CALMA PIRATA #3: I CARAIBI CHE POSTO SPETTACOLARE

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Marco Cabras, Juan, Pedro e Diego

Il 1 febbraio scorso, a Firenze, un gruppo di bucanieri ha assaltato il palco del Sabor Cubano per leggere racconti brevi (massimo una pagina) a tema Pirati, sette pezzi che stiamo proponendo ogni mercoledì qui su Verde.
Francesca Corpaci è nata a Firenze nel 1984, quando negli impianti di areazione della maternità si dice ci fossero i topi. Alle elementari guardava cartoni giapponesi, alle medie leggeva romanzi russi, al liceo guardava film francesi e all’università ha studiato letteratura portoghese. Ha vissuto in nove stanze e tre continenti, ma oggi abita a meno di un chilometro dalla casa dove è cresciuta. Non beve alcolici, non si soffia il naso, spesso scrive su In fuga dalla bocciofila e sul mensile fiorentino Lungarno. Con I Caraibi che posto spettacolare è per la prima volta su Verde.
Illustrazione di
Marco Cabras.

Tanto tempo fa sono stata ai Caraibi, che è un posto in provincia di Rimini.

Sul lungomare c’erano le donne caraibiche con i capelli, le labbra, gli ombelichi, lo shatush, il french e tante altre cose difficili da pronunciare in quanto esotiche. Ancheggiavano elegantissime nei costumi tradizionali Dolce e Gabbana, e mentre le ammiravo dal basso dei miei abiti ordinari loro mi lanciavano occhiate severe come a dire “Che c’è? Perché ti stupisci? Non sei mai stata ai Caraibi?”. Allora facevo rotolare a terra lo sguardo e mi discolpavo telepaticamente, argomentando che c’era questa casa a Cecina e che i miei per anni non avevano sentito ragioni, che avevo passato le estati a rigirare le meduse morte sul bagnasciuga e occasionalmente a sfidare le onde sature di alghe in pedalò, finché non avevo scoperto che esistevano i Caraibi. E finalmente ero lì, traboccante di emozione come un cucciolo, e l’unica cosa che chiedevo era vivere mille indimenticabili avventure con loro, che avevano gli occhi di chi ha visto arrivare l’uomo bianco sulle caravelle, poi i bucanieri, poi le compagnie petrolifere e infine i governi corrotti insediati dalle superpotenze del Nord del mondo. Una vita dura e loro sempre a sorridere, a offrire piadine prosciutto e mozzarella e indicare la via per il Cocoricò, con quel miscuglio di tempra morale e fatalismo endemico delle zone tropicali che noi sul Tirreno ce li sogniamo. Ma i miei sforzi sinaptici si perdevano sulla passeggiata e le donne caraibiche, altere e abbronzatissime, fluttuavano via impegnate in pensieri importanti, tipo le tessere di razionamento sempre più magre o il turista in panama con cui si sarebbero appartate “in quell’angolino speciale che conosco solo io”, quello dove avrebbero atteso vibranti Juan, Pedro e Diego, cugini di secondo grado dalle pupille quasi invisibili che, armati di siringhe infette, lo avrebbero accompagnato al bancomat più vicino.

Mentre stavo lì a vivere esperienze extrasensoriali mi sono accorta di avere un braccio arrotolato intorno al collo. Attaccato c’era un uomo caraibico che mi ha detto «Che ci fai tutta sola lontana da casa? Vieni con me, ti porto a Riccione al battesimo di mio nipote, ti serviremo bevande tipiche e poi gita all’Italia in miniatura». Io ci sarei anche andata, perché mi sembrava un tipo affidabile, ma in quel momento è arrivato l’happy hour, un fenomeno atmosferico che ai Caraibi è molto pericoloso anche se affascinante, e la folla terrorizzata l’ha trascinato via. Di nuovo sola, ho guardato accostare un BMW con i vetri oscurati. Il finestrino è sceso, si è affacciato un avventuriero pericoloso che mi ha fatto cenno con due dita, e quando ho avvicinato la faccia alla sua ha chiesto: «Sai indicarmi la strada per Cesenatico? Ho sentito che da quelle parti anche i bambini custodiscono segreti succulenti, e che i cannolicchi sprigionano un gusto ipnotico che fa impazzire i deboli di cuore».
Ho puntato il cartello blu all’uscita della rotonda, lui ha fatto cenno all’autista ed è ripartito.

Con i piedi nella sabbia che sapeva un po’ di pesce morto, ma non troppo, sniffavo l’odore del mare che però non c’era. Un somalo di passaggio mi ha spiegato che era per via della bassa concentrazione di sale. «Per noi, che di business facciamo i pirati, l’Adriatico è un disastro, ci si incagliano tutte le navi nelle secche e alla fine tanto vale vendere i racchettoni».

Che spettacolo questi Caraibi, ho pensato. Poi, il sole è calato alle nostre spalle, e nella notte sono fioriti magici i minigolf.

Francesca Corpaci

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