MARIA

In mare aperto

Momusso, In mare aperto

“Sono nata ad Alessandria quasi quaranta anni fa. Sono laureata in Scienze dell’Educazione e mi occupo de sempre di educazione e formazione. Faccio parte di un’associazione di Promozione Sociale che sviluppa e sostiene progetti di cooperazione in Tanzania; dal 2014 vivo a Barcellona dove mi occupo di educazione, insegnamento e tè. Durante un viaggio in solitaria in sud America ho scritto un diario con l’idea di farne qualcosa, ma mi è stato rubato una settimana prima di rientrare in Spagna. Da allora non ho più smesso di scrivere. Ho intenzione di ripartire entro fine anno diretta al sud est asiatico: in viaggio mi perdo sempre ma questo continua a sembrarmi l’unico modo per trovarmi.”
Dominique Campete, per la prima volta su Verde con Maria (niente GATTINI™ oggi, tornano venerdì prossimo). L’Illustrazione è di Momusso.

«Eri felice una volta…»
Lui abbassa lo sguardo e comincia a fissarsi il risvolto del pantalone, concentrandosi su quella specie di sabbia sottile che si annida tra le sue pieghe interne.
«Mi senti?» Con lo sguardo va a riprenderlo quasi fin dentro la sabbia dei calzoni. Risalgono insieme tenendo gli occhi fissi e le bocche serrate.
Lo sguardo di lui la attraversa e passa oltre, lo lascia riposare lì alcuni secondi prima di riprendere a parlare.
«Sai Sara, forse non te ne accorgi neanche, ma ormai quando mi parli le parole ti escono con un impeto ed una velocità rabbiosi, come se non volessi più comunicare, ma scagliarmi addosso le tue parole, come pietre o schiaffi».
Lei si alza di scatto, va verso la finestra.
«Non fare la vittima. Le mie parole fanno tanto male quanto i tuoi silenzi prolungati, o, come li chiami tu, silenzi riparatori».
Con passi lenti torna a sedersi, cerca i suoi occhi.
«Ramon, tu parli di rabbia, ma io sono disperata. Te ne sei andato, non capisco ancora bene dove. Giro tra le stanze di casa cercandoti, alle volte mi illudo ancora di poterti incontrare tra i calzini che lasci in terra o in una tazza appoggiata sul tavolo. Ma non ti trovo, non ci sei neanche più nelle foto: le osservo, ma tu non stai più guardando l’obiettivo, il tuo sguardo punta altrove. Non so, forse sto impazzendo».
Ramon avvicina la sua sedia a quella di Sara.
«Anche io faccio fatica a trovarmi, credimi. E non vorrei cadere in questi baratri di lucida disperazione, non ci è mai successo prima d’ora».
«Non ci siamo neanche mai lasciati prima d’ora».
Lui scoppia a ridere, una risata forte, divertita.
«Già, hai ragione. Sai Sara, mi sei sempre stata molto simpatica, anzi ti dirò di più: ti trovo sempre la più simpatica, davvero».
Lei, invece, sta piangendo.
«Mi ricordo che quando ci siamo conosciuti ridevo come uno scemo per qualsiasi cosa dicessi».
Sara si asciuga le lacrime con il dorso della mano.
«Ma tu ricordi bene come ci siamo conosciuti?» gli chiede.
«Certo che mi ricordo quando ci siamo conosciuti».
«Ho detto come».
«Ok, è uguale. Quando o come».
«Raccontamelo».
Lui si alza, si avvicina allo stereo, schiaccia il tasto Play e Il sassofono di John Coltrane invade la stanza.

«Cuzco, tre anni fa più o meno. Ostello “Puerta del sol”, ero nel patio quando sei entrata, eri stanchissima, con due zaini in spalla. Mi hai chiesto quanto si pagasse per dormire, hai pensato fossi uno dello staff».
«Non eri solo nel patio, vero?» Sara sembra rasserenarsi un po’, come se il racconto cominciasse a farle l’effetto della fiaba raccontata a un bimbo che ha fatto un brutto sogno.
«No, c’era Maria. Anche lei non aveva dormito quella notte, eravamo due zombie e credo fossimo già al terzo caffè».
«E cosa hai pensato quando mi hai vista arrivare?»

Ramon si gira e le sorride, sta cercando di prendere tempo: lo imbarazzano queste domande, pensa che non ci sia mai una risposta corretta. E, a dirla tutta, nemmeno sincera.
«Te l’ho detto cosa ho pensato. Che mi spiaceva vederti così, stanca e anche un po’ triste».
«Non ero triste. E poi appena vedi una persona pensi se ti piace o no, che ha un bel sorriso o un brutto naso. Non pensi che ti dispiace per lei».
«Sara, vuoi che ti dica che ho pensato che fossi bellissima o che avrei voluto fare subito l’amore con te? Dimmi cosa vuoi che ti dica così facciamo prima».
Lei per un attimo si rivede nel cortile dell’ostello, sorridente, leggera, vestita con troppi colori e pochi fronzoli.
«È stata quella sera che ci siamo baciati?»
“No, eravamo già nell’altro ostello, al Cruz Dorada, è stato dopo quella rocambolesca serata nel locale oltre le mura. Il giorno dopo abbiamo fatto quel bel giro per i siti archeologici, senza comprare i biglietti, passando per i campi. La nostra bottiglia di rum, le foglie di coca, la cartina di un’altra città».
«Ricordo il pranzo in quella bettola incontrata tra i campi, tornati in ostello ho preso doppia dose di fermenti, più per scaramanzia che per altro».
«Tornati in ostello c’era Maria», aggiunge asciutto Ramon.
«Come aveva saputo che fossimo lì?»
«Aveva incontrato José, glielo aveva detto lui».
«Cercava un libro che ti aveva lasciato, no?», chiede Sara
«Sì, può essere».
«Vuoi mangiare qualcosa?»
«No, magari prendo qualcosa da bere».
«Preparo un vermouth».

Sara tira fuori due bicchieri, apre il freezer, estrae i cubetti di ghiaccio a forma di pesce. Le sue mani sono rapide ed efficienti, Ramon non può smettere di ammirarle quelle mani, invidiandone la diligente operosità. Lui si avvicina, le offre il primo bicchiere, poi sorseggia il suo.
«Buono», dice con un pezzo di oliva in bocca.
«Non volevo fare l’amore con te perché dopo due giorni partivo», riprende Sara.
«Poi invece è successo ed è stato molto naturale, sembrava di conoscersi da un sacco di tempo».
Sara manda giù vermouth e lacrime: da un po’ di tempo le cose belle che lui le dice la fanno sentire più triste. E più ridicola. È come se vi leggesse un tentativo di risarcimento o un desiderio di patetica riparazione.
«Che hai fatto quando sono partita?», gli chiede.
«Ho camminato molto, ho mangiato al mercato e poi sono tornato nell’ostello dove ci eravamo conosciuti».
«Ma ti sei fermato?»
«No, ho parlato un po’ con Maria e poi sono andato via».
«Ancora Maria?», sbotta Sara.
Ramon sente un velo di rossore salire dalle guance alla fronte. Cerca di dissimulare, aggiunge vermouth al suo bicchiere.
«Sara, non si può essere gelosi in differita, dai…»
«Non sono gelosa, ma la nomini spesso».
«Sei tu che mi hai chiesto di raccontare di quando ci siamo conosciuti. E poi la storia di Maria mi è rimasta addosso per diverso tempo».
«Cosa intendi dire?»
Lui torna verso la cucina, appoggia il bicchiere con gesto nervoso sul lavandino.
«Hai mai sentito parlare di Fujimori?» le chiede.
«È stato presidente del Perù, no?»
«Sì, tra il novanta e il duemila più o meno. Ora si trova in non so quale carcere, è stato accusato di crimini contro l’umanità e di altre cose».
«Tipo?»
«Tipo un programma di sterilizzazioni forzate nei confronti degli indigeni. Si parla di cifre come trecentocinquantamila donne sterilizzate e venticinquemila uomini sottoposti a vasectomia. Tutto questo in soli cinque anni, sotto gli occhi compiacenti e vergognosi di tutto il mondo».
«Non lo sapevo, è una roba orribile», dice Sara
Ramon si avvicina all’attaccapanni, prende una giacca qualsiasi. Sara avverte la sua inquietudine, ma è in balìa della propria.
«Perché esci adesso?»
«Perché ne ho bisogno».
«E io ho bisogno che arriviamo fino a fondo a questo dialogo e magari anche a questa storia».
«Non immaginavo avessi già deciso». La guarda con la giacca tra le mani e un’espressione persa. «E comunque la mia necessità di uscire è degna almeno quanto la tua di parlare», aggiunge.

Sara si dirige con passo nervoso ma deciso verso la camera da letto. «Sparisci», gli dice senza guardarlo.
Ramon esce senza mettersi la giacca. Vorrebbe sbattere la porta ma non è in grado di commettere gesti estremi; è come se nel caos e nella tristezza del momento si stessero tacitamente suddividendo i ruoli: lei rivendica e tenta di ferire, lui incassa e accumula distanze.
Sara comincia a prendere a calci tutto quello che trova sul suo cammino: una maglietta di Ramon sul pavimento, un cuscino grande ai piedi del letto, le sue ciabatte. Apre l’armadio, tira fuori un borsone e comincia a metterci dentro cose, senza davvero sceglierle: due canottiere, qualche paia di mutande, il libro che stava sul comodino, una sciarpa.
Trascina il borsone in cucina, lo getta in mezzo alla stanza, si avvicina allo stereo e mette su Nick Drake. Si lascia cadere su una sedia.

Quando Ramon rientra, dopo poco più di mezz’ora, la trova ancora così, testa all’indietro, gambe completamente distese.
Lui dà una rapida occhiata al borsone. «Il libro non è tuo», dice.
«Neanche tuo, se è per questo».
Ha una borsa del mercato tra le mani, tira fuori olive e crocchette di patate.
Sara si alza e addenta un’oliva. «Non mi va di mangiare schifezze, faccio una pasta».

Tira fuori il tagliere di legno, un coltello un po’ troppo grande e comincia a sminuzzare la cipolla. Ramon, con una crocchetta tra le mani, osserva la curva del suo naso, i capelli che le ricadono davanti al volto e che lei sistema nervosamente dietro alle orecchie, la spallina del reggiseno che spunta sotto al cardigan scuro. Si stupisce pensando che forse ancora gli piace. E sta male per il suo stesso stupore.
Entra anche lui in cucina, centra il bidone con un avanzo di crocchetta, mette l’acqua a bollire.
«Maria era stata toccata da vicino da quello che mi hai raccontato?», chiede Sara.
Lui esce dalla cucina, comincia a preparare la tavola. Passa almeno un intero minuto prima che risponda.
«La sorella di Maria. Le operazioni di sterilizzazione spesso avvenivano in condizioni igieniche disastrose. È morta di setticemia a qualche ora dall’operazione».
Sara si blocca con un pomodoro in una mano ed il coltello a mezz’aria nell’altra. Lo raggiunge cercando invano i suoi occhi.
«Pasta corta o lunga?», chiede.
«Fai tu, io apro il vino», dice Sara cercando di mantenere un tono neutro, poi aggiunge con un filo di voce: «Non saprei a cosa brindare, ora».
«Brindiamo al fatto di non essere vissuti in Perù tra il novanta e il duemila».

Avvicinano i bicchieri con gesto prudente senza guardarsi negli occhi. Una volta, forse, si sarebbero abbracciati. Magari avrebbero anche fatto l’amore per esorcizzare il fantasma di una fine tanto dolorosa e ingiusta. Ora sembrano allenarsi goffamente ad una gestione individuale della sofferenza, ostentando freddezza e autocontrollo.
Aspettano che la pasta cuocia senza parlare, finiscono di preparare il tavolo, sorseggiano vino. Ogni tanto si lanciano rapide occhiate per coordinare le reciproche azioni: lui mette i piatti e le posate, lei porta i bicchieri e il pane.
Si siedono uno di fronte all’altro.

«Una volta dovremmo rifare la caldeirada di pesce. Ti ricordi che buona quella di Carrapateira?» dice Ramon.
Sara rivolta le penne nel piatto; la menzione a quel posto che li ha visti innamorati e illusi le sembra un colpo basso. Annuisce.
«Quindi cosa hai pensato quando mi hai visto dietro alla tua porta, dopo una fugace avventura in Perù?» Ramon incalza con le domande, forse perché a corto di risposte.
«Ho creduto di essermi innamorata quando, senza neanche salutarmi, mi hai detto che volevi vivere come me».
«Ho detto così?»
«Sì, non hai detto che volevi vivere con me. Hai detto che volevi vivere come me. Magari ti sei sbagliato».
Ridono guardandosi fisso negli occhi, ma, dopo pochi secondi, tacciono di colpo distogliendo gli sguardi. L’eco delle recenti risate è come una morsa che stringe lo stomaco.
«Cosa pensavi in quei primi mesi Ramon?»
«Non pensavo, vivevo e mi bastava».
Lei posa la forchetta sul tovagliolo, appoggia il mento sulle mani intrecciate, fissando il borsone sul pavimento.
«Sì, uno comincia a pensare quando non riesce più a vivere e basta…»
«Forse è la normale evoluzione dell’amore Sara. Al principio vivere tutto un po’ bulimicamente, senza quasi digerirlo e poi…»
«Ma deve fare così male?»
«Non lo so. Magari siamo noi a non essere in grado di evolvere senza soffrire, senza allontanarci o senza perderci».
Lo detesta per il coraggio che ha di pronunciare parole che sono spilli sulla carne viva e, soprattutto, perché sa dire la verità, mentre lei sente di volersi mettere al riparo da quella consapevolezza.
«Parla per te» dice secca.

Ramon lascia la tavola e il piatto quasi intatto, raggiunge ancora la sua giacca. Sara non respira, ma lui sta solo cercando le sigarette. Torna al tavolo, si siede.
«Hai pensato di lasciarmi dopo qualche mese che mi ero trasferito da te?», le chiede.
«Mi sentivo strana, non mi riconoscevo e non riconoscevo più te».
«E poi?»
«E poi, quando quel mattino mi sono svegliata e non ho più visto il tuo borsone mi si è aperta una diga dentro, di dolore e mancanza. Sono scesa in pigiama a cercarti».
«Ero solo andato a riparare il borsone perché in viaggio mi si era distrutto».
«Quando ti ho visto tornare con i croissant in mano ti sono corsa incontro e ti ho chiesto di fare un bambino».
«E io ti ho detto che prima valeva la pena mangiare i croissant che erano ancora caldi».
Sara sente che saranno soprattutto queste uscite di Ramon a mancarle, questa sua capacità di dire cose talmente fuori contesto da risultare poetiche.
«Maria era con sua sorella quando è mancata?»
«Sì, ma una volta arrivati in quel campo improvvisato dove avvenivano le operazioni, le hanno ingannate per convincerle a separarsi. Alla fine quella povera ragazza è morta da sola. Maria mi diceva che non poteva dimenticare lo sguardo di sua sorella mentre si allontanava, il senso di colpa tornava ad inghiottirla ogni notte, appena chiudeva gli occhi». La voce gli esce a fatica, come se masticasse lamette.
«Hai mai sentito così nel profondo la mia sofferenza, Ramon? Come hai sentito quella di Maria?» Sara si tocca con forza il petto, la mano aperta. Vuole essere certa che capisca che è di lei che stanno parlando, ora.
Lui manda giù a vuoto, producendo un rumore quasi innaturale.
«Ho portato dentro tutto il dolore per quel figlio mai nato, Sara. Ho incollato dentro agli occhi il tuo sguardo mentre osservi l’ennesimo test negativo e mi chiedi scusa, piangendo».

Lei si alza, con due dita raccoglie le lacrime che tentano di crearsi un passaggio scivolando di lato e le riaccompagna verso gli occhi: non si vuole più concedere questa libertà, questo cammino privilegiato verso l’autocommiserazione.
Si ritrovano, senza sapere come e senza volerlo, quasi al centro della sala, uno di fronte all’altro. Da quando i loro corpi hanno cominciato a cercare un rifugio la casa è diventata troppo piccola. Quando ancora facevano l’amore occupavano meno spazio.
«Usciamo?» propone lui.
«Mi metto le scarpe».

Sono in strada, l’aria fredda gli taglia la faccia. Ramon respira con la bocca aperta, Sara tira su la sciarpa e abbassa il cappello.
Arrivano in un piccolo parco dagli alberi stitici, le panchine ricoperte da foglie umide e sbiadite, sotto c’è un pallone rosso sgonfio, dimenticato o abbandonato. Sara passa una mano sullo scivolo, consumato dagli anni e dalla ruggine: lo smalto giallo, forse lucente una volta, ora compare a chiazze, come il manto di un animale stanco.
Passano oltre, raggiungono un’altalena con due seggiolini. Si siedono. Sara si dà una leggera spinta con il piede destro, Ramon rimane fermo. Il cielo è di un grigio uniforme, il sole non tenta neppure di affacciarsi dietro a quei nuvoloni carichi di pesantezza e speranze infrante.

«E cosa ci faceva Maria a Cuzco?» domanda lei, come continuando un discorso proseguito nella sua testa.
«Faceva parte di un’associazione che stava percorrendo tutto il Perù per incontrare le donne colpite da tragedie come la sua».
Anche Ramon si dà una spinta col piede e comincia a dondolare, lo sguardo fisso, i folti capelli ricci si sollevano e si riabbassano.
Sara d’improvviso allunga la mano destra, afferra la corda di metallo che sorregge il seggiolino di Ramon, tenta di bloccarlo. Il corpo di Ramon si muove intorno disegnando sgraziati semicerchi, come una bambola di pezza in balìa di un vento troppo forte.
«Dimmi cosa c’è stato tra te e Maria», dice Sara, scandendo ogni lettera.
Lui, ora, vuole solo respirare quel profumo di foglie bagnate, vento e colori sbiaditi. Salta giù dal seggiolino e le si piazza di fronte.
«Molto più di quanto sei disposta ad accettare, credo».
«Ci hai scopato?» Sara grida, puntando i piedi a terra per prendere lo slancio e spingersi sempre più forte.
Ramon non si sposta, non sembra aver paura di essere travolto.
«Mi hai raccontato un sacco di stronzate», la voce le esce lamentosa, un fastidio per le orecchie. «Tutte quelle balle sulla vicinanza al suo dolore. E il libro che aveva dimenticato in ostello…vaffanculo Ramon!»

Ora sta dondolando a una velocità notevole, portando le gambe, distese, in avanti a ogni spinta: prende a colpirlo forte, sempre più forte sul basso ventre e sulla pancia. Lui non si sposta, allunga solo un poco le braccia per tentare di rallentare i colpi.
«E perché non sei rimasto con lei? Che cazzo sei venuto a fare qui?», gli urla dandosi una nuova spinta.
«Pensavo di volerti», grida più forte lui.
La afferra per un braccio, Sara si sbilancia in avanti, perde equilibrio, il suo sedere si stacca dal seggiolino. Ramon la vede sgusciare di lato e, con la mano attaccata al suo braccio, si lancia con lei in quella assurda corsa all’indietro.
Sono a terra, lui addosso a lei, il seggiolino continua a cigolare sopra le loro teste. Hanno i visi schiacciati l’uno contro l’altro, gli occhi al cielo e alla terra.
Sara piange dentro gli occhi di Ramon, gli piange nel naso e nella bocca, senza controllo; lui respira tutte le lacrime e la polvere, si bagna di quel dolore e gli restituisce il suo, più contenuto ma altrettanto disperato. Restano così, avvinghiati in una sorta di tragico amplesso.
È lei a spingerlo via di colpo, si rialza, tira su col naso, asciuga le lacrime con i palmi delle mani.
Quando si rimettono in marcia, la sera ha inghiottito gli alberi, le nuvole, le antenne sui tetti, i loro volti.
Arrivano all’appartamento, si spogliano con gesti lenti, precisi, come a voler compensare la furia dei corpi di poco prima, cercando di non fare rumore, di non occupare spazio.
Sara va in camera, apre un cassetto, lo richiude forte, rientra in sala, lancia una pallottola di vestiti nel borsone che è rimasto a terra. Ramon è alle sue spalle.

«Vorrei sapere che te ne stai andando perché non vogliamo più stare insieme e non per Maria. Lei è dentro di me, non è fra noi».
«Vai a riprendertela, corri da lei in Perù».
«E poi non capisco perché te ne stai andando tu. Sono io che sono arrivato, tu già c’eri».
La voce di Ramon le arriva da lontano, lo scroscio della pipì nel water lo conferma. Vorrebbe tapparsi le orecchie per non sentirlo pisciare, non ha senso quella familiarità in questo preludio di addio. Prima che la mente le impedisca di ricordare, si rivede in quel bagno, a lavarsi i denti, mentre lui fa pipì, di schiena ma con gli occhi che ridono con i suoi. Ricaccia via quelle immagini che bruciano negli occhi come pugni di sabbia, non vorrebbe aver memoria di essere stata felice con lui.
Ramon esce dal bagno e si siede su un bracciolo del divano, di fianco a lei, che è in piedi.
«Perché non ti sei fermato con lei?», chiede ancora Sara avvicinandosi al borsone, in cerca di riparo o, forse, solo per rafforzarsi nella sua scelta.
«Perché avevo voglia di stare con te, ridere, viaggiare, fare l’amore, spingerti per le scale, fare la gara a chi mangiava più olive senza usare le mani e leggerti tutti i miei racconti in una sola notte. La prima volta che ho dormito con te sono stato ore a spiare la curva del tuo seno pochi centimetri sotto al lenzuolo, con una voglia incredibile di ricominciare. Quando ho dormito con Maria mi sono svegliato più volte per coprirla con il lenzuolo, per paura che prendesse freddo. Riesci a cogliere questa differenza?»

Sara si abbassa sulle ginocchia, non vuole fargli vedere che sta piangendo, ma sa che le sue lacrime fanno rumore nel silenzio desolato di quella stanza.
«E poi cosa è cambiato?», chiede.
«Non sei più la mia cosa speciale» dice lui, senza pensare, senza aspettare.
Una sensazione di deriva verso il basso la costringe a cercare il divano con un braccio. Sente che tutto il suo corpo si sta svuotando: si svuota la testa che non può contenere quel pensiero, si svuota il petto dove le emozioni sono corse a nascondersi, si svuota la pancia, ora più sterile e disabitata che mai.
«Vaffanculo», gli dice tra i denti. «Da quanto lo sai?»
«Non lo so ancora, Sara. Le emozioni non si sanno».

Rimane qualche secondo in piedi a contemplare il borsone, in attesa di un suo cenno di assenso. Si abbassa, afferra un manico e lo carica in spalla.
Ramon la guarda senza riuscire a mettere insieme nessun gesto o frase; gli sembra crudele che le automobili abbiano ricominciato a viaggiare, che le tubature dell’acqua continuino a funzionare ora che lei non si laverà più in quel bagno, che il fottuto stereo non comprenda che è ora di interrompere la musica. È finita, il mondo non se n’è ancora accorto?
La raggiunge vicino alla porta, lei esita con la mano sulla maniglia.
«Tu non accetti di non essere più speciale Sara, ma ti sei chiesta se io lo sono ancora per te?»

Non riesce a rispondere nulla, riafferra la maniglia, la abbassa. Il rumore della porta che si apre è un graffio sulla carne viva, dentro allo stomaco: la porta che si richiude, i passi veloci che saltano i gradini, il portone che sbatte.
Ramon sente che la vuole come non ricordava da tempo, come se dentro quel borsone che ora traballa sulle sue spalle mentre ferma un taxi ci fossero tutti i suoi desideri ed emozioni, pronti a riesplodere, riportandoli all’inizio di tutto. È già lungo il viale a rincorrerla per tutte le strade della città, con o senza il pigiama, a chiederle di fare il figlio che non possono avere e supplicarla di essere ancora la sua cosa speciale.

Dominique Campete

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...