GATTINI™#18: BAFFI BIANCHI

gattinideadtamag0tchi

DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI

GATTINI è il contenitore degli orrori indifferenziati di Verde, ogni qualche venerdì qui e su Facebook. Baffi Bianchi ha una storia nella storia, ce la racconta Flavio Ignelzi: “l’ho scritto un po’ di tempo fa, doveva uscire in un’antologia a tema Sport & Gioventù con la prefazione di Pietro Mennea, poi Pietro Mennea è morto e non se n’è fatto più nulla; il destino corre più veloce (a volte); è tutto un raccontino pulitino e correttino, buoni sentimenti e cose nazionalsocialiste così, per questo lo vedo molto adatto a GATTINI.” Intanto su Facebook abbiamo lanciato un concorso idiota pensando ai nostri amati tre lettori: qui le istruzioni, qui il primo abominio disegnato dalla redazione, questo il link con cui convincervi che l’importante non è vincere (non è vero).
La copertina è di DeadTamag0tchi. È venerdì, e allora? Miao.

«Toglitelo dalla testa».
«Sì, ma…»
«Avrai gli occhi di tutti puntati su di te».
«Sì, ma…»
«Saresti stato quello da battere, se non ti fossi fatto male per quella stupida partita di pallone…»
«Sì, ma…»
«E sapevi bene di avere la gara».
«Sì, ma…»
«Il dottore è stato chiaro. Non sei guarito del tutto. E me lo hai confermato pure tu. Dici che ti tira il muscolo».
«Sì, ma babbo…»
«Mi dici che corri a fare se non puoi vincere? Solo per fare una figuraccia?»

«Io non posso correre. Che corro a fare se non posso vincere?»
Berto rispose a Onofrio senza staccare gli occhi dallo schermo, continuando a strapazzare il joystick e a percuotere i tasti.
Erano in un angolino del Bar Centrale, chiusi tra la porta del cesso e un flipper che nessuno ricordava essere mai stato acceso, e si stavano giocando le ultime monete a Roc’N Rope, stordendosi con quella musichetta 8 bit ossessiva e delirante.
«Lo so che tu sei più veloce di Saverio. E lo sanno tutti che ti sei infortunato…»
Onofrio s’infilò in tasca una mano e tirò fuori un mazzo di figurine Calciatori Panini alto mezzo palmo, tenute assieme da due giri di elastico giallo. «Quindi pure se non vinci, non fai nessuna figura…»
«Però non vinco. E che corro a fare?»
Berto non distolse neanche lo sguardo dal gioco.
Onofrio restò in silenzio.
Perché il ragionamento dell’amico non faceva una grinza, ma gli dispiaceva di non poter correre con lui. Si era immaginato di tagliare il traguardo assieme, e di salire tutti e due sul podio.
Prese a sfogliare distrattamente le figurine, liberandole dalla stretta dell’elastico.
Righetti della Roma.
Gasparini del Verona.
Pusceddu dell’Ascoli.
Mentre Onofrio abbagliava un drago e sparava un arpione, pronto ad arrampicarsi verso la Fenice.
Cantarutti dell’Atalanta.
Fanna dell’Inter.
Garella del Napoli.
Due manovali bianchi di malta sorseggiavano in silenzio caffè, la figlia del fioraio crocchiava patatine San Carlo pescandole da un sacchetto con la sorpresa dentro, seduta sulla sedia di tela con le gambette penzoloni; dalla radio del barista un brusio indistinguibile.
«Ma non vieni neanche al campo?» mormorò Onofrio, col capo sempre chino sulle figurine.
Bonometti del Brescia.
De Falco della Triestina.
Criscimanni dell’Udinese.
«Al campo ci vengo. Ma me ne resto nello spogliatoio».
Un signore distinto entrò nel bar. Aveva un cappello d’altri tempi, panciotto con l’orologio da tasca e due folti baffi bianchi. Si guardò in giro, individuò i due ragazzi come se cercasse proprio loro e si avvicinò.
Sostò alle spalle di Berto, indagando le evoluzioni dell’omino del videogioco. Il ragazzo intravide il contorno sfuocato dell’uomo nel riflesso del monitor, ma non distolse lo sguardo dalla sua partita. Sparò un paio di abbagli ai draghi che volevano farlo cadere e riuscì ad arrivare in cima al quadro.
Quando Berto si girò, non c’era nessuno.
«Chi era quello?» chiese a Onofrio.
«Quello chi?» l’amico lo fissò stupito.
«Quello che stava dietro di me».
«Non ho visto nessuno. Forse te lo sei sognato». E continuò a sfogliare i calciatori.
Agostinelli del Lecce.
Volpecina del Napoli.
Cerezo della Sampdoria.
«Quindi non vieni neanche in tuta?» chiese ancora Onofrio.
Virdis del Milan.
Mandorlini dell’Inter.
Scudetto della Sambenedettese.
«Non lo so. Forse la tuta me la metto».
Tovalieri dell’Avellino.
Ceramicola del Brescia.
Beruatto del Torino.
«E se il professor Gallo ti chiede di correre?»
Zaninelli dell’Avellino.
Di Chiara della Fiorentina.
Brio della Juventus.
«Gli dirò che non corro perché le condizioni fisiche non mi permettono una gara onorevole».

«Le condizioni fisiche non mi permettono una gara onorevole. Ecco come devi rispondere a chi te lo chiederà. Anche al professor Gallo».
Le parole del padre di Berto risuonarono chiare e perentorie nel soggiorno illuminato dal sole.
«Ma parteciperanno tutti i miei amici».
Berto belò una risposta. E si fissava la punta delle scarpe. Era il solo modo che conosceva per riuscire a ribattere a suo padre: non guardandolo negli occhi.
«Genna’, tu e l’onore. Ma lascialo correre. Ha tredici anni. Se non corre a tredici anni, quando deve correre? Quando non ce la fa più?»
Sua madre intervenne dal balconcino della cucina, dove stava innaffiando i gerani.
Aveva la capacità di trovarsi al centro della discussione anche se si trovava in un’altra stanza della casa. In un altro luogo del mondo.
Berto, a quelle parole, alzò la testa. Lo sguardo gli si era illuminato. Contemplò suo padre, supplicando un’approvazione, come un cane implora la carezza del padrone appena rientrato a casa.
«L’onore non si può togliere, si può solo perdere».
Eccolo lì. Frase ad effetto e fine dei giochi.
Games over. Insert coin.

Berto riabbassò lo sguardo. Gli venne da piangere ma non voleva dare la soddisfazione a suo padre. Provò a trattenere le lacrime, ma sapeva che era impossibile.
Si alzò dal divano, da dove guardava i programmi del pomeriggio, e si diresse a capo chino verso camera sua. La vista gli divenne acquosa e percorse il corridoio a memoria. Finché non fu in camera e si abbandonò sul letto.

«Ce lo hai detto a Gallo?»
Onofrio era chinato di fianco, piegato sul piano di fòrmica del banco, e stava sussurrando quella domanda nell’orecchio di Berto.
Mancava pochissimo alla fine della lezione.
La professoressa di italiano aveva appena finito di interrogare e stava ragionando sui compiti da assegnare a casa.
In classe tutti riempivano le cartelle, per essere pronti a correre fuori.
Berto fece una smorfia, avrebbe voluto dire a Onofrio che non si dice “ce lo hai detto”. Si dice “lo hai detto”. E che no, ancora non aveva detto al professor Gallo che non avrebbe partecipato alle gare di atletica. Anche se era la medaglia d’oro in carica dei 100 metri.
Onofrio aspettava la risposta dall’amico quando squillò la campanella.
La classe vibrò per l’onda d’urto dei ragazzi che si alzavano all’unisono, facendo stridere le sedie sul pavimento, pronti a volare fuori dalla scuola.
«Un attimo. Non scappate. Ricordate di completare a casa il libro XXIV dell’Iliade», provò a urlare la professoressa. «A domani».
«Arrivederci» risposero in coro i ragazzi, evacuando rapidamente l’aula.
Berto e Onofrio si lasciarono trasportare dal flusso di ragazzi. Uscirono nel corridoio e lo attraversarono tutto fino al portone dell’istituto, disperdendosi all’aperto.
Berto scorse suo padre che lo aspettava, come ogni martedì e giovedì, sul lato corto dei giardini della piazza, accanto alla sua Regata grigia tirata a lucido.
S’accorse anche che non era solo. Stava parlottando animosamente con un signore anziano. A guardarlo bene quel signore gli era familiare: era lo stesso che era entrato nel bar, il giorno prima. Ci avrebbe scommesso.

«Quindi ancora non ce lo hai detto a Gallo?»
Onofrio tornò alla carica, distraendolo.
Per un istante Berto aveva sperato di poter evitare di rispondere.
«Ancora non l’ho detto a Gallo», replicò per sfinimento. «Glielo dico domani, nell’ora di educazione fisica. Contento?»
«Scusa. Non te lo chiedo più». Onofrio si ritirò. Provò a fare l’offeso e girò i tacchi verso la fermata degli autobus. Andava a prendere il 12, che fermava proprio davanti al portone di casa sua.
In quel momento l’ultima cosa di cui Berto aveva bisogno era incazzarsi con il suo migliore amico. Lo lasciò andare senza dire niente, avrebbe pensato a qualcosa per recuperare il giorno dopo. Con Onofrio riusciva a recuperare sempre. Sarebbe potuto arrivare addirittura a chiedergli scusa.
Si voltò di nuovo verso suo padre che si stava sbracciando. Il signore anziano era sparito.
Berto lo raggiunse con una strana inquietudine in corpo.
«Ciao babbo».
«Ciao campione. Tutto bene a scuola?»
«Tutto bene».
Prese un bel respiro. «Chi era il signore con cui stavi parlando?»
Lo disse tutto d’un fiato, senza perdere tempo.
Suo padre sorrise, scrutandolo con una espressione che sapeva di incomprensione, ma anche di ammirazione.
«Nessuno. Non era nessuno».
Berto non ce la fece a ribattere.

Montò in macchina, lanciando lo zaino sul sedile posteriore. Salì anche suo padre. Mentre lui metteva in moto, Berto abbassò l’aletta parasole e si guardò nello specchietto. Il suo viso fluttuava, privo di consistenza, di segni particolari, di tratti distintivi. Di espressione.
Si diressero a casa.

«Ci tieni davvero tanto a gareggiare?»
Alla domanda del padre, Berto strabuzzò gli occhi e il boccone di polpettone gli andò di traverso, come se all’improvviso si fosse dimenticato la strada per lo stomaco.
Tossì e sputacchiò nel piatto, mentre sua madre, tintinnio di forchetta che cade nel piatto, correva a riempirgli il bicchiere d’acqua.
«A tavola si combatte con la morte», strepitò la donna. Il mezzobusto di Vittorio Citterich, indifferente alla tragedia familiare in corso, continuava a raccontare del governo Fanfani e della possibilità di ministri tecnici dalla scrivania dello studio televisivo del primo canale. «E non riempirti la bocca come un morto di fame. Sembra che non ti diamo da mangiare».
Berto bevve, mentre osservava suo padre concentrato sul telegiornale. L’uomo aveva formulato la domanda con discrezione, quasi sottovoce, poi sembrava averla dimenticata. Non attendeva risposta, la sua attenzione catturata solo dalle notizie di politica interna.
«Sì», riuscì a dire il ragazzo dopo aver scolato il bicchiere. Tipo un sub che riemerge dal mare dopo una immersione prolungata senza bombole.
Un sospiro pesante gli uscì naturale, come se si fosse tolto un peso.
«Sì nel senso che non ti diamo da mangiare?», lo punzecchiò sua madre, ridacchiando.
«No. Cioè, sì, ma alla domanda del babbo».
L’uomo si voltò a guardare il figlio. E sorrise.
In quell’istante Berto pensò che suo padre era un po’ strano, tipo che aveva dei fili scollegati nella testa, perché alternava loquacità e mutismo, affetto e cinismo, senza soluzione di continuità.
Però in quel momento era troppo contento.
«Posso telefonare a Onofrio?», chiese, pulendosi la bocca con il tovagliolo.
La madre gli lanciò un’occhiata storta.
«Manco per idea. A quest’ora della sera non si telefona a casa della gente».
La gente. Quante persone facevano parte della “gente”? E la sua famiglia? Anche la sua famiglia faceva parte della “gente”?
«Qualunque cosa tu debba dirgli, potrai farlo domani mattina a scuola», stabilì suo padre, chiudendo la questione.

Nel cortile della scuola Berto annunciò a Onofrio che avrebbe partecipato alle gare, e Onofrio saltò dalla gioia.
Poi si tirarono dei cazzotti sulle braccia e fecero un po’ di lotta greco-romana, come facevano sempre quando erano felici.

Dall’erba, fresca e bagnata come un cespo di lattuga appena lavato, saliva l’odore della primavera.
Berto e Onofrio si allacciavano le scarpette da ginnastica in un angolino del campo sportivo. Erano abbastanza distanti dagli altri ragazzi in segno di distinzione, ma anche abbastanza vicini alle panche dei professori e dei giudici di gara da avere la situazione sotto controllo.
Si stavano allacciando le scarpe da mezz’ora e da ventinove minuti non c’era più niente da allacciare.
Berto indossava la stessa maglietta rossa dell’anno precedente. Gli andava un po’ stretta, e il colore si era sbiadito dopo i ripetuti lavaggi, ma non aveva intenzione di rinunciare a quella che riteneva essere una delle caratteristiche fondamentali di ogni grande atleta: la scaramanzia.
Onofrio invece avrebbe voluto concordare una strategia di gara con l’amico, come se potessero fare squadra, ma nei pochi secondi di durata della gara dei 100 metri la strategia efficace era una sola: corri come se avessi il fuoco al sedere!
Così almeno gli aveva intimato suo padre.
Sulle gradinate in cemento grezzo erano convenuti molti familiari curiosi e pochi curiosi, familiari alle persone del paese; in prima fila c’erano i genitori di Berto.

Berto sfoggiava una vistosa fasciatura alla coscia, che sua madre gli aveva imbastito la mattina stessa. Una fasciatura bianca che non serviva assolutamente a nulla, se non a rinfrescare la memoria di tutti i partecipanti sul fatto che lui era ufficialmente infortunato, e correva a capacità ridotte.
Sua madre si era prestata all’idea della fasciatura senza rimostranze, ma gli aveva anche imposto di lasciar passare un po’ di sangue nella coscia all’ennesimo “a ma’, stringi di più” digrignato dal figlio già in preda a furore agonistico.
Il professor Gallo girò tra i partecipanti distribuendo i numeri, stampati su quadrati di stoffa. A Berto passò il numero 1.
«Perché sei il campione in carica», aggiunse col suo vocione baritonale.
Berto annuì fiero. Onofrio, che aveva avuto il numero 8, se ne rimase in silenzio.
I ragazzi appuntarono i numeri alle maglie con due spille da balia.

«E quindi alla fine partecipi anche tu».
A parlare era Saverio della seconda B, il grande favorito di quest’anno. Tutti lo davano per vincente per le condizioni precarie di Berto.
Non a caso il professor Gallo gli aveva dato il numero 2.
«Girava voce che ti eri fatto male», aggiunse con superbia. Dietro di lui, Eustachio e Nando gli facevano da angeli custodi, là come a scuola o per strada.
Berto sapeva che senza i suoi due amichetti Saverio era molto meno arrogante. Quasi simpatico.
«Mi sono fatto male, ma partecipo lo stesso. Ma stai tranquillo: vinci tu». Quella risposta lasciò Saverio senza parole. Forse non s’aspettava tanta remissività. Gli porse la mano e Berto gliela strinse.
«Tanto vinco io», disse Saverio un attimo prima di lasciare la presa. Si girò e raggiunse la porzione di prato che aveva scelto come base, occupata dal suo borsone.
«Vedremo», sussurrò Berto.

Alzò lo sguardo verso le gradinate e vide il signore anziano, quello che aveva sorpreso a parlare con suo padre. Era in piedi, appoggiato alla ringhiera e sembrava che stesse fissando proprio lui.
Berto chiamò Onofrio.
«Ono’, lo vedi quello là?»
L’amico seguì la direzione indicata da Berto.
«Chi? Quello con i baffi?»
«Sì. Quello con i baffi. Lo hai mai visto prima?»
«No, mai visto prima. Però, a questa distanza, sembra uguale al tizio del quadro che sta nella saletta degli spogliatoi».
«A chi?»
«Quello francese. Non mi ricordo il nome. Sembra paro paro».
Berto ci pensò su. Poi fu illuminato da un’intuizione. «Vado un attimo al gabicesso» sparò allontanandosi di corsa.
«Fa’ presto, che Gallo sta per chiamare…»

Volò dentro gli spogliatoi del campo sportivo; il portone era aperto, anche se nessuno li aveva utilizzati. Il professor Gallo aveva voluto che tutti si radunassero sul prato, anche per le condizioni meteorologiche benevole.
Il ragazzo attraversò l’androne e si fermò davanti al quadro. Che poi non era un quadro ma una stampa di una fotografia antica.
Lo osservò bene: era proprio lui, ne era certo. Anche se non lo aveva mai visto bene, da vicino.
Pierre de Frédy, barone di Coubertin. Pedagogista e storico francese, fondatore dei moderni Giochi Olimpici. Così diceva la targhetta.
Ma che ci faceva in Italia? E per di più in quel piccolo paese perso sulle colline?
Ritornò in campo correndo e lo cercò con lo sguardo, mentre Gallo chiamava tutti i partecipanti alla gara. Scrutò le gradinate da destra a sinistra, da sinistra a destra, ma il signore era sparito. Non c’era più.
Sentì Gallo pronunciare il suo nome e alzò il braccio urlando “presente!”, mentre con gli occhi percorreva ancora i volti degli spettatori.
Niente, sembrava proprio svanito nel nulla.
Raggiunse a passo spedito gli altri ragazzi, tutti con il loro bel numerino appuntato sul petto. I suoi genitori lo stavano salutando indicandolo; sua madre sventolava pure un fazzoletto, come in una scena romantica vista in un qualche sceneggiato della Rai.
«Tua madre pensa di stare in stazione…» sghignazzò Onofrio.
«Ora parte il treno, e quel treno sono io!», disse Berto battendo una mano sulla spalla dell’amico.
Era pronto a gareggiare.
Perché l’importante non era vincere.

Flavio Ignelzi

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