JOE BENZINA

“C’è solo lo spazio di due vite immerse nella morte, perché questo è ciò che stiamo respirando: energia ed entropia, creazione e distruzione, la vita di una macchina e la morte di un organismo. Che poi, mi chiedo, noi cosa siamo, organismi meccanici o macchine di carne? È un mistero di liquido alto mezza spanna, ma profondo quanto tutto il mare […]” Un anno fa Guido Zanetti ci inviava Gasoline Joe, un personaggio chiave che aveva bisogno di esitazione, piccoli accorgimenti e un po’ di riposo. Lo leggiamo oggi, finalmente, sotto il titolo di Joe Benzina. 
L’illustrazione è di Momusso (benvenuta Martina).

Per fortuna il basculante ha dei fori per il ricambio dell’aria, altrimenti saremmo morti soffocati da un pezzo. Sa essere previdente, in fondo. Forse non è proprio uno sprovveduto, anche se non lo diresti di uno che scambia la Q8 per uno spacciatore e che alle spine della birra preferisce le pompe dei benzinai.
L’aria è satura di esalazioni che salgono lente dal pavimento, una barriera di nebbia ad alti ottani galleggia tra di noi. È insopportabile e nauseante, così mefitica da rendere i miei respiri corti e stentati per la repulsione. Joe, invece, inspira a fondo, con calma, con regolarità.
«Sai che ho un fratello?»
Sono le sue prime parole da più di un’ora.

Alle dieci mi alzo.
Il mio pallore risalta sotto la luce dei lampioni, l’incarnato pallido come una maschera veneziana. Il mio riflesso in una vetrina di un negozio abbandonato è come l’apparizione di uno spettro, un essere che persiste nell’esistenza senza mai parteciparvi davvero, limitato a una presenza percepibile ma intangibile.
Mi chiedo quanto tempo sia passato dall’ultima volta che ho visto il sole.
Joe mi ha dato appuntamento in questa via isolata, dove sorge un parcheggio a più piani. È stato misterioso: non ha spiegato cosa avrebbe fatto, non ha specificato il perché del posto e non mi ha chiesto di portare nulla, a parte venti euro.
Il parcheggio è un’imponente costruzione multistrato percorsa dalla spirale di una rampa, ma da fuori si vede che la maggior parte dei posti sono vuoti. Le poche macchine, alcune bollate, altre arrugginite, sono tutte posteggiate lungo la strada, attraversata da solchi lunghi e interconnessi come vene di un sistema circolatorio necrotizzato.
Noto solo ora che hanno tutte il serbatoio aperto. Piccole pozze di benzina asciugano sull’asfalto. Quando mi guardo intorno, vedo Joe che si avvicina, il cappuccio calato sul cranio. Sotto di esso, un volto smunto, gli occhi tinti di giallo, ombre di vene lungo la fronte e una tanica rossa in mano.
«Cazzo, la gente non fa più il pieno neanche per il cazzo. Colpa di questa cazzo di crisi. Hai portato i venti euro?»
«Sì».
«No, perché se non li hai portati è un casino», insiste.
«Ti ho detto che li ho portati».
Tiro fuori la carta blu dalla tasca e la faccio sfregare tra le dita, ma la sua espressione non cambia di molto: ha ancora un baleno di apprensione negli occhi malati, che si dissolve solo con il luccichio del bollo di Stato.
«Buono», annuisce. Non aggiunge altro e allunga una mano ossuta, dita secche come rametti invernali, per prendere la banconota. Poi si gira e si allontana.
«Ehi!»
«Aspetta qui. Dieci minuti».
Vorrei ribattere qualcosa, ma Joe è già in fondo alla strada. Scompare dietro l’angolo, lasciandomi la spiacevole sensazione di essermi appena preso un’inculata. Per non pensarci, torno a scrutare la strada, i palazzi, le macchine, il parcheggio.

Il progetto è davvero ambizioso, un monumento all’ingegneria del cemento e dell’acciaio, quell’urbanistica appassita tra i meandri della città. Attorno ha solo desolazione: poche case popolari ai suoi lati e dirimpetto i campi in cui la periferia si dissolve nella provincia stanca e malinconica. Il degrado di una terra di confine, troppo lontana dalle palazzine e dalle fabbriche per dare un senso a questa costruzione, la cui presenza stride come ferro con l’abbandono del suo contesto.
Segno tutti questi dettagli sul mio taccuino, che in realtà è un banalissimo bloc notes, comprato appositamente per l’occasione. Vorrei fare il giornalista.
Forse questo quartiere doveva fiorire. Forse un uomo in giacca e cravatta ha pensato di stimolarne la crescita con questo parcheggio. Poi, un altro uomo con un’altra giacca e un’altra cravatta ha pensato che non ne valesse la pena.

«Cazzo scrivi, l’elegia della merda?»
«Porco dio!», grido lanciando tutto a terra.
Ingoio una bolla d’aria per lo spavento. Joe mi fissa divertito e mostra i denti storti, per poi chinarsi e raccogliermi penna e taccuino. Un’altra cosa che noto solo ora è che Joe non fa mai rumore. Nemmeno quando cammina, nemmeno quando scassina i serbatoi.
«Prendi», mi dice porgendomi il blocchetto. Infilo tutto in tasca, con le mani che ancora tremano.
«Prendi pure questa», aggiunge, e mi passa la tanica piena fino a scoppiare.
Joe abbassa il cappuccio nero, scoprendo il capo rasato e bianco.
«Andiamo», dice indicando con un cenno della testa il curioso parcheggio.
Ci sono delle scale che conducono a delle porte che a loro volta conducono ad altre scale che terminano ai piani inferiori. Camminiamo in silenzio lungo i corridoi bui, passando per una schiera di garage chiusi.
«Metà di questi buchi è abbandonata», mi spiega Joe, «l’altra metà è occupata da chi è senza casa. Noi cerchiamo quelli abbandonati».

Nonostante l’opprimente silenzio, riesco a sentire qualche respiro, persone che russano o biascicano, ma non riesco mai a capire in quale box siano. Questo posto è come una casa infestata, un girone infernale dormiente: hai sempre l’impressione che qualcosa di brutto stia per accadere, perciò non perdo un solo passo di Joe.

«Eccoci».
«Ma è chiuso».
Joe scrolla la testa senza neanche rispondermi, tira fuori uno spadino dalla tasca della felpa e in pochi secondi fa scattare il lucchetto. Tira su il basculante piano, senza fare rumore.
Il box è buio e nero e profondo, Joe sorride in modo sinistro e la tanica pesa come non mai.
«Se vuoi fumare, ultima chance».

Tra il bordo inferiore del basculante e il pavimento c’è uno spazio di circa un centimetro: Joe lo ha tappato con una lunga striscia di plastica che teneva nella felpa, in modo che la benzina non sbordi fuori.
Poi apre il tappo della tanica e versa tutti i miei venti euro, che vanno a formare una piscina di liquido verde alta quasi fino alle caviglie. Durante i preparativi continua a fischiettare – con una calma disarmante – Surfin’ U.S.A. dei Beach Boys.
Io annoto questa strana scelta musicale, annoto la preparazione della camera a gas, annoto tutto quello che succede e già i fumi si levano dal basso. Un odore inconfondibile.
Quando la tanica versa le ultime gocce, Joe la posa e si siede nella pozza, bagnandosi il culo senza batter ciglio. Io sono riluttante, ma la sua sicurezza mi convince: mi siedo anch’io, sforzandomi a immaginare che sia solo acqua.
Joe sorride guardandomi annotare i miei pensieri sul taccuino, e annuisce sarcastico quando vede i movimenti del mio polso farsi incerti. Le esalazioni sortiscono il loro effetto, le lettere sul foglio si fanno confuse e pensare diventa difficile, doloroso. Rinuncio a tutto quello scrivere e lascio cadere il taccuino nella benzina.
Mi arrendo, respiro.

La nube carica di benzene tossico ci avvolge e ci coccola in un sogno ad occhi aperti. Attorno a noi è il vuoto: questa è una camera di deprivazione sensoriale.
Il buio, il silenzio, il delirio ci chiudono in un guscio caldo e umido. Questo garage è come un utero, la benzina il nostro liquido amniotico. Quando smetto di pensare alle sostanze cancerogene diventa piacevole.

«Sai che avevo un fratello?»
La sua voce, dopo ore di silenzio, ferisce i timpani.
«È morto in un incidente d’auto. Auto rubata, inseguimento, incidente. La benzina fuoriesce dal serbatoio della macchina cappottata, si scalda e prende fuoco. Whush».
Allarga le dita della mano per rendere meglio l’idea, soffia tenendole larghe, poi le richiude. Joe si apre finalmente: vorrei scrivere qualcosa, ma lo stordimento è troppo forte e i fogli sono tutti stracciati.
Continuo a respirare.
La cappa fumosa si addensa, distorce la figura di Joe. È bianco come una striscia pedonale, la faccia non ha un filo di grasso, c’è solo quella pelle bianchissima. Le maniche della felpa rimboccate mostrano gli avambracci ossuti.
«Il benzene attacca l’acido nucleico e provoca forme gravi di leucemia».
Joe continua a sorridere, il ghigno di un morto. Il buio ci inghiotte, io vorrei vedere le spirali del mio codice genetico, per sapere se anche io morirò. Lo stomaco non può reggere a lungo: qualcosa lo sta corrodendo.
«A volte i nazi vengono qui e ammazzano qualcuno. Se aprono butteranno dentro una sigaretta».
Ma Joe non smette di sorridere, calmo come se tutto fosse normale. Voglio capire che cosa si nasconde dietro a questa divertita indifferenza. Voglio dare una spiegazione a questo momento di assurdo edonismo autodistruttivo. Voglio sapere perché a Joe non frega un cazzo dell’infiammabilità, dei nazi con le sigarette, dell’alto tasso di benzene e della merda che ha nel sangue.
«I fili elettrici sono consumati».
Nessun pensiero si traduce in qualcosa di concreto e il senso delle cose va a farsi fottere. C’è solo un quadrato di cemento pronto a bruciare.
«Potrebbe scoppiare tutto da un momento all’altro».
C’è solo lo spazio di due vite immerse nella morte, perché questo è ciò che stiamo respirando: energia ed entropia, creazione e distruzione, la vita di una macchina e la morte di un organismo. Che poi, mi chiedo, noi cosa siamo, organismi meccanici o macchine di carne? È un mistero di liquido alto mezza spanna, ma profondo quanto tutto il mare, è una domanda che uccide chi, come me, cerca risposte che non può capire, una sirena industriale che mi chiama a sé risucchiandomi nel suo vortice, e io non ho forze per dire di no, precipito in caduta libera, ingordo di soluzioni, sasso nell’oceano, corpo inerte, avanti, avanti, in rotta di collisione con la morte, a due centimetri dalla mia faccia, una fine tossica.

La mano di Joe ferma la mia caduta, afferrandomi la maglietta.
«D’accordo coglione, basta così».
Mi rimette a sedere, io stremato, io gemente, io tremante. Apre il basculante, la benzina straborda, l’aria si pulisce. In corridoio vomito amaro sulle scarpe di Joe, che sorregge il mio corpo distrutto.

Joe mi passa una bottiglia d’acqua e mi dice di lavarmi la faccia. Non mi ero mai accorto di quanto potesse essere piacevole quella sensazione di fresco che ti scorre sulla pelle.
Sono seduto tra due cassonetti, che farsi vedere devastati non va bene, finisci per dare nell’occhio, dice Joe.
«È stato cazzuto, vero?»
Io non so che rispondere, nel dubbio annuisco e dico sì.
Joe ridacchia e si accende una Marlboro, fregandosene di essere ancora coperto di combustibile. Ne porge una anche a me, ma i miei polmoni non reggerebbero.
«La fumo più tardi».
«Riesci a camminare?»
«Credo di sì».
«Va bene. Allora ci vediamo. Sei un tipo strano, sai?»

Joe mi sorride e si allontana, il cappuccio calato sul suo cranio rasato, la tanica vuota sottobraccio. Dopo qualche minuto mi alzo anch’io. Quando esco dall’ombra del parcheggio multipiano vengo investito dalla luce del sole. Quante ore siamo stati chiusi in quell’inferno?
I miei occhi hanno bisogno di un bel po’ per riabituarsi alla luminosità intensa, al via vai delle persone e delle automobili. Salgo sul primo autobus e tutti si girano: puzzo terribilmente di benzina, che evapora dalla mia pelle, circondandomi di un’aura demoniaca.

Le fermate si susseguono, i passeggeri salgono e scendono e io penso a tutto quello che avrei dovuto scrivere su questa notte così strana.
Penso che dovrei fare una doccia, ma forse è più importante trovare un nuovo lavoro, mi dico accendendo la sigaretta che mi ha lasciato Joe. Il mio articolo è andato a farsi fottere e questa volta non me la perdoneranno. Con tutta probabilità verrò licenziato, perderò il mio comodo lavoro freelance, “Degradi Urbani” non mi vorrà più.
Se fossi circondato dall’oceano mi darei al surf, penso lasciandomi dietro nubi di fumo e solvente. E invece sono qui, a due passi da casa, sulla strada che conduce al benzinaio. Forse lui sta cercando qualcuno.

Guido Zanetti

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