DI CHE HAI PAURA?

Diamo i numeri: tredicesimo racconto per Verde, tredicimila battute circa, trecento giorni dal secondo Colui che (e terzo non ancora evaso nonostante solenne promessa), sei racconti nel frattempo, qua e là ancora troppi aggettivi, ma alla domanda Di che hai paura? non risponderemmo (più) dei titoli di Francesco Quaranta
Illustrazione super di Momusso.

Quasi non fanno rumore, abitano le ombre finché non calpestano la mia, non li avverto finché non mi sono addosso.
C’è solo il mio scalpiccio disordinato sul cemento. Rimbomba, legato dall’affanno, un rantolo nemmeno tanto diverso dal respiro dei miei inseguitori. Le gambe potrebbero cedermi da un momento all’altro, tuttavia nascondersi sarebbe vano: arriverebbero con la ferocia della bestia e la freddezza dei morti. Corro meglio che posso, non c’è altro da fare. Brevi scatti estenuanti inframezzati dall’apnea. Nonostante il pericolo di vita, non ho paura, come se io e i non-morti giocassimo in questo modo da secoli e ormai mi fossi abituato.
Tra le schegge di un panorama monocorde e frammentato riscopro che si tratta di un sogno: metto a fuoco la situazione e non fatico a capire come andrà a finire.

Un urlo mi attrae al di là di una svolta. Un cadavere sta chino, avvinghiato a una povera ragazza che singhiozza e sputa sangue da una smorfia contorta di denti bianchissimi. Le unghie del non-morto sono ancorate al ventre in un tumulto di budella, la mano di lei si spegne negli spasmi. Non voglio guardarla negli occhi. Rabbrividisco allo scricchiolio della clavicola sotto i denti voraci. Tiro dritto, questo cantiere senza colore è un labirinto di agguati e già so che se anche dovessi scorgerne da lontano l’uscita, non potrei raggiungerla. Ho le gambe fiaccate da un peso, ma non riesco a concedermi il panico, soltanto la frustrazione dovuta allo sforzo vano. Ecco uno di loro avvicinarsi: fauci digrignate, pelle penzolante dalle ossa. Inciampa nei suoi passi, ma posso poco perché questa è la legge dell’incubo. Mi è addosso con la sua fame.

Sono sudato nonostante i termosifoni siano spenti da giorni per risparmiare, il piumone impedisce la traspirazione e i movimenti. La fuga. Mi alzo per pisciare e ridacchio del mio sogno, tranquillizzo un attimo il cuore e poi mi getto sul materasso.
Prima di bruciarmi l’ultimo paio d’ore di sonno, guardo il telefono. Nessun messaggio.

Esco di casa alle sei, pressato dal gelo, con abbigliamento inadeguato anche se me ne rendo conto solo a metà strada. In piedi sull’autobus, mentre stringo la tracolla per evitare che qualcuno ci infili le dita, mi torna alla mente che entro due giorni dovrei pagare l’affitto e per tutto il resto del tragitto mi manca l’aria. Sono ancora in lutto per l’ultimo salasso del gas. Pago meglio che posso, non c’è altro da fare. Brevi scatti estenuanti inframezzati dall’apnea.

La gente nel vagone mi guarda attraverso, il loro sguardo si ferma su di me, legge imperdonabili mancanze. Distoglierei gli occhi se ci fosse qualcosa di meno penoso da guardare, ma anche la città è quella che è.
Mando un messaggio a Luca. Risponderà dopo tre ore dicendo che è troppo impegnato e rinnovando l’appuntamento al solito incontro del sabato. Mi piace la sua nuova ragazza, ma non posso sopportare che lo segua ovunque: lo costringe a vivere tra la casa e l’Ikea, e davanti a lei Luca si imbriglia, si fa pudico. Peggio: mi fa pensare che quello sia il vero Luca e che con me abbia sempre usato una versione di scorta.
«Mi preoccupo», gli scrivo.
«Di cosa?»
«Che perdiamo di confidenza».
«Ma smettila. Di che hai paura?»

Inciampo tra il bus e la metro, qualcosa non va. Avverto una parvenza di familiarità tra la folla. Non è la prima volta. Nel bel mezzo di quei grugni ce n’è uno che mi sembra di riconoscere. Non riesco nemmeno ad afferrarlo, è più una sensazione. L’ho visto ieri o poco fa?
In metro lo perdo, però so che sarà lì di nuovo a breve, quando mi sposterò verso l’ufficio.

La notte fabbrichiamo barricate con assi di legno fissate da chiodi cacciati a foga di attrezzi improvvisati, con mani perforate di schegge, costruzioni precarie agitate dalle minime brezze. Gli zombie trovano ugualmente un ingresso nel rifugio. Corro altrove e lascio tutti indietro, visi di amici mai visti: il sogno è spietato, ma senza davvero infierire. Mi precipito per il cantiere grigio-melma accompagnato solo dai miei passi.
Ammetto che mi piace correre. Dimentico e rammento più volte che in realtà sto fuggendo per salvarmi la vita. Corro perché non so stare fermo.
Il sogno si conclude con un tuffo dal sesto piano, verso un’oscurità incandescente che non credo di meritare.

Mando un messaggio a Elena, sono le due e trenta: “Non riesco a dormire”.
La settimana scorsa le ho inviato lo stesso messaggio. Ha risposto quasi subito con un faccino allegro dicendo di richiamarla. Era sveglia perché stava a una festa, era brilla, rideva, non capiva un cazzo, era con un amico, ho riattaccato. Ora vorrei solo mi rispondesse che l’ho svegliata, mannaggia a me.
“Non riesco a dormire, Elena”, invio di nuovo per sicurezza. Ma poi ripiombo immediatamente nel sonno.

La risposta arriva alle undici e ventidue del mattino dopo: “Dormivo caro”.
Vorrei mi insultasse almeno un po’, un minuscolo rimprovero sul fatto che non posso imporre alla gente certe cose, come per esempio il mio poco elegante bisogno di compagnia a notte fonda. Invece no, giusto questa apatica accondiscendenza che puzza così tanto di pietà da straziarmi in due la pausa caffè.

Ho bisogno di questo lavoro, chi non ne ha bisogno? I colleghi sparano musica di merda a palla, si lanciano in giudizi e osservazioni, ricaricano le pile rovesciando merda nei dintorni in un equilibrio di tensioni elettriche e sbalzi d’umore nucleari. Ti osservano con quegli occhioni bovini dilatati da miscugli di caffeina e tachiflù, le loro pelli verderettile e i completi grigi. Scaricano compiti e barili, pretendono ferie, spostano roba, esaminano rapporti, estorcono caffè, colonizzano lidi di vita altrui. E lo stipendio è in ritardo di quasi due settimane.

Quando tocca a me impormi, “fare lo stronzo quando è necessario”, come dicono i miei superiori tutti belli e arrivati e padroni del loro minimondo, ecco, in questi casi mi pare che lo sbalzo di pressione sia eccessivo: apro la bocca e il pavimento mi crolla sotto i piedi, finisce che tutto l’ufficio rischia di cascare sulle teste di quelli sotto. Non voglio conseguenze del genere, quindi non disturbo.

Durante la pausa pranzo, nel parco intirizzito e spoglio, lo scorgo ancora: il viso familiare che mi segue. Non è proprio un volto, non posso descriverlo, nel momento in cui mi sembra di incastrarlo con la coscienza per osservarlo bene, ecco che trovo solo un altro completo sconosciuto. Ma io so che da qualche parte nella nebbia dei passanti c’è una persona che dovrei riconoscere e che indubbiamente mi sta seguendo. La sensazione resta anche mentre rincaso.

Gennaio tiene in pugno la sera, più che di anno nuovo si respira aria di sbaraccamento, fine delle feste e tutto qua. C’è chiaramente qualcuno che mi segue, lo avverto alle spalle, controlla quando mi volto, copre i miei passi dalla distanza. Un tizio mi pedina: troppo elementare per essere solo una mia paranoia.
Mi rifugio a casa. Se domani non arriva lo stipendio non potrò pagare l’affitto.
Non soffro di insonnia. Ho un sonno iperattivo che mi fiacca la prontezza d’animo ancor prima di uscire di casa.

Affetto decine di zombie che non intendono arretrare, la mia lama improvvisata sfoglia tessuti marci e scopre anatomie decadenti, eppure il colpo non è mai abbastanza preciso da arrestare gli inseguitori. I miei compagni di sopravvivenza commettono banali distrazioni e vengono assaliti. Urla soffocate, lingue strappate, grinfie che scendono in gola per arpionare il cuore. Qualcuno si risveglia con occhi gialli senza-vita e si unisce al pasto dei superstiti. Non hanno più paura adesso, possono smettere di correre.

Io rimango irrimediabilmente solo.

Trovo una mazza da baseball. Agito l’arma nell’aria e la abbatto sul cranio di uno dei non-morti. Come un melone secco, la calotta cede. Scopro che il secondo colpo è più facile del primo, ne segue un terzo, faccio poltiglia agitando la mazza. Il sogno è un grumo di sensazioni tattili e suoni, non vedo ciò che faccio, già distolto dal dormiveglia. Mastico la mia rabbia. La poltiglia putrefacentesi sa di gomma da masticare e a sua volta mi macera.

Oggi corro, imbacuccato nella sciarpa e nella cuffia. Sono in leggero ritardo. Il freddo taglia le guance scoperte e se solo si decidesse a nevicare su questa città di merda almeno vedremmo qualcosa di decente. Per qualche minuto. Invece niente, solo grigio emaciato. Le lamentele di tutti sul fatto che potrebbe nevicare ce le becchiamo lo stesso.

Il freddo mi morde anche le mani perché non indosso guanti, odio i guanti, voglio le mani libere, non si sa mai che debba afferrare qualcosa al volo: non vorrei mi scivolasse, mi sfuggisse.

Anche se il bus è fermo ad aspettare che due vecchine raggiungano la fermata, corro e mi sento come se l’agguantassi per un soffio. Corro anche per saltare in metro, sprinto sul nastro mobile, ce la faccio appena in tempo mentre le porte si chiudono sulla mia apnea. Credo di aver lasciato fuori chiunque mi stesse seguendo.

Arrivo al lavoro in anticipo, ovviamente.

Dalla finestra vedo il bar di fronte, oltre il traffico in strada. C’è un signore in vetrina che finge di leggere il giornale, non si lascia vedere in volto e mi fissa quando non lo guardo.

Non ho pagato l’affitto.

Elena mi chiede se mi va un caffè, lo fa con un messaggio vocale lezioso, pieno di risatine e tenerezze sincere. È l’unica luce della mia settimana, non attendevo altro, eppure mi graffia un po’ le pareti della cassa toracica come solo le sconfitte sanno fare. Se anche lei accorresse qui nuda e bella e si inginocchiasse a dichiararmi il suo amore eterno mentre tra una parola e l’altra mi fa un pompino, ecco, anche in quel caso io la vivrei come uno sbaglio da parte mia, un disturbo, una mossa ritardataria, una mancanza di prontezza.
Le do conferma per il caffè.

La sogno imperfetta come è ed è più che sufficiente a incantarmi senza speranze. Parliamo in giro per una Milano soleggiata e distante, una Milano acquarello senza spessore. Parliamo di noi e passeggiamo, scherziamo allungando il passo, troviamo un punto di contatto intimo e tenendoci per mano ci muoviamo sempre più velocemente, sempre di più, finché stiamo correndo. Corriamo, ci molliamo e riprendiamo, ci inseguiamo col fiatone, ridiamo, ma non sempre, come se volessimo smettere.
Stiamo fuggendo.

La perdo di vista quasi subito tra la folla, perché in tutti i sogni sono io quello lento.

Gli zombie spuntano come funghi parassiti e i passanti iniziano a piangere la propria apocalisse personale. Sono circondato da esplosioni di disperazione e terribili suoni strazianti.
Mi ritrovo nella visione uterina del dormiveglia, ma continuo a immaginare l’ecatombe, non me ne voglio andare. La sveglia ci separa.

Elena fa la triennale di psicologia. È nella fase in cui vorrebbe aiutare tutti, ascoltare tutti e nonostante ciò non si accorge che le muoio dietro, quindi in fondo è meglio che non si laurei. Se sa che io le muoio dietro, invece, è una persona terribile. Ma fantastica.
Dice che se dormissi in compagnia avrei un sonno meno agitato.
«Dormi tu con me».
«Non fare lo stupido», immagino sia la fine della seduta.

Scopro che al nostro famoso caffè non sono l’unico invitato. C’è Marcello, ci sono Dario e Serena, c’è Filippo, Jacopo, Sonia e pure Dalila B, perché Dalila F ha pilates e non poteva – che peccato. Io cerco di capire se l’amichetto che si porta a casa Elena è uno di questi qua, ma presto mi perdo nel mio silenzio.
Li guardo dal bordo della tazza, dall’oblò del manico, mollusco di burro in un mare di caffè. I nomi mi si confondono tutti e presto sono solo delle facce, facce con parole e domande di circostanza che mi sorvolano lasciandomi illeso anche se tergiverso con sillabe smozzicate al posto di ribattere. Presto è come se tutti loro percepissero la mia assenza senza avvertire alcuna mancanza, mi rendo conto che tutto il locale sta facendo la stessa cosa. Quasi non fanno rumore, abitano con disinvoltura la mia inadeguatezza. Mi calpestano l’ombra e nemmeno se ne accorgono.

E poi ci faccio caso: lui non c’è. Mi alzo di scatto, lascio cadere scuse che nessuno raccoglie, pago con spiccioli che non potrei spendere. Esco e mi ritrovo solo in strada. Nebbia che non cela ospiti, né zombie.

Casa non dista molto, ma allungo il giro. Cerco il corso principale dove so di trovare un po’ di vita. Qualcuno si è dimenticato le lucette di natale spente e appese a strozzare i balconi, qualcuno si è dimenticato che i regali sono finiti e ora bisogna tornare i cinici bastardi di sempre: c’è un po’ di amore nebulizzato nell’aria e fa malissimo.
Un mucchio di gente passeggia per il gusto di farlo. Una piccola città notturna chiusa nella propria apocalisse lenta e rassicurante. Il mio pedinatore non c’è più, quella presenza nascosta dietro i miei angoli se n’è andata e già ne sento la mancanza. Nessuno mi segue e io non scappo da un bel niente.
Ma corro lo stesso, perché il coglione che rincorre le cose sono io.

“Di che hai paura?” Ripenso al messaggio di Luca a cui non ho mai risposto, mentre litigo con le chiavi fuori dal cancello. Rientro in una casa evacuata dalle voglie e dalle energie, una casa dove mi aspettano solo incubi ridicoli. Tengo le luci spente.
“Ho paura degli alieni”, rispondo.

Francesco Quaranta

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