CALMA PIRATA #5: RUM

Il 1 febbraio scorso, a Firenze, un gruppo di bucanieri ha assaltato il palco del Sabor Cubano per leggere racconti brevi (massimo una pagina) a tema Pirati, sette pezzi che stiamo proponendo ogni mercoledì qui su Verde.
Matthew Licht ha occhi verdi, ma il suo colore preferito è il blu marino. Ha una bicicletta nera, Raven, e una rossa, Fiamma. Poi ne ha una bianca e nera senza nome, e un’altra verde del Nilo, non ancora battezzata. I suoi libri più recenti sono Sembra facile/Nessuna pietà, e Attenzione cacca dappertutto!, entrambi editi da Bookinmotion. Con Rum (Ass Pirate e Hard Pirate) è per la prima volta su Verde.
L’illustrazione inedita è di
Giulia Pex.

Ass Pirate

Ho un problema col rum, in quanto altera la propria sessualità. Non che ci sia nulla di male. Non tutti i rum fanno questo effetto, finora solo una marca del Barbados, Mount Gay. L’ho notato a una festa. Mi ero messo a bere rum e chiacchierare con un ragazzo dai capelli rossi, che portava in una lunga piratesca treccia sulla schiena. L’avevo conosciuto da poco. Non era proprio eterosessuale. Aveva la fissa delle coppie. Gli piaceva stare in mezzo a una donna e un uomo. Lo trovavo originale.

Non ho il solito problema col rum, cioè che se ne bevi continui a berne perché è maledettamente buono. A questa festa che dicevo, col tipo rossiccio e sportivo, stavo buttando giù Mount Gay quando ci passò accanto la mia fidanzata di allora. Fece finta di non riconoscermi, oppure lo spirito del rum mi aveva reso un fantasma invisibile. Anche lei si era trasformata. Era ingrassata, ma nei posti giusti. Si era abbassata. Aveva accorciato di poco i capelli, e i suoi occhi blu erano sbiaditi di qualche tono. Un altro effetto del rum, pensai. Riguardai l’Adone coppiofilo. La vita è, o dovrebbe essere, piena di sorprese. Una vita che valga la pena di vivere è piena di cambiamenti. Stavo per invitare il giovane a venire a letto con noi quella sera, quando mi resi conto che la donna che ci era passata accanto senza vedermi non era quella che pensavo mia.

Mi si gelò l’acido gastrico. Fui scosso da un brivido.
Mi versai dell’altro Mount Gay. «Chi è quella donna che assomiglia ingannevolmente alla mia compagna?», chiesi al nuovo compagno di bevute.
Mi raccontò chi fosse lei, e capì al volo dove andavo a parare. Il tesoro più ricco è quello meglio nascosto, e le cose che si vogliono nascondere veramente si lasciano allo scoperto.

La sosia della mia fidanzata di allora si vide piombare addosso due uomini non più sobri che la volevano abbordare. L’abbiamo bombardata di suggerimenti scurrili.
Purtroppo la tipa non solo assomigliava alla mia donna, la conosceva. A volte lavoravano insieme. Le dissi che non era un problema. Ci si poteva divertire tutti insieme.
Bene, disse lei. Non sembrava avere nulla in contrario. Ma prima vado a sentire cosa ne dice lei. Andò. All’altro lato della stanza piena di musica a tutto volume e denso fumo, vidi la mia fidanzata, ora la mia ex, sgranare gli occhi e scuotere veementemente la testa. Solo per pietà di due ubriachi non vennero per riempirci di schiaffoni. Ci consolammo con tanto altro rum.

Quella serata cambiò la mia comprensione di come possono andare le cose. Vai a una festa credendo di essere in un modo, e ne esci sentendoti in un altro. Ti arrendi, vai alla deriva sulla corrente del destino, ti ritrovi mozzo da barile su una nave di pirati somali, molto reali, e poco romantici. Ma la loro razione giornaliera di rum è, come vuole la tradizione marina, una pinta a testa.
Non è malaccio.

Soft Pirate

Quando bevo rum, vengo rapita da un umore che definirei rum-àntica. Mi scioglie tutta, quel liquido scuro, dolce e riscaldante. Scioglie le invisibili cime che mi tengono ormeggiata al molo della realtà, al porto industriale della società convenzionale, in cui mi sento spesso naufraga. Dopo qualche bicchiere, salpa la donna avventurosa e anonima che è in me. Approdo a Cuba, in Nigeria, Kenya, e New Orleans negli Stati Uniti dove non sono mai stata. Non sono più me stessa. Sono la vera me stessa che sento di essere, che vorrei essere davvero. Sono una chiaroveggente, una schiava muscolosa, dai grandi seni, costretta dal padrone a stare sempre completamente nuda, come la verità che gli predico. Tanto fa un gran caldo, lì dove mi trovo.

Non oso sognare cosa mi succederebbe, se nella vita di tutti i giorni dovessi comprare, all’Esselunga, una di quelle bottiglie canestrate che la gestione mette ogni tanto in offerta. Divoro le loro etichette. Vengono da luoghi che per me esistono solo nei supermercati: Barbados, Venezuela, Madagascar. Vedo uomini neri, sudati, mezzi ubriachi. Hanno finito ora di recidere le aste di canna da zucchero, un lavoro veramente di merda. Stanno sdraiati qua e là per terra, all’ombra delle canne ancora da tagliare, intorpiditi. Stracci sgargianti drappeggiati sui loro muscoli, velati di uno strato di grasso caldo che trasforma ogni loro abbraccio in un lungo, lento orgasmo.

Certe sere vado al bar sotto il loggiato al mercato in centro. Le mie amiche non ci vanno perché la zona è piena di extracomunitari e altre persone di colore. Mi aggrego ai fantastmi di chi andava alle fumerie di oppio nell’ultimo secolo. Mi sento forte, quasi un uomo, quando chiedo la doppia dose di rum. Mi siedo col bicchierone. Guardo la gente e sogno a occhi aperti. Pian piano le mie ginocchia si separano, come velieri bianche su rotte opposte. Guardo gli uomini. Il liquore trasforma albanesi, rumeni e ceceni in giamaicani, masai, mandingo.

Lanciando urla feroci e gioiose, prendono d’assalto la nave su cui sono prigioniera e schiava, incatenata, bendata e imbavagliata, per impedirmi di predire a voce alta il futuro fin troppo prevedibile. La stiva è calda, odorosa di legno marcio e sudore. Sento il canto degli uomini impazziti: morte morte morte! Sento i combattimenti sulla tolda, sciabolate da macelleria, pistolettate che fanno il verso a motorini malfunzionanti, cadaveri buttati in mare, ruggìti di squali toro. Segue un orribile silenzio. Scendono sotto coperta per ispezionare il bottino conquistato. Tremo in ogni fibra, specialmente quelli dei capezzoli. Liberatemi, penso. Oppure rendetemi ancora più schiava. Schiavizzatemi fino in fondo, ma tenetemi per sempre con voi.

Dopo aver festeggiato la cruenta vittoria, i pirati mi conferiscono la sciabola d’oro che fu del capitano negriero. Quell’uomo, ormai cadavere, aveva le sembianze di mio marito, ma barbuto e con qualche eccitante cicatrice sul grugno. L’hanno decapitato con la sua stessa arma. Uno dei pirati regge la sua testa ancora grondante, dagli occhi spalancati, la lingua fuori in un ultimo urlo di paura, dolore, vergogna. Il re dei pirati nota come scruto quel macabro trofeo. «È tuo», dice. «Se vuoi, ti insegnamo a rimpicciolirla. Così dovrà guardarci sempre mentre facciamo l’amore».
Chiudo gli occhi, faccio cenno di sì, e fremo tutta. Poi torno a casa.

Matthew Licht

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