ROCK CRIMINAL #21: CHANO POZO

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Giulia Pex, Chano Pozo

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Chi era Luciano Chano Pozo González? Il più grande percussionista afrocubano degli Stati Uniti, il migliore secondo Dizzy Gillespie, ma alla fine quando ti riempiono di piombo non vuol dire più niente (che ridere).
L’illustrazione inedita è di Giulia Pex.

«No, Chano, qui non siamo a L’Avana. Qui non contiamo nulla. Noi orisha non siamo che poveri disgraziati. Anche tu sei un povero disgraziato. La Santeria, a New York, è soltanto superstizione. E tu sei solo un negro. Come sempre».
«Ti sbagli: io sono Chano Pozo e suono con Dizzy Gillespie».

In effetti, Chano Pozo suonava con l’inventore del bebop, che l’aveva definito: «Il miglior percussionista che abbia mai ascoltato». E aveva tutti i motivi per vantarsene. Ma questo non vuol dire niente quando ti riempiono di piombo: sette colpi di pistola, così, senza tanti riguardi. Come l’ultimo dei negri, di quelli che entrano nei locali dalla porta di servizio. Che negli stati del sud sugli autobus siedono dietro. Di quelli che crepano agli angoli delle strade di Harlem, in sordidi bar. E perlopiù da parte di un gangster da quattro soldi. Un misero boss schernito con il soprannome di “El Cabito”: Eusebio Munoz, un “piccolo caporale” che tirava avanti raccogliendo scommesse clandestine e spacciando erba di pessima qualità. Come copertura, un’attività di riparatore di apparecchi radiofonici. Figuriamoci. Insomma, il più grande percussionista afrocubano sbarcato negli Stati Uniti, l’attrazione de La Conga, la grande sala da ballo di Broadway all’angolo della Cinquantunesima, colui che aveva indirizzato Gillespie verso il latin jazz e suonato alla Carnegie Hall sulla Settima Strada, dove si erano esibiti George Gershwin, Benny Goodman e Duke Ellington, per dirne alcuni, officiante dei sacri riti della Santeria, fatto fuori da una nullità di allibratore alla vigilia di Santa Barbara, sua protettrice; che ridere.

«Stai morendo. Chano, tu stai morendo. Mi senti? Quanto ti manca ancora? Eh? È questione di attimi. Fattene una ragione. Chiedi perdono dei tuoi peccati» (E ne aveva più di qualcuno da farsi perdonare: l’omicidio, anche se sembra accidentale, di un turista in patria e furti, minacce e aggressioni, ma nel quartiere povero e malfamato di El África, dove viveva in gioventù, c’era poco da andare per il sottile, dovevi sopravvivere, quello era il modo). «Torna in stato di grazia, Chano, e ci si rivede di là. Ormai io non posso farci più niente. Mi spiace».
«Aspetta un momento. Non credere di cavartela così. Mi spiace, ma certo; tutto qui?», disse Chano, ansimando. «Ricordati che tu senza di me non esisti. Ti rendi conto che se sei qui è solo grazie a me? Sono stati i miei tamburi a evocarti».

Era vero. L’orisha Changò, colui che rappresenta tutte le doti e i difetti del maschio, santo della virilità, della guerra, del fuoco e del tuono, della musica e della danza, sincretizzato con quella femmina guerriera di Santa Barbara, si era materializzato grazie ai tamburi batá di Chano, che l’aveva preso come orisha guida. Luciano “Chano” Pozo González era un maestro in queste cose e aveva conquistato una certa fama a Cuba nel giro della Regla de Ocha e nelle cerimonie dell’hacerse el santo, quando l’orisha prende possesso della tua essenza terrena. Ma al 25 di Lenox Avenue anche i santi si scordano di essere tali. Il futuro da predire è solo uno stupido gioco su una tavoletta di legno circolare.

Chano ancora sperava che il suo santo protettore lo avrebbe salvato come quella volta, anni prima, a L’Avana: alla Società degli Autori, gli spararono quattro colpi per una questione di diritti d’autore non pagati che lui reclamava; due proiettili gli si ficcarono alla base della spina dorsale. Poteva rimanere paralizzato, addirittura morire, e invece, a parte qualche doloretto quando cambiava il tempo e stava troppo in piedi e un’andatura leggermente protesa in avanti, quasi fosse sempre sul punto di attaccare, a volte intimoriva, altre era divertente, ne uscì illeso e forte come prima. Ringraziò con generose offerte e devozione eterna. Era devoto, grande e forte, Chano. Fortissimo, tanto da essere assunto dal losco uomo d’affari cubano Alfredo Suárez come guardia del corpo, autista ed esattore. Fortissimo da vincere ogni scontro nel circuito dei combattimenti più o meno legali de L’Avana. Il sole dei Caraibi attenuava qualsiasi dolore e lo rendeva invincibile. Ma a New York fa freddo a dicembre. E il freddo non aiuta. Sembra spaccarti le ossa. La schiena in certi giorni si blocca. Eppure Chano continua a sentirsi forte. Fortissimo. Anche quando prende per il bavero Eusebio Munoz e lo insulta, lo minaccia di fracassargli quella brutta faccia da cazzo che si ritrova se non gli ridà indietro i suoi soldi, buttati via per venticinque schifosissime sigarette di marijuana che “El Cabito” gli aveva venduto la sera prima al La Palma. Più che di erba sembravano fatte di origano. E a Chano mica lo freghi. Lui ha bisogno di quella roba che lenisce i dolori. Lui non si fa prendere in giro da nessuno. Quando riscuoteva i debiti per Suárez, fratturava braccia e gambe come niente fosse se non pagavi, e subito. Capitava anche se pagavi, tanto per dare l’esempio e per il disturbo. «Inutile che piagnucoli e inventi scuse: tira fuori quanto devi. Non fartelo ripetere».
Questo era suppergiù il tono. Se eri fortunato, o eri un giocatore di biliardo, ti spezzava solo i pollici.

Il bar tra la Centoundicesima e la Centododicesima è pieno di gente e tutti assistono alla scenata. “Il Piccolo Capo” appare ancora più piccolo di quello che è, minuscolo, umiliato davanti a tutti. Chano lo sovrasta con la sua stazza, lo sbatacchia per bene, ottiene i suoi soldi e ride di lui, non gli rompe niente, ora è un musicista di rispetto e certe cose non le fa più, e lo manda via dal Rio Bar & Cafeteria a calci in culo ridotto a un microbo di vergogna. Ma Eusebio Munoz è un boss nel quartiere e deve difendere il suo onore, non può permettere al primo arrivato di trattarlo così, a Harlem ha la sua reputazione.

Solo le nove di sera del 3 dicembre del 1948 e “El Cabito” è tornato armato. «Ehi, Chano», lo chiama per nome. Ha un sorriso beffardo stampato in volto. Tutti restano immobili. Non trema. Ride pieno di rabbia e non trema, quando Chano si volta e lui mira al cuore facendolo esplodere scaricandogli la pistola addosso. L’orisha Changò non può fare altro che restare a guardare. Come i clienti del locale. Increduli. Lui un po’ meno. È pur sempre un santo e conosce il peccato e le miserie umane. Miguelito Valdés, il cantante e amico d’infanzia di Chano, che lo aveva convinto a raggiungerlo a New York City l’anno precedente, gli ripeteva di tenersi lontano dai guai. Per lui era facile, lui era un bianco. Lo comprendeva meglio il compositore, clarinettista e sassofonista Mario Bauzá, che lo aveva presentato a Gillespie. Entrambi però alla notizia di quanto era accaduto rimasero senza parole. Non ci volevano credere. Allibiti e pieni di dolore anche Cab Calloway, Duke Ellington e Count Basie, il giovane Tito Puente e Dizzy Gillespie, che ripeteva «non è possibile, non è possibile».

El Tambor de Cuba cade lentamente a terra. Sembra che Changò lo accompagni al suolo. Può fare soltanto questo, stargli vicino negli ultimi istanti di vita terrena. Chano si aggrappa a lui con la poca forza che gli rimane. «Perché non l’avevi previsto, eh? Perché non hai chiamato il balalawo? Perché non l’hai autorizzato alla divinazione? Lui l’avrebbe saputo», gli dice. «Dov’è la tavola di Ifà? Perché non mi hai protetto?» Arriva pure Santa Barbara, ha con sé un po’ di cibo, del caffè, cioccolata, un sigaro di quelli buoni e una bottiglia di rum invecchiato bene, per quando Chano sarà un eggun, uno spirito, e ne avrà bisogno. Non è mai stata così bella. «E tu dov’eri?», le chiede Chano, sempre più debole, il battito cardiaco ridotto a un sordo rumore di fondo fuori tempo; il re del ritmo senza più ritmo. «Le tue armi, i tuoi esplosivi: niente. Domani è la tua festa, vedi, ho messo la camicia bianca e la cravatta rossa, i tuoi colori. Avrei suonato i miei tamburi per te. Solo per te. Come ogni 4 dicembre. Ti piace “Cubana Be, Cubana Bop”? Ecco, l’avrei suonata per te. E “Manteca”? Oh ti avrei dedicato anche questa. Non è vero che si riferisce alla gānjā – non sarebbe troppo ironico? È un mio omaggio a te. La senti? Sta girando sul Wurlitzer 1015. Te l’avrei suonata insieme a Dizzy. Dizzy sarebbe stato d’accordo. Lui mi vuole bene. Vuole bene anche a te, me lo ha detto. Sai, bellezza, tu sei l’unica donna che mi ha resistito. Eri gelosa? Le altre non hanno mai contato molto per me. Davvero. Te lo giuro. Era te che amavo».

Ma neanche Santa Barbara può fare qualcosa, se non posare i doni vicino al suo corpo e piangere un po’: lacrime sante e inutili. Non un miracolo, lacrime vere, lacrime di donna. Cosa gliene frega a New York dei santi e dei poveri amanti. Poi Chano ha un pensiero che lo fa sorridere con amarezza e il dolore al petto si fa insopportabile: «È buffo, morire per mano di un bandito da strapazzo in terra straniera. Tanto valeva crepare a L’Avana, ammazzato da un gangster vero, da uno yankee, uno di quelli che si sono impossessati della città con la complicità del caro Fulgencio Batista; oh, lui sta lì e aspetta la rivincita, che arriverà, statene certi, arriverà. Che ne so, gente come Meyer Lansky del Sindacato Ebraico di Cosa Nostra. Lui mi piaceva: i suoi modi, la sua determinazione, la sua eleganza, col Panama Montecristi». Un vero boss, che magari l’avrebbe tolto di mezzo mentre suonava in un casinò tra giovani puttane mulatte.

L’Avana era la città del turismo: tradotto in dollari, del gioco d’azzardo e della prostituzione. Meglio di New York. Luciano “Chano” Pozo González muore invece con il suo brano confuso a frammenti sfocati dei suoni del carnevale cubano di cui lui era il rumbero numero uno (vorrebbe accennare un passo di danza, era un grande ballerino, ma come fa?) e al vociare già annoiato degli avventori di uno squallido bar nel quartiere dei neri, ucciso da uno con il nome latinoamericano come il suo. L’orisha Changò e Santa Barbara gli chiudono delicatamente gli occhi, si alzano e, senza guardarsi intorno, si prendono per mano. Vanno via abbracciati, tanto stretti da diventare una sola cosa, un’unica entità. Spariscono per le strade gelide di Harlem. Forse si dirigono al porto per imbarcarsi su una nave che fa ritorno a Cuba. Al caldo. In attesa di tempi migliori.

Sergio Gilles Lacavalla

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