GATTINI™#24: OCCHI SCURI

gattinideadtamag0tchi

DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI

Discendente di un’antica famiglia egemone marchigiana, poi trasferitasi nella Repubblica Popolare di Centocelle durante la sua storica fondazione, si distinse per meriti letterari e politici tra il sottoproletariato analfabeta ma non tra chi, bene o male, sapeva leggere e scrivere. Dionisio Izzek, la nuova scoperta di Verde per GATTINI (il contenitore degli orrori indifferenziati di Verde, ogni qualche il venerdì qui e su Facebook), in fuso orario CEST -8 (colpa del vento) con Occhi scuri (contiene cirillico). È forse questo incanto, l’Inferno? No, è soltanto il venerdì (e allora? Miao).
Copertina di
DeadTamag0tchi.

«Очи черные, очи страстные!»

Rompo una bottiglia vuota in terra; odio quando finisce l’ouzo. Sento nuovamente quegli occhi scuri fissi sulla schiena, come se non fosse passato neanche un secondo.
Fiori colorati su steli verdi e pupille viola si allungano, contorcendosi nel cercare la fuga dal mantice nero, che gonfiandosi si scioglie in un lacrimoso mi minore. L’aria si fa purpurea mentre un gatto soffia ferocemente insultando il cane che, disturbato dalle note tristi della fisarmonica, fugge con la coda tra le gambe.
La strada scintilla nel riflesso argenteo delle pozzanghere, scosse di tanto in tanto dalle poche auto che girano attorno alla piazza desolata. Uno stronzo con la faccia da boia si sporge dalla finestra di una palazzina bruna, traversata verso l’alto da mille crepe. Mi urla qualcosa a proposito dell’orario, come fosse uno sbirro del tempo. Ridendo suono più forte. Quello urla ancora verso la mia direzione, ed io inizio a cantare.

La voce è rotta dai singhiozzi, mi viene da pisciare. Occhi scuri bellissimi, il passo lieve e angelico. I fianchi molleggiano nella luce, la veste nera e stracciata le arriva a pezzi alle caviglie. Il suo avanzare diventa ora incerto, zoppicante. Il seno sobbalza e lei inciampa. Un capezzolo si libera dalla sua celletta straziata, il rossetto sbavato arriva fino all’orecchio mentre la matita cola dalla palpebra come ombra liquida, scavando profondità inesplorate sul viso coperto dallo spesso strato cerato. Canto ancora, alzando la voce nel chiudersi rabbioso delle finestre.
Devo aver bevuto troppo, lei si avvicina con il passo claudicante di chi supplica un senso al suo incedere ma non mi guarda, le sue pupille hanno già oltrepassato questo mondo. I fili neri del reggiseno, che le coprivano le spalle, ora dondolano recisi sul ventre nudo, mentre del sangue cola dal mento sgozzato e le sue iridi volano in aria come cenere.
I piedi scalzi si bagnano e lanciano spruzzi ad ogni passo. L’acqua ride, contenta di essere stata calpestata da quella pelle dolce ed insanguinata.

«Ох, недаром вы глубины темней!»

Il tizio della finestra mi è dietro, colpisce forte con una mazza da baseball alla base del cranio. Tutto si fa buio ed io rido di una gioia strozzata. «Arrivo nel tuo abisso, amore mio».

Nuoto a perdifiato.
Poco più avanti vedo l’uscita della pozzanghera illuminata a giorno.
La fisarmonica mi pesa sulle spalle, rendendo faticosa l’emersione. Potrei lasciarmela dietro, non credo che potrò ancora suonarla tanto è inzuppata, eppure al contrario la stringo più forte.
Vedo sgusciarmi accanto una miriade di piccoli pesciolini, dipinti di mille colori luminescenti. Divisi in banchi formano figure: li guardo far sbocciare gardenie rosse, mughetti bianchi dal cuore dorato e ortensie sgargianti. È forse questo incanto, l’Inferno?
Sento crescere la necessità di spogliarmi, abbandonando il corpo flaccido alla volontà dei quieti flutti. Lascio andare le scarpe, che ora emergono in superficie inseguendo mille bollicine danzanti. Mi faccio forza mentre osservo i jeans colare a picco, in un baratro dal quale mi pare di scorgere tre paia di pupille infuocate ringhiarmi contro.
Ci sono quasi, la cresta della pozzanghera si spande in onde concentriche attorno al mio polso emerso. Stringo qualcosa, issandomi per riprendere fiato. Sputo e tossisco, cercando di ricacciare i conati di vomito in gola. Faccio appello alle mie forze mentre scarico sugli avambracci tutto il mio peso.

Ne sono uscito annaspando così forte che la gola mi brucia. Con gli occhi annebbiati dalla troppa luce cerco di guardarmi attorno, senza riuscire a mettere a fuoco ciò che mi circonda. Sento il cuore battere all’impazzata, cosa che mi fa temere di essere ancora vivo.
Grazie al cielo mi accorgo di non essermi sbagliato appena noto le mie dita strette attorno alla caviglia tumefatta di quello che non può essere altro che un cadavere ambulante. Quello mi guarda, porgendomi la mano e tirandomi in piedi. Ha capelli rossi che calano fin sulle spalle in vortici curati. Il viso butterato lascia intravedere mille tipi diversi di carne morta, come quando strappando le pellicine arrivi ad uno strato più rosso di carne viva.

Questo invece sembra una cipolla ammuffita in carne ed ossa. Mi porge dei vestiti e solo ora mi accorgo di essere completamente nudo, con la fisarmonica pesante ancorata tra le scapole. Ma ho vissuto così tanto tempo con lei soltanto, che regalarla ai pesci sarebbe stata una cosa troppo dolorosa.
La slego un attimo poggiandola delicatamente sul terriccio brullo, giusto il tempo per potermi infilare la camicia di canapa, poi mi sbrigo a caricarmela nuovamente.

Da dove viene tutta questa luce?

«Вижу траур в вас по душе моей».

Il cadavere mi fa cenno di seguirlo, sorridendo maliziosamente. Quel ghigno d’assassino, così simile a quello di mio fratello mi fa gelare il sangue – se ancora me ne resta nelle vene – e salire un’ondata d’odio che reprimo appena. Se anche se ne fosse accorto non lo dà a vedere, guidandomi tra stretti cunicoli ed immense praterie, giganteschi canyon e silenziose foreste.
L’istinto mi comanda di seguirlo senza emettere un fiato. Non ho potuto tenere il conto del tempo passato, trovandomi tutto d’un tratto sul ponte in mattoni che attraversa il mare di lava.
Al centro dell’enorme distesa infuocata un’isola rimane sospesa a mezz’aria. Di essa non vedo che le alti torri amarantine, fregiate da infinite gemme nere che, come mandria di tori, galleggiano spensierate.
In capo alle torri delle cupole neo bizantine scintillano, riflettendo la luce dei tre soli letteralmente dipinti da mano infantile nell’oscurità del cielo stellato. Ai miei piedi una luminosa scia verde inizia a pulsare, superando il ponte di pietra tra la penombra, per snodarsi tra le strette viuzze buie della città disabitata. Il cadavere la vede, me la indica e fa cenno di seguirla, poi si congeda.

«Но не грустен я, не печален я».

Seguendo la scia verde ho superato gli stretti porticati alla bolognese, superando le palazzine basse in stile rinascimentale per arrivare ai piedi della riproduzione in scala della Cattedrale dell’Assunzione moscovita.
Aggirato il muro latteo dai cappelli dorati, ho spalancato le porte in legno dell’Inferno ed ho incontrato il Diavolo.

Lui è li: seduto su un cuscino impolverato che fuma una sigaretta in compagnia della donna più bella che abbia mai visto. Entrambe le figure appaiono fumose, circondate da una nebbia d’incensi e shisha.
Se mai li dovessi descrivere, non saprei da dove iniziare tanto mi sembrano meravigliose evanescenze. Mi inginocchio, il mio istinto muove il corpo in una torsione del busto. Le mani scattano mentre mi porto la fisarmonica tra le braccia, agendo rapidamente sulle cinghie per liberare lo strumento. Inizio a suonare “Oči čёrnye” cantando al meglio delle mie possibilità. Lo strazio e la passione, figli del solo ricordo di lei, fanno tremare la mia gola e muovono le dita sui bottoni, come mai pensavo avrei potuto suonare. La donna e il Diavolo piangono lacrime vibranti di quella stessa musica che dedico a lei: occhi scuri.
Quella musica calda come il mare di lava sotto di noi, triste come sono nel ricordarla.

«в жертву отдал я огневым глазам!»

Commossi, gli evanescenti signori degli inferi mi chiedono: «Orfeo, la tua musica e il tuo dolore hanno fatto presa sul Signore della Morte e sulla sua dolce sposa. Siedi, bevi e fuma con noi mentre ci racconti la tua storia».
Pendendo dalle mie labbra come in preda di un arcano effetto del mio canto, ascoltano quel che ho da dirgli con estrema attenzione. Quel che si dice avere una vita da far pietà al Diavolo. Hanno da offrire dell’ottimo ouzo, il migliore che abbia mai bevuto.
Ripresasi dal pianto, la donna si affretta a parlare, mentre lui mi riempie il bicchiere in ceramica. «La tua storia ci ha molto colpiti, ma più di tutto il tuo suonare ci ha profondamente scossi. Non è facile ammaliare la Madre dell’Arte. Ti concederemo il dono che ci chiederai, riconsegnandoti alla Terra finché esso non si esaurisca, facendoti tornare uguale agli altri come è legge della morte. Dimmi Orfeo, vuoi che chiami a nuova vita l’amore di cui ci cantavi?»

Ci penso sopra, la cosa mi prende alla sprovvista. «Tornare sulla Terra finché il mio dono non si esaurisca, eh?», sussurro sovrappensiero. Lei sembra sentirlo e risponde con un cenno affermativo. «E che me ne faccio di una donna?», dico seccamente. «Dammi il ministero della Morte, di quella è impossibile rimanere senza».
«E sia», dice il Diavolo con un ghigno cattivo, «spero che la maledizione da te scelta possa esserti gradita per l’eternità».
«Che Dio vi aiuti», ruggisco ruttando, «ma facciamola breve che ho sete».

Dionisio Izzek

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