HAI LA FACCIA DA MATTEO

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Momusso, Distanze

Qui in redazione il primo a leggere Hai la faccia da Matteo è stato Francesco Quaranta. “Vi piacerà”, ci ha assicurato in un piovoso martedì pomeriggio di febbraio, “è un Andrea Frau in un certo senso inedito”. A richiesta di chiarimenti (bella forza, inedito, e che facciamo ripubblichiamo sempre gli stessi racconti?), così ha risposto: “Oggi Andrea non combatte guerre ideologiche, non condanna personaggi discutibili, non fa ridere né sorridere. Oggi Andrea crea un contatto”. Qualsiasi cosa volesse dire, ci è sembrata convincente e così lo abbiamo letto. E oggi, lunedì, lo proponiamo anche a voi, con una illustrazione di Momusso (Distanze).

A Matteo, amico sconosciuto

È una notte molto fredda, non c’è un’anima in giro. Tra la nebbia si distingue una persona: è seduta sull’asfalto, in mezzo alla strada, ha di fronte un fuoco acceso. L’oscura figura è avvolta da una coperta di lana beige, si intravedono solo i suoi occhi. Il falò le illumina il viso, sembra una donna adulta. Con estrema concentrazione raccoglie un pezzo d’una lastra di vetro e lo incide con l’unghia dell’anulare. Sembra che abbia tratteggiato due ali.

Sono le tre di notte e un ragazzo, infischiandosene dei coinquilini, ha appena finito di friggere delle patatine. Va nella sua stanza, apre la finestra e si siede sul cornicione, di fronte a lui la città silenziosa riposa. Per errore urta un vaso con del peperoncino, segue la traiettoria della caduta e si prepara a sentire il vasetto colpire una macchina, un rumore che rovinerà un silenzio lungamente atteso, ma prima di colpire l’auto il vasetto si dissolve per magia e la pace è salva. In questa notte tutto va come deve; è la notte giusta. Il giovane dondola le gambe e tiene in grembo il piatto di patatine. Nel silenzio notturno si sentono solo il suo sgranocchiare e il frinire dei grilli.
Neanche un narratore onnisciente può sapere cosa passa nella testa di un ventenne che decide di uccidersi.

Un ragazzo galleggia nell’aria, come un video bloccato, messo in pausa. È quello l’istante in cui può ripensarci o chiedersi che diavolo succede. Sarebbe dovuto precipitare, schiantarsi a terra, briciole di asfalto in bocca, sapore che forse non avrebbe neanche fatto in tempo a sentire, probabilmente sarebbe morto sul colpo. Ma le cose non sono andate come dovevano e ora il ragazzo ha guadagnato del tempo. Vuole morire per porre fine a tutto o vuole morire per ricominciare in qualche altra forma? Il suo è un azzardo, una fuga verso l’ignoto, una speranza estrema oppure è voglia di finirla, di chiuderla lì con tutto?

«Lasciami andare», sussurra.
Spetta a lui decidere?
La donna sorride, materna, preme il chiodo sul vetro senza riflesso e cancella con forza le due ali.
«E così sia», dice.

In quel momento sto tornando a casa, alle tre del mattino, di martedì, ubriaco. La strada principale della cittadina è deserta e canticchio.

Vorrei evaporare
per essere dovunque
ed entrando nei respiri
comprendere i pensieri
imparare a pattinare
su questo oceano di ghiaccio
e a tendere il mio arco
fino a non potere fare di più.

In mezzo alla strada vedo una donna avvolta in una coperta, di fronte ha un fuoco scuro, nero come sangue rappreso. La vedo armeggiare con un vetro.
Sono alle sue spalle, mi ha sentito arrivare e mi spaventa:
«Alle medie le professoresse e qualche compagno ti dicevano: “Hai la faccia da Matteo”».
Sto zitto. Non ci pensavo da anni….è vero! Per questo, ancora oggi, quando incontro quel nome provo una sintonia con chi lo porta. Ma ci sono anche persone che non lo meritano, che lo portano abusivamente.
Ho freddo, avvicino le mani al falò, ma quel fuoco sprigiona un freddo assurdo.
«Chi sei? Uccidi e risparmi, dai seconde possibilità; interferisci davvero?»
Queste parole mi escono dalla bocca senza che io le abbia pensate, senza capirne il significato. Le lacrime che mi cadono dagli occhi pian piano riscaldano e illuminano quel fuoco restituendogli luce e calore. L’anziana si alza in piedi, allarga le braccia, vuole accogliermi, ho paura, così in un sussulto di volontà che credo genuina, che riconosco come mia, le strappo il chiodo dalla mano, mi tolgo gli occhiali e incido sulle lenti linee orizzontali e verticali, a casaccio, come per spazzare via il terrore, o almeno cambiarne il corso.

La vecchia tira su l’unghia dell’anulare come una chiusura lampo, fino al dorso della mano, dal braccio arriva al petto, poi al viso e da sotto non si sprigiona altro che oscurità. In un attimo il suo corpo è svanito. C’è solo notte.

Devo tornare a casa, quasi corro, come se dovessi salvare o incontrare qualcuno.

Sotto la mia stanza c’è un corpo senza vita che mi somiglia. Mi tolgo gli occhiali graffiati, glieli poggio sul viso, per proteggere i suoi occhi dal buio. Ora, finalmente, vedo sfocato, provo a camminare, sbando, una luce fragorosa mi acceca: è l’alba, inaspettata, in anticipo. Sorrido e saluto la mia prima giornata al mondo.

Non hai lasciato scritto nulla, un silenzio quasi più eloquente del “Non fate troppi pettegolezzi” di Pavese. Di te non rimarrà alcun biglietto ma neanche lo sbrigativo e mal scritto articolo de La Nuova Sardegna, non rimarrà un account Facebook aperto solo per giocare a Imperia Online, un memorial di calcetto, il chiasso volgare di chi è morto da tempo e non lo sa o se n’è dimenticato, di chi ha sgomitato per parlare di te, come un vaso lanciato su un’auto che viola il silenzio notturno, fuori luogo come questo racconto, sicuramente più brutto del ricordo che ho di te; di te rimarranno gli occhi buoni di chi si fida, lo strano connubio Guccini-Iron Maiden, il tuo poker nervoso, le tue incazzature a PES, la tua generosità a calcetto, alla Cordoba!, le discussioni sull’Inter e su Chivu, le litigate su Travaglio e Di Pietro, le tue idiozie sul sesso orale. Resteranno i ricordi di persone silenziose e schive, quando cala la notte, sei anni dopo la tua morte, l’indulgenza verso la nostra goffaggine e il rimpianto di non averti davvero ascoltato, perché non esistono gesti improvvisi: esiste la comprensibile indifferenza, l’egoismo, il poco tempo da dedicare agli altri. L’esperienza riporta a fare gli stessi errori, ma con più consapevolezza e più rimorsi e, ancora oggi, pensiamo più a noi, a come ci siamo sentiti dopo la notizia della tua morte, pensiamo più ai nostri rimpianti e non a te. Il diritto all’oblio non è per te, serve a noi, per attenuare il senso di colpa. Tu sei in pace, noi no. Ogni parola che ho scritto e che scrivo la sento fuori luogo e di troppo, ma spero perdonerai anche questo. Perché a fare si sbaglia sempre, però non fare nulla, a volte, è peggio.

Andrea Frau

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