MATTEO

matteo_giulia pex

Giulia Pex, Matteo

Per parafrasare il poeta: le notizie sulla scissione erano esagerate (al solito). Luca Marinelli è vivo e lotta ancora insieme a noi, il racconto di oggi si intitola Matteo e ha una illustrazione inedita di Giulia PexMarzo è volato, è stato brevissimo e bellissimo, Giulia ci saluta (grazie di tutto!), ma qualcosa ci dice che tornerà molto presto (tipo lunedì 24 aprile, salvate la data).

A casa di Matteo c’è un solo armadio, eppure è troppo grande per loro due soli.
Matteo ha l’olfatto finissimo di sua mamma, a lui i profumi sembrano schizzi di resina d’arcobaleno che si appiccicano sull’aria e sul vento, agitate e dense farfalle di colore.
Il suo preferito è l’odore morbido celeste chiaro dello sciampo al cocco che lei, mamma Maria, versa per fare la schiuma quando l’acqua scroscia ancora sul fondo ingiallito e un po’ scrostato della vasca; poi come secondo c’è la naftalina, non ci piove, di quella fatta a palline bianche che si mette nella tasca dei vestiti, quell’odore è viola.

Quand’era piccolo che non capiva le cose, Matteo era il terrore degli sportelli chiusi: dai cassetti di posate alle ante mezze sfasciate lui apriva tutto, non c’era pace per niente, e l’armadio nella camera da letto era il suo bersaglio più amato, non c’era stato giorno dai due ai tre anni in cui quell’impertinente piccola peste l’avesse lasciato in pace.
Gli sembrava di fare la caccia al tesoro: dalle giacche di suo padre e poi dalle fessure, sopra e sotto ai ganci sgattaiolava fuori quest’onda schiumosa di viola ipnotico, che faceva girare la testa a Matteo, lo chiamava. Così il bambino cercava, cercava, e alla fine si trovava davanti l’armadio, senza esitare lo apriva con le manine pallide ed entrava, muovendosi a fatica nello spazio saturato fitto fitto di finti velluti e pelli logore, di camicie e giacconi; e lì rimaneva per decine di minuti, a respirare, assaporare il dolce profumo della sua purpurea vittoria.

Un giorno, però, Matteo aveva smesso, e da quel giorno l’odore buono della naftalina non l’aveva sentito più. Non che fosse diventato troppo grande per fare quel gioco: le giacche e le pelli e le camicie con dentro le palline bianche da quel giorno nell’armadio non c’erano tornate mai; e l’armadio era diventato tremendamente vuoto.

Matteo odia suo padre, lo odia perché quello spazio è stata tutta colpa sua; e, trovando tutto quel posto libero, Lui ha potuto trasferirsi lì.
L’odore di Lui è un nero pece che ogni tanto ha qualche strana sfumatura di marrone o di blu; Matteo non l’ha mai visto uscire dall’armadio, ma anche quando non lo vede lo sa che è sempre lì: la sua puzza nauseabonda ha appestato tutta casa, lo annusa persino quando va al bagno, non può resistere, non ce la fa.

Da quando Lui è venuto a vivere con loro, Matteo nel suo letto non ci ha voluto dormire più. La mamma sembra non volerne sapere, dice che è grande per dormire nel letto con lei e prima o poi dovrà imparare a star da solo, dice che è frutto della sua immaginazione, ma lui lo sa che lei fa finta di niente, che ha il naso buono come il suo, lo sa che in fondo anche lei lo sente, e se nega è per non farlo spaventare, tutto qui.

E poi mamma Maria è sempre così impegnata, tutto il tempo lì al computer con quei suoi bottiglioni di medicina, quando alla sera le ha finite tutte è felice, e balla sempre, balla anche quando cammina, alcune volte lo prende in braccio e balla anche con lui; non vede l’ora di essere grande Matteo, che la mamma glielo dice sempre, potrà prendere la medicina quando sarà grande come lei.
Ma Matteo non può aspettare di diventare grande, quel fetore impenitente vuole che se ne vada via da lì; allora decide di risolvere il problema da sé, di entrare nell’armadio e dirgliene quattro, a Lui.

Così una notte aspetta sveglio che la madre si addormenti, poi apre gli occhi. Lo capisce che dorme dal suo forte russare, in punta di piedi va in cucina e beve un po’ di medicina, improvvisamente si sente caldo nella pancia e nel cuore, prende un forchettone, un coperchio della pentola con cui mamma Maria fa gli spaghetti come scudo e con una padella in testa torna indietro.
Respira a fondo e si avvicina; Lui lo sta aspettando, le ante dell’armadio sono socchiuse, qualcosa là dentro ruggisce nell’ombra. Quando è a pochi centimetri vede l’odore pesante del suo fiato e non ha mai sentito un colore tanto strano, è acceso come un canarino e scuro come la notte allo stesso tempo.
Matteo entra; lui si avvicina, Matteo lo sente, l’odore è sempre più forte: quando è lì Lui lo aggredisce, Matteo prova a colpirlo ma Lui lo avvolge, come se non avesse corpo ma solo spirito. L’elmo, lo scudo, la spada cadono in terra, Matteo sviene.

Quando si sveglia nell’armadio, Matteo annusa l’aria, ma c’è qualcosa di strano: non percepisce più il suo setoso odore bianco panna di bambino; il piccolo Matteo odora d’alcool e sudore adesso, ha paura, si abbraccia forte le spalle, forse si addormenta e forse poi riapre gli occhi, d’improvviso; apre gli occhi ed è l’armadio, magari è stato tutto un sogno, o forse no.
Quando si sporge, lento, per vedere cosa c’è lì fuori vede mamma Maria che dorme, vorrebbe chiamarla ma ha paura, perché Matteo non è più lui: è diventato Lui, il mostro l’ha assorbito, se lo sente addosso come una puzza nera e terribile che non se ne va più via.

Luca Marinelli

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