IL TRAM

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Marco Cabras, Il tram

Ciao, è lunedì mattina, sono le 9, tu sei sveglio da ore o stai ancora dormendo? Qui c’è Il tram di Serena Mazzini, guarda dritto davanti a te: ti sta aspettando (con una tavola di Marco Cabras).

C’è qualcosa che mi urta profondamente in quel rumore metallico che stride ogni volta che le porte si aprono o si chiudono. Sono quasi certa che ci sia un errore di progettazione: non capisco perché debbano sbattere con tale potenza contro il fianco del tram, facendomi chiudere e riaprire gli occhi ad ogni fermata. Digrigno i denti, il petto mi brucia: sento la bile scrostarsi dalla cistifellea e infettarmi la gola. Tossisco acido e gli occhi mi lacrimano. Devo serrare le labbra qualche secondo per non vomitarmi addosso. Cerco di non sentire le voci. Sono così tante e diverse e ognuna cerca di sovrapporsi alle altre e io non riesco, non riesco a tirarle fuori dalla mia testa.

Quando qualcuno parla con un tono troppo alto, inizio ad accavallare le gambe: prima la destra sopra la sinistra, poi la sinistra sopra la destra, stringo forte l’impugnatura della borsa oppure sì, ecco, oppure metto la mano in tasca e stringo forte le chiavi e poi mi sposto, cerco di non sentire quel verso inumano e penetrante, ma in quella trappola metallica rimbomba tutto e l’unica cosa che posso fare è contare a bassa voce per pensare ad altro. Vorrei che l’uso dei cellulari sui mezzi di trasporto fosse vietato per legge, più che altro non riesco a capire cos’abbiamo da dirsi le persone alle 7.45 del mattino. Ci sono i vecchi con la borsa-carrello che occupano troppi posti, capita lo stesso dal dottore, io non capisco perché debbano uscire così presto, mescolarsi ai lavoratori, guardarli con aria di sfida per prendere gli ultimi posti a sedere, diventare in un secondo da paraplegici a corridori professionisti, come se avessero bisogno di questo per sentirsi ancora vivi, per sentirsi ancora utili. Ogni mattina c’è quella ragazza con la faccia da stronza, Dio quanto mi innervosisce la sua giacca. Ha una specie di cappotto con sciarpa incorporata, ma come può essere concepito qualcosa di così brutto? Ha un aspetto tendente al modaiolo, ma di quelli posticci, un po’ barocchi, un po’ rumeni. I colpi di sole rosso mogano che contrastano con quella pellaccia olivastra e gli occhi piccolini e neri, che tenta di ingrandire con l’eye-liner, non accorgendosi che fa sempre una riga più spessa dell’altra. Se ne sta sempre lì, con la borsettina plasticosa sulle gambe, di quelle che vanno di moda adesso coi manici intercambiabili. Al centro commerciale c’è sempre la fila per entrare nel negozio che le vende, hanno dovuto mettere delle transenne per smistare il flusso di menopausate che corrono alla ricerca del manico di gomma perfetto: il più colorato, il più resistente, quello peloso, abbinato o in contrasto col colore della borsa. Neanche dovessero tenere in mano un cazzo in erezione.

La stronza tiene il telefono con la mano sinistra e scrive con il solo dito indice della destra. Le squilla di continuo ed ha quella suoneria predefinita che si sente di sottofondo a tutti i film di serie B, quelli con Margherita Buy con l’occhio lucido perenne che opta sempre per la scopata più difficile. Risponde a tutti nello stesso modo: “Ciao, com’è?”, con quel finto entusiasmo che mi fa arricciare le dita dal nervoso. Ehi, indovina? Come cazzo potrà mai essere alle 8 del mattino? Vorrei urlarglielo in faccia ad ogni chiamata ma devo stare calma, il dottore ha detto che soffro d’ansia, devo stare calma “altrimenti le verrà un infarto come a suo padre, signorina”.

Un altro personaggio fisso è la signora con la cuffia di lana in testa, non importa che sia dicembre o giugno inoltrato, lei ha sempre quella cazzo di cuffia unta in testa. Se ne sta tutta accartocciata su se stessa, come fosse un foglio gettato via perché scritto male oppure macchiato, e parla tenendo il telefono davanti alla bocca, non di lato e appoggiato all’orecchio, lo tiene proprio davanti alla bocca, come se non le interessasse ascoltare ma solo parlare. Lo tiene stretto stretto con entrambe le mani, eppure basterebbero due dita, è un cellulare piccolino, di quelli che ti davano 10 anni fa coi punti del Supermercato GS. Dice sempre: “Dottoressa, dottoressa, ma come devo fare? Ormai sono finita io, sono troppo anziana, ma poi questo lavoro di badante, io non ho più una vita, io ho i demoni che mi parlano in testa, ma cosa devo fare?”

Cerco di guardare fuori dal finestrino ma è sporco o rigato, come se qualcuno avesse voluto cancellare la realtà esterna partendo dall’interno. Mi chiedo se ciò che vedo attorno a me è vero per come io lo sto vedendo o se è solo una mia percezione e se per avere un grado di comprensione più completo io debba assorbire le mille percezioni che tutti hanno in questo momento, sommarle una sull’altra come fossero colori che, stratificati uno sull’altro, danno vita soltanto ad una grossa chiazza nera nella quale io mi perdo. Guardo le loro facce e sembrano staccarsi, sembrano fatte di gomma e si squarciano e si deformano e creano ghigni malefici che mi fissano, sempre più vicini. Mi hanno detto che per stare calma dovrei non pensare, mi hanno detto che dovrei “andare avanti”. Forse queste persone non sono a conoscenza del ruolo del sistema limbico e di come si comporta il nostro encefalo, altrimenti vivrebbero come me, per associazioni figurate che mi riportano alla mente situazioni o parole o dolori che ho abbandonato lì ed ogni tanto riemergono e di nuovo mi viene quella sensazione al petto e mi manca il respiro e mi devo prendere la testa tra le mani o piegare, perché mi sento morire e gli occhi mi ballano e il labbro mi trema. Di nuovo quel rumore metallico e la porta che si apre e si chiude sbattendo e la signora che mi chiede se scendo alla prossima e poi il tram si ferma e il conducente dice che c’è un guasto alla linea elettrica e dobbiamo proseguire a piedi.

Mi sembra di vederti dall’altro lato della strada, mentre passeggi a spalle strette, senza mai abbassare la testa, con lo sguardo di chi pensa sempre di sapere sempre tutto. Mi passi accanto e fingiamo di non esserci mai visti, eppure siamo stati così vicini prima di capire che ci saremmo mangiati il petto l’un l’altro. Ed io, ora, vorrei solo avere la bocca così grande da mangiarti la testa, e non mi riferisco ad un mero assorbimento metabolico, vorrei proprio risucchiarti dentro il mio corpo, farti diventare piccolo piccolo e imprigionarti lì, nel mio cuore, ché se mi fa così male è perché la sua consistenza muscolosa s’è trasformata in polvere che ho soffiato nel cielo, e da esso sono nate le stelle che illuminano la nostra notte.
Ma tu, non lo saprai mai.
Continua a guardare dritto.

Serena Mazzini

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