ROCK CRIMINAL #22: SELENA

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Momusso, Se potessi eliminare qualcosa che ti rende pesante, di cosa vorresti liberarti?

Il 16 aprile 1971, a Lake Jackson (Brazoria, Texas), nasceva Selena Quintanilla-Pérez. Dal 1995, nello stesso giorno, si festeggia il Selena Day, per celebrare “The Tejano Madonna”, l’icona più popolare e di successo della musica latina degli anni Novanta, assassinata a soli 23 anni da Yolanda Saldívar, la Mark Chapman della Tex Mex music. Rock Criminal, la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e (dei sempre più ampi) dintorni, è alla ventiduesima superba puntata.
L’illustrazione è di
Momusso.

La donna barricata nel furgone rosso è un’assassina ed è grassa. Avrebbe voluto essere come lei, la sua vittima: vita esile, fianchi e cosce torniti, culo alto e tondo da far girare la testa e il resto della giusta misura. Invece, guarda là: bassa e sovrappeso. Nessuno si sarebbe voltato per lei, se non per deriderla. Nessuno l’avrebbe applaudita. Niente lettere d’amore. Era inutile, i fianchi non si snellivano, la pancia strabordava, le gambe erano più larghe che lunghe e il sedere, beh, il sedere non aveva proprio forma. Eppure aveva provato tante volte a mettersi a dieta, a fare un po’ di moto, insomma, a migliorare la propria condizione fisica. Fino a farne un’ossessione. Si era anche diplomata da infermiera per ottenere quelle conoscenze di medicina che l’avrebbero aiutata, magari a sposare un bel chirurgo estetico che sapesse cosa fare del suo sgraziato corpo. Ma era finita a esercitare la professione in qualche ospedale e a domicilio per i malati terminali di cancro. Sai che allegria. Non c’era stato niente da fare. La sfortuna e la genetica erano quelle che erano.

Selena Quintanilla-Pérez, per i fan latinoamericani e il mercato discografico solo Selena, era sempre stata bellissima. Yolanda Saldívar non aveva mai avuto una stagione di bellezza. Selena aveva sposato Chris Pérez, l’avvenente chitarrista della sua band, i Selena y Los Dinos. La donna dentro il pick-up GMC bloccato nel parcheggio del motel Days Inn, tenuto sotto tiro dalla polizia e dalle emittenti televisive texane e messicane, è sola, non stacca la Taurus modello 85 dalla sua tempia e pensa che anche alla tv verrà bassa e grassa. Certo, era il suo momento di celebrità, sempre all’ombra della regina della musica tejano, sempre e soltanto la presidentessa del suo fan club e manager dei suoi due negozi di abbigliamento e istituti di bellezza di Corpus Christi e San Antonio, ma per questa occasione avrebbe voluto apparire un po’ meglio, almeno truccata bene, quel tanto da toglierle il sottomento, illuminarle il volto, un’espressione meno arcigna e meno rughe.

Un abito che la snellisse (sì, come se dopo un omicidio ti danno il truccatore e lo stilista, neanche a dire che poteva portarseli dietro dalle boutique che dirigeva: dalla Selena Etc. era stata licenziata con infamia tre settimane prima, e poi, comunque, quando aveva provato qualche trattamento, non è che avesse avuto tutto questo successo). Vorrebbe che i telespettatori non vedessero chiari nel suo aspetto i motivi dell’omicidio. Poiché è consapevole che quando si arrenderà, le telecamere saranno impietose. Allora non potrà fare nulla per nascondere il fatto che ha ucciso perché è una donna invidiosa e gelosa: se non poteva avere l’avvenenza, la gloria e l’amore, l’amore incondizionato, sconfinato ed eterno di tutta la popolazione latina del Texas e del Messico, della sua mai stata sua Selena, almeno poteva rubarle i soldi e il potere sulle attività commerciali. Era un modo per possedere qualcosa della donna che più ammirava al mondo. E Selena l’aveva cacciata dalla sua splendente vita. Le avrebbe rubato pure la vita.

Piove, il 31 marzo del 1995. È venerdì santo e quella è la passione di Yolanda Saldívar, la sua Via Crucis lunga otto ore a Corpus Christi, Texas. I fan della cantante piangono, pregano e intonano le sue canzoni come un triste, disperato rosario, le radio locali e nazionali interrompono la normale programmazione per mandare la sua musica e lei urla alla SWAT e alla CNU dell’FBI, radunate dall’altra parte della strada davanti alla stazione di servizio Exxon, che si ucciderà se… Se cosa? Non lo sa nemmeno lei. Sa che non le lasceranno la via aperta sull’Highway Interstate 37 che porta all’aeroporto internazionale. Sa che se tenterà di scappare, gli agenti scelti saranno capaci di piantarle un proiettile in testa al suo posto – anche se vorrebbero prenderla viva per esibire nei tg l’assassina della più grande cantante Tex-Mex della storia. Ma anche lei non vuole morire. Prolunga l’assedio perché è troppo bello e drammatico essere in diretta.

Aveva dato appuntamento a Selena nel motel su Navigation Boulevard. L’aspetta, seduta sul letto. Voleva vederla a tutti i costi.
«Ti prego», le aveva detto. «Ti prego. Un’ultima volta».
Selena accetta di incontrarla solo per risolvere le questioni finanziare rimaste in sospeso; non aveva nessuna voglia di ascoltare i suoi piagnistei, di sentire altro. Solo per questo si trova nella stanza dell’hotel sull’autostrada.
«Stai lontana da lei», l’aveva avvisata il padre, Abraham Quintanilla Jr. «Può farti del male, più di quanto te ne abbia già fatto».

L’arma nella borsetta, da usare in qualche modo. Forse Yolanda ha già deciso come. Forse no. Forse vuole usarla per convincerla a ritirare il suo licenziamento. A tenerla ancora con sé. Le racconta nei dettagli della violenza sessuale subita due giorni prima a Monterrey, perpetrata da chi non si sa. L’aveva già confessata a Ricardo Martinez, un chirurgo plastico che stava aiutando Selena ad aprire un altro negozio nella città messicana dove risiedeva e dove la Saldívar sosteneva fosse avvenuto il fatto – «Le mandava dei fiori», dirà Yolanda. «Non era solo un rapporto di lavoro». Muore di gelosia. Ne parla prima a lui pensando che possa convincere Selena a incontrarla, visto che Selena non vuole più comunicare con lei; il dottore non le dà retta e chiude bruscamente la chiamata. Non le resta che provarci direttamente. Al telefono le dice per la prima volta della violenza, singhiozza, appare turbata, confusa, ma il marito di Selena non vuole che parli più con quella donna e, soprattutto, che la incontri la sera stessa, a tarda ora, come le supplicava di fare Yolanda, né in qualunque altro momento. Non si fida. Nessuno dei due crede allo stupro. Tutta la famiglia Quintanilla è ostile nei suoi confronti. Le dice di attaccare.

«Alle sette e mezza. Ti aspetto domani mattina alle sette e mezza al Days Inn, ok?», conclude Yolanda.
«Non lo so… porta i documenti», le risponde Selena.
La notte non riesce a dormire. Alle sette e trenta, senza aver detto niente a Chris Pérez, si presenta nel luogo stabilito accompagnata dallo stilista della sua griffe Carlos Morales.
«Chiudiamo la questione economica e poi ognuna per conto suo», le dice Selena, decisa e sbrigativa.
La colazione sul tavolo. Intatta.
«Bevi almeno il caffè o un succo di frutta».
«No, grazie, non prendo niente».

Risulta lampante che la storia della violenza in territorio messicano, della quale Yolanda ha ripreso a parlare, insiste lamentosa, si mostra ancora sconvolta e accusa dolori al basso ventre, è una goffa menzogna creata per impietosirla e perdere tempo, distrarla. Yolanda non tira fuori le carte contabili. Non le restituisce la carta di credito. Non la smette di compiangersi. Selena l’accompagna al vicino ospedale per una visita e farla finita una volta per tutte con quella balla.
«Dai, vediamo davvero come stai. Adesso vieni con me».
La dottoressa non trova nessuna traccia di stupro. Solo un forte stato depressivo e un paio di lividi che poteva esserseli provocati in qualunque modo.
«Aveva ripreso a sanguinare. La mia vagina, a sanguinare per le lacerazioni», ripete la Saldívar, nonostante l’evidenza della sua bugia. La dottoressa scuote la testa e non sa che dire. Tornano all’albergo, perché adesso Selena pretende i documenti tutti e subito. Ci sono anche dei campioni di profumo da restituire, reclama pure quelli.
«Avanti».

Yolanda le dice che la sua sfiducia è ingiusta, ingiusto il suo tono, le dice che per lei aveva fatto tutto, aveva portato il suo fan club a essere il più importante che un’artista di origini messicane avesse mai avuto. Aveva contribuito come nessun altro al successo dei suoi negozi. Aveva rinunciato alla sua carriera nell’ambito medico e all’amore di un uomo per amare lei, solo lei, la sua stella brillante nel cielo del Texas e nel suo immenso cuore.
Ma no, invece no e no, non aveva fatto niente di tutto ciò, la rimprovera Selena. Aveva sottratto oltre sessantamila dollari dalla Selena Etc. e dal fan club, ne aveva le prove, alza la voce. Aveva falsificato assegni, aveva licenziato molti dei dipendenti delle boutique perché sospettavano delle sue attività illegali (dubitavano di una donna coinvolta in passato in questioni analoghe ai danni di due ospedali), o solo perché non sopportava come la guardavano, come guardavano lei, la sua padrona, il suo amore, solo suo, lo notavano tutti che Yolanda ne era innamorata, «quella lesbica schifosa», come sembra l’avesse definita Quintanilla Jr. Per l’affetto e le attenzioni che lei ricambiava, per la loro dedizione. Tutto era partito dalle indagini fatte proprio da Abraham Quintanilla Jr., manager di Selena e fondatore della prima formazione dei Los Dinos, in seguito alle proteste di molti fan che avevano pagato la quota associativa al fan club senza aver mai ricevuto i gadget promessi, e ai racconti di Morales sul suo comportamento in negozio. Da lì a verificare i bilanci delle società fu facile. Un danno di immagine, oltre che economico. Ecco cosa aveva provocato Yolanda l’ingrata.

Yolanda Saldívar era una ladra, una truffatrice, un’infedele, una bugiarda. Non meritava niente, se non di finire in prigione. Ma Selena frena la furia del padre e rinuncia a denunciarla in cambio dei documenti, dei campioni di prova di un nuovo profumo da lei sottratti e di non vederla più. Soprattutto questo. Mai più. Fu quel mai più che a Yolanda fece tirare fuori dalla borsa il revolver.

«Avevo portato la pistola perché se Selena non mi avesse creduto mi sarei ammazzata davanti ai suoi occhi. Sì, Vostro Onore, volevo farla finita. Non potevo sopportare quelle calunnie. L’odio di una ragazza alla quale avevo dato tutto e che ora mi scaricava in quel modo», dirà in tribunale. «Poi stava andando via, io l’ho pregata di rimanere, la pistola ancora in pugno, verso di lei, non so perché verso di lei, forse indicavo la porta e… è partito un colpo, non so come».

Il colpo è un proiettile calibro.38 a punta cava, che provoca danni irreparabili. Si conficca nella clavicola destra di Selena, sparato alle sue spalle mentre la cantante sta aprendo la porta rossa della camera per fuggire. Esce. Per circa centoventi metri, attraverso lo spiazzale con le aiuole dell’albergo, si trascina in una lunga scia di sangue che sembra un sinistro strascico di un abito da sposa, per raggiungere la hall. Qui cade a terra. Riesce a dire che la donna della stanza 158 le ha sparato, riferirà in tribunale la vicedirettrice del motel Rosalinda Gonzalez. Sono le undici e quarantanove del mattino. Viene soccorsa subito da Carlos Morales che l’aspettava in macchina ed era accorso sentendo le urla provenire dalla camera e poi lo sparo. La direttrice generale dell’hotel, Barbara Schultz, chiede alla receptionist Shawna Vela di chiamare il 911. Shawna sta per vomitare per tutto quel sangue. Il direttore alle vendite del motel Ruben DeLeon tenta con ciò che ha sotto mano di tamponare la ferita. Selena gli dice il nome della sua assassina tuffandolo nel sangue. Il sangue è un fiume in piena, travolge tutto: l’incantevole voce di Selena che ce la fa ancora a sussurrare un debole e spaventato «Aiuto, mi sparerà di nuovo, chiudete la porta», poi il suo sguardo che si fa assente, si perde lontano, oltre il momento, oltre il motel, oltre il Texas, oltre i ricordi, oltre i motivi, i suoi sensi che se ne vanno trascinati come una barchetta di carta su un affluente diretto impetuoso verso il mare, fino alla sua luminosa, al punto da accecare, bellissima e tragica vita. L’ambulanza. Un paramedico, Richard Fredrickson, sentendole il battito cardiaco sul collo, capisce subito che non c’è più niente da fare. Ci prova comunque. Le toglie il maglione verde con il quale cerca di rallentare l’emorragia, le applica un tampone di vasellina mentre un altro infermiere tenta un massaggio cardiaco, poi un’endovena, ma l’ago scivola fuori, spazzato via da tutto quel sangue che la sta svuotando rendendola una bambola floscia. Dalla spalla ai piedi.

Arrivata al Corpus Christi Memorial Hospital alle dodici, per circa un’ora i medici, guidati dal dottor Louis Elkins, fanno di tutto per ripristinare il sangue perduto e riparare i danni: la clavicola è distrutta, un polmone danneggiato in maniera irreversibile e l’arteria succlavia destra è stata recisa in due. Provano anche ad agire direttamente sul muscolo cardiaco aprendole il torace, ma è un ultimo tentativo disperato. Come tutto il resto, si sapeva. Concitazione, rabbia e lacrime per quella vita di ventitré anni che se ne va dissanguata all’una e zero cinque del pomeriggio.

La donna sul furgone rosso ancora non sa che Selena è morta. A ogni minimo movimento della polizia verso di lei, si porta la pistola alla tempia, ma non preme il grilletto. I due negoziatori dell’FBI, Larry Young e Isaac Valencia, cercano di convincerla a gettare l’arma e a uscire con le mani alzate bene in vista. Fino alla sera alle otto, Yolanda Saldívar minaccia di spararsi, e non si spara.

«Perché non l’ha fatto? Perché frignava di voler morire e poi aveva paura che la polizia le sparasse?», farà notare in tribunale il procuratore distrettuale capo Carlos Valdez. «Perché, se come dice la signora Saldívar, non voleva fare del male alla sua amica ma solo a se stessa, non l’ha prontamente soccorsa? Eppure la signora Yolanda Saldívar è un’infermiera professionista. Non ha neanche chiamato il numero d’emergenza. No, signori giurati. Non credete a questa donna bugiarda che si è inventata uno stupro. Guardate questi vestiti: sono gli abiti che l’imputata indossava il giorno della presunta violenza. Bene, i periti hanno provato che sono stati strappati intenzionalmente e non in un atto come quello raccontato dall’imputata. Sicuramente ha provveduto lei stessa a strapparli. Ma d’altronde la signora Saldívar ha anche accusato in aula il padre della vittima di aver abusato sessualmente di lei più volte e di averla minacciata, puntandole un coltello alla vagina, che l’avrebbe uccisa se fosse andata alla polizia».
La giuria guardò interdetta verso l’accusata: c’era da ridere.

«Vi ricordo che la signora Norma Marie Martinez, cameriera del motel», continuò il procuratore distrettuale, «ha testimoniato di averla vista inseguire Selena Quintanilla-Pérez dopo lo sparo, con l’intenzione di premere ancora il grilletto, la pistola puntata, poi ha desistito, accorgendosi che qualcuno la stava osservando, ed è tornata nella sua stanza. Le urlava dietro “puttana”! Questo le diceva. Le gridava “puttana” e avrebbe voluto finirla».

Yolanda sa che il processo sarà un altro momento di celebrità. Per quell’occasione si sarebbe vestita bene. Forse avrebbe perso un po’ di peso. Si sarebbe sistemata i capelli. C’è il parrucchiere in prigione? Le televisioni avrebbero messo le luci giuste. Non come in quel parcheggio allagato di pioggia con le sirene e i fari così fastidiosi. Avrebbero guardato tutti lei e non più Selena. Sarebbe stata la voce di Selena. Il sinistro ricordo della cantante stampato sulla sua brutta faccia maya. L’avrebbe posseduta per sempre.
Poi avrebbe rilasciato interviste dal carcere alle maggiori emittenti di lingua spagnola. Raccontando verità irrivelabili, come il rapporto extraconiugale tra Selena e il fascinoso chirurgo estetico consumato in sordide stanze d’hotel. False identità. Occhiali scuri e parrucca per non farsi riconoscere. L’“Amor Prohibido”. Avrebbe detto che in realtà la lite, quella disgraziata mattina, era avvenuta proprio per via di quel rapporto segreto di cui lei era la sola a essere a conoscenza, per un po’ le aveva retto il gioco, ma ora la cosa si stava facendo seria e pericolosa.

«Sei sposata, figliola. Anche lui è un uomo sposato. Ma che stai facendo, Selena?».

E Selena non voleva ascoltarla. Urlava e rispondeva che era una ladra, come l’aveva convinta il padre per non perdere il controllo sulla figlia, sempre più indipendente, sempre più legata a lei, la sua unica fedele amica, un padre che la costringeva a subire chissà quali inconfessabili atrocità. Come aveva fatto a lei. Sì, avrebbe raccontato una storia del genere. Agli ispanici sono sempre piaciute le telenovela. Ogni tanto avrebbe pianto mantenendo il controllo, non voleva apparire una squilibrata, ma solo una vittima, anche lei. E avrebbe continuato a sostenere che era stato un incidente. Nient’altro che un maledetto incidente. Il tutto sarebbe andato in onda in prima serata. In prigione c’è la tv.

Il 23 ottobre 1995, Yolanda Saldívar sarà riconosciuta, dalla giuria del tribunale della Contea di Harris a Houston composta da sette bianchi, quattro ispanici e un afro-americano e presieduta dal giudice Mike Westergren, colpevole di omicidio di primo grado e condannata all’ergastolo, senza possibilità di richiedere la libertà vigilata prima di trent’anni. Nelle carceri femminili texane di Gatesville Unit e Mountain View Unit nella contea di Coryell, sarà tenuta sempre in isolamento per timore di ritorsioni da parte della comunità carceraria ispanica e delle detenute affiliate alla mafia messicana, che ha messo una taglia sulla sua testa.

Nove giorni dopo il suo funerale, il governatore del Texas e futuro presidente degli Stati Uniti d’America, George W. Bush, dichiarerà il 16 aprile, giorno della nascita di Selena, il Selena Day.
Tra gli ispanoamericani del Texas, il nome Selena è stato il più usato per battezzare le bambine nate dopo la sua morte.
Il giornalista John Lannert di Billboard ha detto che con lei è morta la musica tejano.

Selena riposa in una tomba con la sua effigie al Seaside Memorial Park di Corpus Christi. In tanti vi portano ogni giorno dei fiori. Molti hanno scritto frasi d’amore e disegnato cuori per lei sulla porta rossa della stanza 158.
Nel 2002, su ordine del tribunale, il revolver usato per uccidere Selena è stato smontato in ogni parte e gettato nella Corpus Christi Bay.
In prigione, Yolanda Saldívar si è laureata in giurisprudenza per preparare la richiesta della libertà vigilata anticipata; mai accolta. Non è dimagrita.


Sergio Gilles Lacavalla

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