POSSEDUTA

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Giulia Pex, Posseduta

“Lo specchio non riflette la tua immagine bensì un fantasma di simile fattura, però mancino e deformato negli intenti. A quanto pare ti ci riconosci, e forse in quel vetro ti vedi più bella di quanto non sei in realtà. Come attraverso i miei occhi.” Comincia così Posseduta di Francesco Quaranta e l’ennesimo lunedì blu, che in un futuro non troppo lontano ricorderemo come il giorno in cui la divina Giulia Pex esordì su Verde.

Lo specchio non riflette la tua immagine bensì un fantasma di simile fattura, però mancino e deformato negli intenti. A quanto pare ti ci riconosci, e forse in quel vetro ti vedi più bella di quanto non sei in realtà. Come attraverso i miei occhi.

Giocavi spesso con gli anelli dorati abbracciati al tuo collo che scendevano a cascata fin giù sul petto: una strana catenella chiusa da un pendente massiccio, un simbolo arcano, brunito e spigoloso dal sapore ancestrale. Ci giocavi anche durante i nostri appuntamenti.

Uscimmo la prima volta, forse per curiosità, poi una seconda per mia insistenza e la terza per ostinazione, ma non ottenni mai granché. Ero sempre io a invitarti e tu accettavi passiva, ben lontana dall’entusiasmo che desideravo.
Ritrosa e altezzosa, collegiale pudica e abbottonata, ambasciatrice di antipatia, così ti descrivevano gli occhi invidiosi. Solo io ti immaginavo un tuorlo dolce e amabile? No, non era possibile che la bellezza mentisse. Sarei stato in grado di rompere il tuo guscio?
Persistevo, poco importava che non ridessi quasi mai alle mie battute, concedendomi giusto un timido stiramento di sorriso, oppure che di te non raccontassi mai nulla, nemmeno fossi priva di ricordi. Era davvero irrilevante il fatto che non sembrasse esserci tra noi la minima complicità. In quella tua palpabile reticenza altro non vedevo che l’incantesimo dell’attrazione: un silenzio seguito da un labbro mordicchiato, un gesto a scoprire la scollatura mentre con lo sguardo sgusciavi via, come a espormi sfacciatamente l’esca.

La sera, steso a occhi aperti, rivedevo la sensualità di quei gesti, infiniti piccoli inviti, forse frutto della mia immaginazione assatanata.
Dormivo male, le occhiaie si inspessivano, barba e capelli si arruffavano. Parevo un licantropo filosofo fuori corso.

Nei miei sogni ti vedo giocare con un revolver corto, lo accarezzi, lo baci, lo avvolgi nella collana. Lo fai sparire tra le gambe e mi dici che lui ti basta, non mi vuoi. Guaisco, ululo. Il tuo piede nudo sulla fronte mi ricaccia. Finché non affondo i denti e tu gridi. Finalmente.

L’inverno, invocati nebbia e freddo, pareva avanzare ostinato invece che ritirarsi verso la dovuta primavera. Le lezioni s’inoltravano in sere buie e gelide, nell’insonnolimento di luci smorte e panche scomode. Pareva che gli anni accademici non sarebbero mai trascorsi e che noi studenti saremmo rimasti lì per sempre, congelati in un’aula di fronte ai baffi borbottanti di un barone del sapere.
Una sera il tuo messaggio mi strappò all’aperto con la giacca sbottonata, inseguito dallo spettro fumigante del respiro. Ti trovai all’altro capo del brumoso ateneo, una macchia bianca tra il pellicciotto e il cappellino, curva e malaticcia.

«C’è puzza di morte», dicesti indicando un’aula. La lezione proseguiva indisturbata oltre i vetri smerigliati della porta.
«C’è un fantasma».
Il modo in cui spifferasti quella tua verità mi si aggrappò alla nuca accaldata minacciando di scorticarla. Tremavi così forte da sembrare priva di massa, temetti diventassi impalpabile. Stringevi il ciondolo appuntito nel pugno latteo, ma non per pregare: brandivi l’arma di una disperata difesa. Quando il tuo pianto fragile e profumato si infranse tra le mie braccia, fui riconoscente a quella situazione assurda. La paura avvicina più di qualsiasi sorriso, crea legami indissolubili e necessari. Oppure genera mostri.

Ammetto che il malessere esaltava il tuo fascino fatto di negazione, debolezza ricercata e celata. Ero al cospetto di una Mina Harker che offre stoica i polsi al suo vampiro; ti comportavi come se il mondo intero bramasse le tue vene, convinta fosse compito tuo quello di avere il sangue più prelibato di chiunque altro. Tesa e inflessibile fino alla rottura, oltre la quale imploravi con lo sguardo l’intervento di un superuomo inesistente. Chissà se credevi di trovarlo in me.

Ricordo che, davanti al vapore di una tazza di tè che ti ricoloriva le guance, con sguardo assorto e turbato che incartava le tue parole, mi accennasti storie di fantasmi e possessioni.
Mi confidasti di percepire voci nei vuoti, fin da bambina. «Ci sono presenze ovunque, ne sono convinta. Le luci, il rumore, la vita, le tengono lontane, le cacciano in anfratti remoti dentro crepe della nostra realtà. Luoghi sconfinati tra la veglia e il sonno».
Distanze che i tuoi sensi parevano coprire.

Non si era più nel terzo millennio: il buonsenso sublimava oltre i suoi rigidi schemi e l’informatizzazione svaniva nella nuvola di foschia da cui era venuta. Eravamo soli, dispersi, vicini. Tu, curva sulla mia spalla, sconquassata, il pendente ti si agitava sulla pelle tesa dell’incavo del collo. Mi sarei volentieri sostituito al suo abbraccio. Io, provetto Dylan Dog, saldo, attento, fosco, incantato da quelle labbra che tradivano una discesa nella paura. Eri lì per me e solo sostenendoti avrei avuto il diritto di prendermi tutto.

Ti spaventai nel baciarti, ma non ti liberai finché non fosti costretta ad assecondarmi. Elettrica, animaletto inconsapevole, preda o esca non importava. Saltasti in piedi, eccitata tanto da doverti allontanare.
«Lasciami perdere, ti prego, sono solo una persona influenzabile. Ho visto un film horror ieri sera, lasciami riposare per favore».
Premuto nell’abbraccio, il gingillo puntuto ti aveva arrossato il petto: un circoletto rossastro come una maledizione. Seppi di essere innamorato di quella pelle.

Eccoti sulla porta, sorridente, amichevole, inevitabile, ritta in piedi con una rosa d’amicizia tra le mani. Le spine forano i palmi giunti in preghiera. Sangue, petali e rossetto, tutti assieme ti sgocciolano sul mento, sui polsi, sulla pelliccia e sulle scarpette basse. Tu, impassibile, senza difetti o reazioni. Io, io non posso parlare, io devo soltanto dissetarmi. Senza alcun ritegno.

Ti ritrovai pochi giorni dopo palpitante, davanti a quella stessa aula, un ciencio biondo dai polsi tremanti.
«È un’ossessione», balbettasti, «lo spettro è qui».
Scottavi quando ti misi a letto, avvertivo sotto le dita i tuoi borbottii frammisti a gemiti. Un quadro pietoso di occhi scuri e annacquati, un’esile mano tesa per me.
«Devi andartene, ti prego. Se resti te ne pentirai».

In quell’aula sentivi il cuore galleggiare su di un baratro immenso appeso a due cordoni di arterie e vene pronte a sfilacciarsi. Prima o poi avrebbero ceduto anche solo per opera della suggestione. Era assurdo, inconcepibile. Vivevi braccata dal fantasma che a quella classe sembrava voler dare appuntamento a entrambi. Dicevi che sarebbe venuto a cercarci tramite le vie oblique che solo i morti conoscono. E di già la febbre e il timore sembravano distorcerti i connotati con la malvagia e incantevole possessione che inquinava anche i miei recenti sogni.

Sentii il bisogno di accarezzarti per dimostrare che fossi fatta di carne. Ti sciogliesti contro la mia mano. Scoprii piccoli centimetri di pelle serica e accaldata. Strinsi la catenella assieme ai tuoi seni, ti allontanai le mani quando tentasti di difenderti e presto fummo un intreccio di impulsi e dominio.

Ansante, imploravi di fermarmi perché una punta del ciondolo ti forava la pelle. Una stilla color conquista. Non ci fu verso di convincerti a levare la catenella assieme al resto dei vestiti, perciò ti abbandonai al riposo.

Ti saluto cordiale, un coltello di plastica celato dietro la schiena, pronto a coglierti di sorpresa quando offrirai il collo. Linee morbide e pulsanti. Mangiami, dirai, nutriti di me. Possiedimi e assolvimi. I dentini di plastica stridono sulla ceramica della tua giugulare, senza incidere; tu assorta, come drogata da questa musica di violini scordati; io impotente e bestiale mi agito nell’astinenza. E mi riconosco fin troppo bene.

Davanti al tuo specchio, nella tua stanza, ti trovai cambiata. Guarita dalla febbre e dal bisogno di me. Correggevi il mascara senza prestare orecchio alle parole che ti cadevano dalle labbra: «Sono il riflesso fantasma di un desiderio, ectoplasma da masturbazione».
Labbra battezzate di rossetto scarlatto, labbra invocanti il sacramento che le avrebbe dischiuse, dolcemente o con forza. Labbra che conclusero: «Non potrai più toccarmi, sappilo, è meglio così per entrambi».

Il fantasma ti aveva avvelenato la fiducia. Immaginavo una ragnatela nelle tue membra, un pugno d’insetto stretto sul cervello, un cuneo di ghiaccio nel cuore.

«Dimenticami. Non ti voglio».
«Ti amo».
«Non è vero».
«Hai bisogno di me».
«Non importa più».
«Hai solo paura».
«Sì…»

Ti costrinsi a baciarmi ancora, intrappolata contro quello stesso specchio che ti adorava. Fugaci e stizziti, tu e il tuo riflesso. Obbligata a veder incrinata una forza simulata, rossetto profanato, di nuovo implorante. Mi spingesti via quando provai a toglierti il ciondolo e la sua maledizione.
«Vattene».

Sogno presenze omicide sdraiate al mio fianco, mi sussurrano sensuali in una miscela che succhio avidamente nel dolore lancinante che mi corrode il cuore. Bruciano le mie interiora nella tortura di un bisogno vietato. Finalmente posso ferirti, squarciarti e vedere di te tutto ciò che sei. Prendere solo ciò che voglio. E tu altro non farai che chiedermi aiuto e aiuto e aiuto. Mi sveglierò da quest’incubo e saprò salvarti.

L’ultimo appuntamento ci trovò nei cortili deserti, oltre l’ora di chiusura dell’Ateneo. La porta dell’aula che tu dicevi infestata mi fissava fingendo innocenza. Diventò la bocca nera e stretta di un grido soffocato quando mi decisi ad aprirla.
Cercai l’interruttore ma non accadde nulla. Forse non ero affatto una persona ragionevole, credevo davvero a quelle storie? Mi scoprivo nervoso. Sobbalzai quando frusciasti al mio fianco.
«Che ci fai qui?» Nel chiederlo compresi la soluzione del tuo enigma.
Ti guardai scivolare attraverso la stanza e appoggiarti alla cattedra. Dov’era il fantasma?

Un raggio di luna trovò la strada tra le maglie metalliche delle nubi e bucò l’intelaiatura della finestra, cadde preciso sul ciondolo al centro del tuo petto. Geroglifico indecifrabile quanto il tabernacolo della tua intimità. Tutt’attorno si udiva solo il battito di cuore di una dea immobile. Il tuo.
«È peggio di un fantasma, è una bestia».
Finalmente ero lucido, non c’era più tremore, né subbuglio, c’era solo azione. Istinto.
La preda lanciò un gridolino quando la spinsi contro lo scricchiolio della cattedra marcia.

Ti strappai la pelliccia, il ciondolo tintinnò a terra alternandosi alle note dei tuoi no soffocati. I baci si confusero con i morsi, i gemiti con i lamenti.
Presto ti arrendesti a un ansare senza proteste, né umanità.
Se davvero c’era stato, il fantasma era fuggito inorridito. Ormai era tardi per entrambi.

Spenno la tua cotenna morbida e intirizzita artigliandoti i vestiti. Lappo mammelle e ringhio le mie intenzioni. Il tuo muso sconfitto mi giudica dall’ombra. Bestie sull’altare, rito sacrificale, la natura sbrana il soprannaturale. Il tuo spirito indomito e sacro, se qualcuno ci tiene tanto potrà prenderselo dopo che avrò violato tutti i tuoi misteri e spolpato il contenitore. Posseduta oltre l’ultimo respiro, assaporata fin nel midollo. Mia.

Un tocco glaciale all’inguine mi bloccò.
«Sei tu a infestarmi», mormorasti. Mi facesti saltare un proiettile nelle budella. Rovinai a terra come crocifisso. Il sangue fumava di tutta la brama ed evaporava come acido all’aria gelida, sciogliendo gli istinti sul pavimento. Stretto nel pugno pallido, il revolver sparava riflessi lunari, uscito da un incubo per venire a braccarmi. Cacciatrice nuda, magnifico angelo nero, mi sovrastavi con due ali di pelliccia afflosciate sulla schiena.
«L’animale era dentro di noi».
Tendesti la mano. Dentro vi si accoccolava quel ciondolo che solo per te aveva e avrà un significato. Allungai la mia e per un secondo accarezzammo le nostre umanità residue.
Poi sollevasti l’arma e mi sfondasti il cranio con tutta la misericordia rimasta.

In adorazione, senza annusarti né assaggiarti, dall’altra parte dello specchio, ora ti sognerò per sempre.

Francesco Quaranta

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