sole, creando precarie scaglie luminose che, come pesci, si immergevano nelle onde opache.
«Ciao, amore, ti stai divertendo?», disse la moglie facendolo sentire in colpa.
«Pensavo sarebbe bello prendersi qualche giorno di vacanza», disse lui.
«Io vorrei tu fossi qui».
«Ci vediamo domani, non fare così».
«Quando tu vai via io resto sempre così sola in questa casa».

Donadi sospirò. Non sarebbe mai finita quella tortura? Ma perché non potevano godersi la vita e basta, invece che rimuginare e struggersi su ciò che non potevano avere?
«Ci siamo io e te. Questo è l’importante», disse. Le onde verdastre sollevavano archi di schiuma sudicia.
«Sì, ma se solo trovassimo il modo di…»
I colleghi si alzarono per pagare. Uno gli fece cenno che stavano per andare: «Scusa amore, devo scappare, ci sentiamo stasera».
Donadi si tuffò nel rassicurante, frivolo cameratismo dei colleghi, affogando quel senso di impotenza che gli rimescolava lo stomaco ogni volta che la moglie toccava l’argomento dei figli.

Donadi era su di giri. Aveva bevuto qualche bicchiere di vino in più a cena. Avrebbe voluto continuare a passeggiare nelle stradine della città, strette e dalla luce fioca, alla scoperta di angoli caratteristici al di fuori dei percorsi turistici, ma il giorno dopo doveva presentare un’altra relazione, quindi tornò in stanza.
Uscendo dal bagno dopo la doccia, l’asciugamano avvolto attorno ai fianchi, scoprì Stella che gli sorrideva, seduta su una poltrona. Il suo buonumore fu spazzato via di nuovo.
«Raccontami cosa hai fatto oggi, papi».
«Non chiamarmi così».
«Non sarai arrabbiato con me per quello che ti ho detto?» Stella si passò una mano tra i capelli. «Mi dispiace, davvero».
Gli occhi le luccicarono. «Facciamo pace, ti va?» Accavallò una gamba sul bracciolo della poltrona e sorridendo fece dondolare il piede minuto.

Il corpo di Donadi restituiva il calore della doccia e il vino, a cui non era abituato, ammorbidiva i suoi pensieri. Stella inarcò la schiena piegando la testa all’indietro, i piccoli seni in evidenza.
Squillò il cellulare e Donadi ebbe un moto di ribellione. Era senz’altro la moglie, doveva rispondere, altrimenti sarebbero stati guai. Stella lo guardava stringendo le labbra, sembrava dispiaciuta dell’interruzione. Avrebbe potuto prendere la chiamata e sfogare con la moglie l’esasperazione, il tormento, il senso d’impotenza che lo schiacciavano quando discuteva con lei. Cosa doveva fare per superare quella montagna di infelicità che avevano accumulato e raggiungere la luminosa pianura di gioia e di amore che poteva aprirsi di fronte a loro?

Donadi rimase immobile e infine rifiutò la chiamata. Allora la ragazzina balzò dalla poltrona, si liberò dei pochi vestiti e si buttò di pancia sul letto. Le natiche risplendevano di un pallido bianco e, quando Stella si piegò per alzarsi, si aprirono come un frutto che mostra la sua polpa matura. Si mise di fronte a Donadi, seduta sui talloni: era così leggera che sembrava fluttuasse sul copriletto.
«Vieni, giochiamo».

Da quanto non si sentiva anche solo desiderato? Lasciò cadere l’asciugamano e con il pene eretto si avvicinò alla ragazzina, esitante ma carico di desiderio. Da quanto non stringeva a sé un corpo nudo? Allungò la mano, sfiorando la pelle luminosa che gli veniva offerta. Da quanto?

Vide la lametta guizzare veloce come il riflesso di un pesciolino argentato che balza fuori dall’acqua. Non sentì quasi dolore. Il sangue caldo zampillò dal polso, gocciolando sul copriletto. Guardò confuso il braccio che si tingeva di rosso vivo, poi Stella davanti a lui, calma. Tentò di tamponare la ferita. Un guizzo. Anche dall’altro polso sgorgò allegro il sangue. Stupito, vide la ragazzina che galleggiava sul letto. Si lanciò verso la porta. La lametta aprì la giugulare. Caldo e appiccicoso, il sangue cominciò a scorrergli sul petto.

«Aiuto! Aiuto!», gorgogliava stringendosi la gola. Calpestò l’asciugamano bianco. Un taglio si aprì anche nella vena femorale, il sangue sprizzò sul pavimento.
«Aiuto! Aiutatemi!», avrebbe voluto urlare ma non aveva fiato. Tentò senza successo di aprire la porta della camera, ma le mani scivolavano sul pomello. Raccolse l’asciugamano per tamponare la ferita all’inguine.
Un brivido lo percorse, aveva freddo perché era nudo, nudo e stanco, molto stanco. Debole. Non voleva morire. Stella lo guardava triste, si era rivestita con la canotta e gli shorts rossi. Era stanco e voleva solo riposare. Si lasciò cadere sul pavimento. No! Doveva reagire, chiamare aiuto. Non voleva morire. Non voleva chiudere gli occhi, abbandonarsi al sonno. Magari giusto un attimo, un attimo e poi avrebbe chiamato sua moglie per dirle che la amava…

Ben prima che dal receptionist, il direttore seppe tutto dall’odiosa musichetta che risuonava nel cassetto.
Lo aprì e spense lo smartphone rosa di Stella. Tolse la SIM e la fece a pezzi, poi fracassò anche il cellulare.

Maurizio Donazzon

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