BRENDA DI FERRO

brendadiferro

Giulia Pex, Brenda di ferro

Marco Morana (1986) vive a Roma. Scrive sceneggiature, testi teatrali e racconti.” La biografia più corta della storia di Verde (grazie Marco, aspettavamo questo momento da cinque anni!), Brenda di ferro e una illustrazione su misura di Giulia Pex: sembra quasi che questo non sia un lunedì.

Era sabato, il giorno della spesa. Patrick controllava i prezzi delle acque, Emma passava in rassegna i gelati. Erano stati i primi stranieri a essere assunti all’Acciaieria Maniva, qui a Malteta. Brenda li precedeva, guidando il carrello con le braccia tese a impugnare il manico troppo alto.
Si avvicinarono alla cassa per pagare. Quando arrivò il loro turno, Emma chiese alla figlia: «Ti va di mettere la roba nei sacchetti?»
Brenda fece di sì con un sorriso che la giovane cassiera trovò bianchissimo. Obbediente, scivolò verso la coda del nastro trasportatore, avvicinandosi al detector antifurto che vigilava sull’uscita. Quel sorriso troppo bianco venne inghiottito dalle sue piccole labbra quando la sirena impazzì.
La cassiera lasciò che l’allarme ululasse.
«Tranquilla. Torna indietro e ripassa. Questi cosi ogni tanto fanno i cretini».
Brenda obbedì. L’allarme suonò di nuovo.
«A me lo puoi dire: hai un preso un dolcetto di nascosto?»
«Brenda non fa queste cose», disse Emma.
«Allora è stata la mamma a dirti di nasconderlo?»
La cassiera guardò Emma, improvvisamente seria. Emma non abbassò gli occhi.
«Ti chiami Brenda! Che bel nome! Metti il dolce sulla cassa, Brenda, così la tua mamma può pagarlo. Fammi vedere le mani».
«Non ascoltarla, amore. Non hai rubato nulla».

Brenda le aveva sempre ubbidito. In quel momento però non capiva: a chi doveva dare retta? A lei o alla cassiera antipatica? Guardò Emma in cerca di una risposta: sua madre fissava il pavimento.
Quei palmi vuoti erano bianchi quasi quanto i denti, pensò la cassiera.
Patrick le raggiunse.
«Che succede?»
«Dice che Brenda ha rubato».
«Non lo dico io, lo dice l’antifurto».
Patrick squadrò la cassiera. Poi si avvicinò deciso a sua figlia. Frugò con forza nelle tasche del piccolo giubbotto, tanto che Brenda scoppiò in lacrime. La cassiera rivide quei denti: erano davvero bianchi in modo assurdo, come i bulbi di quegli occhi enormi, che però adesso si stavano arrossando.
Gli altri clienti in coda avevano assistito alla scena in silenzio, ma ora cominciavano a mugugnare. Emma sentiva un rumore indistinto, dove spiccava lo stridere del nastro trasportatore, evidentemente da lubrificare, che continuava ad avvolgersi senza trasportare niente.
Le tasche erano vuote. Patrick la prese in braccio e strisciò accanto all’antifurto. Di nuovo. La cassiera indugiò il tempo di un altro giro di nastro prima di spegnere la sirena per la terza volta.

«Sono mortificata. Avrà preso una di quelle barrette al cioccolato che le piacciono tanto, chissà dove l’avrà nascosta», si arrese Emma.
«Forse si è mangiata anche la carta», fece l’altra, con la compiacenza odiosa dei vincitori. Poi continuò: «Non si preoccupi. Aspetti dietro le casse, altrimenti blocchiamo tutti. Nel frattempo chiamo il direttore».
Patrick la interruppe.
«Non ce n’è bisogno».

L’uomo le tolse il giubbotto, sfilò il vestitino e anche le mutandine. Brenda smise di piangere. La cassiera pensò che quell’espressione rassegnata era ancora più angosciante. Era l’espressione di un’adulta. Si sentì stringere lo stomaco: si era accanita inutilmente o aveva fatto il suo dovere? Poi si accorse che quel corpicino nudo era nero quasi come il nastro trasportatore della cassa. E senza sapere perché, immaginò di averlo lì sopra e di passarlo sul lettore di codici a barre. Si sarebbe mimetizzato benissimo.
I clienti nel frattempo continuavano a borbottare. Il magma sonoro si sciolse nelle orecchie di Emma, che riuscì finalmente a distinguere una di quelle frasi.

«Vergogna! Non si tratta così una bambina».

Emma non ebbe il tempo di capire se questo rimprovero fosse rivolto alla cassiera o a lei e a suo marito, perché ne sopraggiunse un altro.
«Magari siete voi ad aver rubato. Siete furbi! Si usa così a casa vostra?».
Emma si risvegliò dal suo intontimento e si precipitò verso la figlia. La prese per mano, la portò in disparte e la rivestì.

La storia si risolse in fretta. Il direttore del supermercato, deciso a far dimenticare quell’episodio che rischiava di fargli cattiva pubblicità, imputò l’attivazione dell’allarme a un guasto del sistema antifurto. Si scusò per l’inconveniente e regalò una barretta di cioccolato a Brenda.

Il ritorno a casa fu silenzioso. Quando arrivarono davanti alla porta dell’enorme palazzo senza balconi, Emma disse: «Non dovevi spogliarla davanti a tutti».
«Volevo solo dimostrare che non siamo ladri», si giustificò Patrick.
Quel sabato Brenda aveva sei anni, due mesi e sedici giorni. Per tutta la vita avrebbe ricordato quel supermercato e lo sguardo dei clienti sul suo corpo nudo.

Nei primi due anni delle elementari l’elettromagnetismo si manifestò di frequente ma in forma blanda. Brenda lo utilizzò a suo vantaggio.
Una volta si voltò verso la sua compagna di banco, mostrandole un temperamatite che sembrava incollato al suo naso. L’altra rimase a guardarla, con i piccoli denti da latte in bella vista. Poi Brenda estrasse una matita dall’astuccio e iniziò a temperarla. Quando gli scarti di legno stavano per cadere, tirò fuori la lingua di scatto, come un camaleonte. Ripeté quella scenetta più volte. L’altra bambina iniziò a sbellicarsi, presto si unirono anche gli altri compagni e tutti trascorsero una ricreazione memorabile.
Grazie a questi giochi di prestigio Brenda divenne la beniamina della classe. Anche gli insegnanti erano entusiasti di lei. In una pagella scrissero che Brenda riusciva “a farsi benvolere da tutti, soprattutto in virtù di una spontanea attitudine da leader”, e anche se Brenda non sapeva cosa volesse dire “spontanea”, si sentì importante leggendo quelle parole.

Brenda raccontava tutto a Patrick ed Emma, e loro non si preoccupavano. Per il pediatra la piccola aveva una salute di ferro, disse proprio così. Nessuno poteva immaginare la spaventosa ironia di quelle parole.

Io non so se fossero genitori distratti. Forse si comportarono come quando scopriamo un’anomalia nel nostro corpo e invece di correre dal medico facciamo finta di niente. In questi casi non ammettiamo il dubbio di essere malati. Sono periodi in cui abbiamo bisogno di sentirci invulnerabili, e probabilmente era così che volevano sentirsi Patrick ed Emma.
La loro vita fu abbastanza tranquilla fino a quell’escursione in terza elementare.

Il preside aveva organizzato una visita alla Maniva. Per preservare la salute dei giovani ospiti, i dirigenti dell’azienda avevano disposto una sospensione assoluta delle attività a partire da tre ore prima dell’inizio della visita.
Il compito di guidare le scolaresche era stato affidato ad alcuni operai. I migliori. Tra questi c’era Patrick.
L’uomo salutò Brenda con un occhiolino. Poi iniziò a spiegare: «Cari ragazzi, sapete cosa facciamo qui, no? Trasformiamo delle semplici pietre, i minerali, in ferro e acciaio, che poi è una specie di ferro con qualcosa in più».

I bambini percorsero le arterie di quel labirinto che odorava di capelli bruciati, fra tubi di fuoco e vasche dove bollivano strani intrugli fluorescenti. L’aria era pesante e alcuni cominciarono a tossire. Evidentemente tre ore di sospensione precauzionale non erano state sufficienti per smaltire i fumi. Patrick non voleva che i bambini soffrissero ancora e a malincuore saltò molte parti del discorso che si era preparato. Quindi raggiunse il magazzino.
«Prima di lasciarvi, ecco i prodotti finiti. Ci sono barre, dischi frangizolle, lingotti più pesanti».

I bambini si avvicinarono agli oggetti, li accarezzarono. Patrick era stato un’ottima guida e Brenda era fiera di lui, e gli sorrise. In quell’istante si scatenò l’orrore. Le barre, i dischi e i lingotti cominciarono a muoversi in direzione della bambina.
Brenda cominciò a correre per il magazzino per sfuggire a quegli oggetti che la inseguivano, ipnotizzati dal suo corpo esile. Come i topi del Pifferaio Magico fluttuavano a branchi, e a ogni suo passo si aggiungeva una nuova spatola o cacciavite.
I compagni cominciarono a urlare. Patrick pensò che sarebbe stato poco professionale disinteressarsi di tutti per soccorrere sua figlia. Avrebbe dovuto calmarli e indirizzarli verso l’uscita di emergenza. Poi gli tornò in mente quel sabato di alcuni anni prima al supermercato. No, non poteva ripetere l’errore. C’era solo una cosa giusta da fare: abbandonare la scolaresca impazzita e precipitarsi in aiuto di sua figlia.
La raggiunse, la prese in braccio e si mise a correre per portarla fuori da quell’assedio. Una forza costante li faceva sbandare, attirandoli da un lato e dall’altro. Tutto era di metallo lì dentro, anche le pareti.

Finalmente raggiunsero lo spiazzo d’ingresso. L’amministratore era pronto alla sfuriata contro le inadempienze di Patrick. Quando capì cos’era successo alla bambina, ebbe un sussulto e si limitò a osservarla smarrito. Brenda era ricoperta di ferite, di utensili industriali e bulloni.
Attorno a lei si formò un cerchio umano. Insegnanti, alunni, vecchi e giovani operai, quadri d’azienda la osservavano attoniti. Lei riluceva ai raggi bianchi del sole come una scultura futurista.

Il problema era deflagrato. Negli anni successivi, Patrick ed Emma si rivolsero alle migliori cliniche italiane. Il problema di Brenda era un’eccessiva circolazione di corrente elettromagnetica nel corpo. Sulle cause, i pareri erano molteplici. Una terribile conseguenza dello straordinario inquinamento del territorio. Una sindrome genetica sconosciuta. Alcuni luminari affermarono che si trattava semplicemente di stress e prescrissero a tutta la famiglia un soggiorno in un centro benessere del Trentino. Altri provarono con l’agopuntura.
Quello su cui nessuno aveva dubbi era che Brenda dovesse stare lontana da qualsiasi fonte ferromagnetica. Non proprio una prescrizione illuminante. E poi non era facile, perché, come potete verificare alzando gli occhi da questa brochure, viviamo in un mondo pieno di metallo. Ad ogni modo la camera di Brenda fu svuotata e le fu proibito di uscire.

Emma si licenziò per accudirla. Un giorno, mentre lei e Patrick ordinavano le parcelle astronomiche dei numerosi studi a cui si erano rivolti, Emma disse: «Forse è una specie di punizione divina. Lavoriamo con i metalli e nostra figlia non può starci, vicino ai metalli. Forse ci hanno tirato qualche maledizione. Dovevamo restare in Africa».
«A far cosa, a morire di fame?»
«Anche qui stiamo morendo di fame. I risparmi sono finiti, non possiamo più permetterci altre visite. Almeno in Africa l’avremmo fatta guarire da uno sciamano. Almeno lì le maledizioni si possono togliere».
Patrick la osservò: sua moglie stava perdendo la ragione, e si sentì solo. Se ne sarebbe andata presto, ne era sicuro. E lui? Lui per quanto avrebbe resistito?
«Facciamo causa alla Maniva. Sono sicura che è colpa loro».
«Sì, così finisco anch’io per strada. E poi la Maniva dà lavoro, ci odierebbero tutti».
«Ci odiano già, Patrick. Ci hanno sempre odiati, anche se tu hai sempre fatto fitta di niente».

Emma peggiorò e dopo pochi mesi ci furono i primi licenziamenti. Molti operai finirono in cassa integrazione. Molti si ammalarono di tumori anomali. I lavoratori si divisero in due fazioni: quelli che odiavano gli ambientalisti, colpevoli di avergli tolto il pane di bocca, e quelli che odiavano i dirigenti assassini.
Patrick all’inizio fu risparmiato, ma sapeva che almeno uno di quei due epiloghi sarebbe toccato anche a lui prima o poi. Ai suoi colleghi diceva di temere di più la malattia, ma nel suo intimo sperava di beccarsi un bel male incurabile. Le otto ore di decapaggio erano un sollievo adesso che a casa lo aspettava una moglie fuori di sé. Rinunciare a quelle ore faticose e felici sarebbe stato peggio che morire. Le dispiaceva lasciare Brenda, ma ormai era chiaro: almeno in questa vita lui non era in grado di aiutarla. Se fosse morto, invece, le avrebbe lasciato una bella somma. Le famiglie dei deceduti avevano ottenuto promesse di lauti risarcimenti. I politici erano stati chiari: giustizia per le vittime del disastro ambientale. Con quei soldi sua figlia avrebbe potuto continuare a cercare una cura.

Gli sbalzi elettromagnetici di Brenda si intensificarono con l’arrivo delle mestruazioni e della pubertà.

Un pomeriggio, Brenda era in camera sua, sdraiata sul lettino. Accanto a lei c’era Francesco. Voleva molto bene a Brenda ed era il suo unico amico. I piccoli oggetti di metallo che ornavano il corpo della sua ragazza non gli facevano ribrezzo. Per lui erano piercing molto originali. Qualche volta si fermava a giochicchiare con il chiodo che pendeva dal suo ombelico.
I due stavano facendo l’amore. Era la prima volta. Riguardo al piacere femminile, Francesco non aveva altri termini di paragone se non i porno che guardava regolarmente su Internet. Le urla soffocate di Brenda gli sembravano molto meno selvagge di quelle delle attrici tatuate e piene di orecchini dappertutto (sì, i piercing erano la sua passione). Si preoccupò: forse lui non lo stava facendo abbastanza bene? Poi si disse che forse Brenda si stava controllando per evitare che Patrick ed Emma la sentissero. Li vedeva ogni giorno, e anche se in quel momento erano nella stanza accanto, Francesco poteva immaginarseli: incassati nel divano davanti alla tv, storditi dall’alcol, come sempre da quando Patrick aveva perso il lavoro. Peccato, dovevano essere simpatici. Mentre era assorto in questi pensieri, Brenda cominciò a tremare e Francesco finalmente sorrise, fiero di sé.

Si assopirono con i piedi allacciati. Furono svegliati poco dopo dal fumo che aveva invaso la stanza. Quando si resero conto che le pareti stavano bruciando, si buttarono dalla finestra.

Ci volle qualche ora perché i pompieri riuscissero a spegnere l’incendio. I due ragazzi se la cavarono con qualche frattura, e dopo nove mesi nacqui io.

La polizia ebbe bisogno di tre perizie per decretare che tutto era partito da un guasto all’impianto elettrico obsoleto. Mia madre invece sapeva che era stata lei ad appiccare il fuoco sprigionando quell’energia orgasmica, ma non si sentiva in colpa. Amava i miei nonni, però sapeva quante sofferenze avevano patito a causa sua. Provocando involontariamente quell’incendio li aveva liberati da una vita senza dignità.

Gli abitanti di Malteta cominciarono a fantasticare malignamente sul suo elettromagnetismo. Se nessun medico era riuscito a trovare una cura, allora doveva trattarsi di qualcosa di magico. Magia nera, ovviamente, legata a qualche rito diabolico dell’Africa, la sua terra d’origine.

Francesco e la sua famiglia lasciarono la città subito dopo l’incendio. Durante la gestazione gli sbalzi elettromagnetici sparirono. Si ripresentarono con l’arrivo della prima mestruazione dopo il parto. Ma adesso che Emma e Patrick erano morti, Brenda si sentiva libera. Poteva farla finita con i medici. Poteva smettere di fingere vergogna e cominciare a vivere la sua condizione come aveva sempre desiderato. A parte gli oggetti più pesanti e pericolosi, non si preoccupò più di evitare il metallo.
Credo lo abbia fatto per me. Per aiutarmi ad avere una visione personale delle cose. In effetti, sono cresciuto senza pormi il problema che mia madre avesse sempre qualcosa di metallico sulla pelle.

La situazione comunque non è semplice. Con la vecchiaia si è lasciata andare. Non evita neanche gli oggetti più grandi e pericolosi. Il disco dentato di una sega circolare si è conficcato sulla sua schiena ed è ormai diventato parte di lei, un tutt’uno con la sua carne, come una corazza appuntita. Il suo corpo è totalmente ricoperto di forbici, coltelli, piastre da cucina, chiodi e oggetti simili. Quella maschera da sub non se la toglie mai: le permette di mantenere libero il campo visivo. Se si volta per guardarmi, le sue squame di ferraglia squittiscono. I bambini pensano sia un anchilosauro sopravvissuto alle ere glaciali. Lo suppongono senza malizia, al contrario dei genitori, che nei racconti dell’orrore hanno sostituito l’Uomo Nero con Brenda di Ferro.

Quando il direttore artistico dell’Ex-Acciaieria Maniva ha divulgato il bando per la mostra, ho pensato subito a mia madre. Qualcuno lo vedrà come un atto di sopraffazione. Come se stessi sfruttando il suo stato per guadagnare una qualche popolarità. Qualcuno lo vedrà come un riscatto: tornare qui, in questo luogo controverso, ora devoto ad attività sicuramente più nobili, e tornarci come un’opera d’arte ha un valore simbolico importante anche se per certi versi misterioso. Ci saranno quelli per cui il suo involucro sarà una gabbia. Per altri sarà invece un’armatura. Per molti lei sarà una vittima. O un osservatore privilegiato, per molti altri ancora.

Siete autorizzati a pensare tutto di lei, ma vi prego, non cercate di aiutarla. Parlatele. Lei non potrà rispondervi, una fresa le impedisce di muovere le labbra, ma voi sedetele accanto. Guardatela. Annusatela. Toccatele una forcella, un tegame, una portiera d’auto arrugginita. Sono questi i suoi organi. È questo il suo corpo.

Marco Morana

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