ROCK CRIMINAL #20: SABOTAGE

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Marco Cabras, Rock Criminal

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Mauro Mateus dos Santos era un povero illuso, un eroe e un martire del rap brasiliano, noto con il nome d’arte di Sabotage: “la memoria lo colpì con quattro colpi di automatica la mattina del 24 gennaio del 2003”, alla vigilia del Forum di Porto Alegre.
Illustrazione di
Marco Cabras.

Arrivano su automobili e motociclette veloci. Vestiti di nero. Un passamontagna a celare il viso. Nessuno conosce la loro identità. Tutti sanno chi sono. Li chiamano grupos de exterminio. Sono agenti e ufficiali della polícia militar, in servizio o in congedo, non ha importanza, che agiscono oltre la legge. Ogni volta l’azione segue lo stesso svolgimento: scendono dai mezzi, sparano e spariscono per le strade di San Paolo. Lasciando morti e feriti – più che altro morti. Se hanno il tempo, danno il colpo di grazia. Se le condizioni lo permettono, decapitano anche – è capitato. Impiccano. Di solito la polizia civile e quella federale non riescono a incriminare nessuno. C’è chi ride del loro operato. Delle commissioni d’inchiesta. Un magistrato fu ucciso per le indagini sugli squadroni della morte. Anche l’obiettivo è sempre lo stesso: gli scarti del capitalismo brasiliano. Quando non ci pensano le divise grigio-azzurre, tocca agli uomini neri ripulire la città. A volte per soldi: pagati dai commercianti che non vogliono fastidi da quegli accattoni, da quei delinquenti delle favelas, o per gli introiti del controllo delle zone di spaccio di stupefacenti nelle baraccopoli – la roba migliore te la dà la polizia, fidati. Altre per vendetta. A ogni poliziotto ucciso dalla criminalità comune corrisponde la rappresaglia. Semplice, logico e lineare. Implacabile. Scordatevi la pietà qui. Ma spesso è solo per il gusto di uccidere e l’odio sociale ereditato dalla passata dittatura. Per lo stress che rende folli.

L’uomo nero è l’incubo ricorrente dei bambini dai denti grandi delle favelas. Il rumore dei motori, i passi degli anfibi, gli spari, li svegliano dai sonni agitati. Qualcuno urla. Pochi piangono. I meninos de rua sono tra le vittime designate senza che nessuno venga a reclamare i loro piccoli e deperiti cadaveri con i polmoni e lo stomaco pieni di colla. I bambini di strada rubano. I bambini di strada spacciano. I bambini di strada sono armati. I bambini di strada crescono. I bambini di strada vorrebbero morire: una dolce morte sulla spiaggia dei ricchi e dei turisti, dopo un coloratissimo e abbondante gustoso gelato. I bambini delle favelas che invece continuano a sognare, sognano di diventare tanto grandi e cattivi da fargliela pagare agli uomini in uniforme e ai loro fantasmi bui che massacrano i compagni e i propri genitori, i fratelli maggiori, gli zii. Non c’è altra ragione per sopportare una vita da schifo e miseria. Anche se nella favela niente vive a lungo. È tutto per quel poco di vita. Le baracche hanno pareti di calce e mattoni difformi a nudo. Scheggiati. Porte di lamiera e compensato. I tetti sono di eternit.
Se non ti ammazzano la polizia, la droga, la cattiva alimentazione o una gang rivale, il cancro da amianto può fare molto e bene in tempi che neanche ti immagini.

Le strade sono strette. Asfalto interrotto dalla terra. Fogne a cielo aperto. Nel lungo cunicolo della favela di Canão, il sole paulista quasi non filtra. Non illumina niente. È tutto così cupo nella baraccopoli di Brooklin, Zona Sud di San Paolo, che il riflesso del metallo di una pistola può accecarti. L’odore della polvere da sparo inebriarti fino a farti sentire un uomo. Ma se hai vissuto nella miseria, muori da miserabile. È la regola. La miseria non ti dà tregua. Ti segue ovunque. Tu non puoi dimenticare. Lei, non vuole. Nella favela tutto si decompone – i denti adulti di quelli che un tempo erano i ragazzini dai denti grandi, i culi alti delle ragazze presto madri sfatte, il culo si allarga e scende come i seni, gli sguardi di donne e uomini si riempiono delle lacrime da crack, sembrano sciogliersi, l’intestino si liquefa, vomiti tutto contro un muro macchiato di sangue. La memoria, però, resiste, resiste a lungo, resiste anche al rincoglionimento da droga e stenti. La memoria è odio. La memoria è eterna. Ed è inutile che cerchi di dimenticare, che speri che si possa dimenticare. Qui nessuno dimentica. Perché, altrimenti, cosa ti resta? Da qui non se ne va nessuno.

Mauro Mateus dos Santos alla fine tentò di tenere viva la sua memoria facendo rime sulla dura vita nella favela invece che nell’odio, come se questa memoria potesse essere accettata da tutti, potesse essere una possibilità di riscatto da quell’esistenza da baracca, potesse portarlo oltre il confine della miseria; povero illuso eroe e martire del rap con il nome d’arte di Sabotage. La memoria lo colpì con quattro colpi di automatica la mattina del 24 gennaio del 2003 su una strada poco fuori dalla favela di Boqueirão nel quartiere di Ipiranga, a sud di San Paolo, al 1800 di Avenida Abraão de Morais, al bairro Saúde. Aveva preso con la famiglia un appartamento nella zona residenziale limitrofa alla favela dove era nato e cresciuto e a quella dove aveva vissuto gli ultimi tre anni, per cercare un po’ di pace. Le sue canzoni non l’avrebbero reso un rinnegato. Nessuno avrebbe pensato a una fuga. Ma, come dicevamo, la memoria non dà tregua. Ti bracca. La miseria ti soffia sul collo. Col suo pesante alito di morte.

Secondo la ricostruzione della polícia civil, lo spacciatore Sirlei Menezes da Silva gli sparò alle spalle dopo che Sabotage aveva accompagnato sua moglie, Maria Dalva da Rocha Viana, al lavoro e prima che si recasse a Porto Alegre dove era atteso per il Forum Sociale Mondiale. Ormai era una celebrità. Il più importante e influente rapper del Brasile con un album cronaca e manifesto della favela di Canão intitolato “Rap é Compromisso” e una promettente carriera da attore fatta di film impegnati e premiati come “O Invasor” di Beto Brant e “Carandiru”, sulla famigerata casa di detenzione di San Paolo e la rivolta e il massacro del 1992 al Padiglione 9 di centoundici detenuti per mano della polícia militar, diretto addirittura da Héctor Babenco, quello de “Il Bacio della Donna Ragno” con William Hurt e Raul Julia. Ecco, ora l’avrebbero ascoltato anche al di fuori della sua realtà e lui avrebbe parlato delle ingiustizie nelle favelas e dei soprusi della polizia. Avrebbe raccontato le sue esperienze tra droga, crimine, morte, povertà, disperazione, sconfitta, fratellanza e speranza, come faceva in tutte le canzoni. “Nella Zona Sud di Brooklin ho imparato a vivere e a rispettare ognuno”, cantava in “No Brooklin”. “Il rap è impegno, è la mia canzone a tenermi in vita”. Già, in vita. “Un altro mondo è possibile”, era lo slogan del forum dei Movimenti. Beh, lui nonostante tutto ci credeva. Per i suoi tre figli aveva sognato un altro mondo. Ma niente è possibile quando ti porti dietro quella miseria abbracciata stretta al crimine, no? Un corpo unico che ti ha legato a sé. Non puoi lasciarla per uno straccio di successo. Ma cosa credi?

Sirlei Menezes da Silva non aveva dimenticato la morte di due uomini della sua fazione nella guerra tra bande per il controllo dello spaccio di stupefacenti nella favela di Vila da Paz, dove si era trasferito Sabotage dopo aver lasciato la natia favela di Canão. Sempre secondo gli inquirenti, il capo delle gang che gestiva il mercato della droga, Euclides Mendez Pessoa, fu ucciso nel 1999 proprio dal rapper che aveva messo su un traffico concorrente: Sabotage lo fece fuori in complicità con il suo socio e amico Durval Xavier dos Santos, detto Binho, assassinato poi per ritorsione il 14 ottobre del 2002 in un’imboscata a Cadeião de Pinheiros 3. La faida era continuata il 9 gennaio del 2003 con l’assassinio di Denivaldo Alves da Silva, conosciuto come Vadão, fedelissimo di Sirlei Menezes da Silva, ormai a capo dell’organizzazione, sempre per mano di Sabotage. Quindici giorni dopo, Menezes da Silva, accompagnato dal fratello di Vadão, Demilson Alves detto Bocão, chiude i conti in sospeso. Due proiettili penetrano nella spina dorsale di Sabotage. Altri due gli perforano il cranio. Muore all’ospedale di San Paolo. Un mese dopo la sua morte, verrà ucciso anche Bocão.

Il 12 luglio del 2010, il giudice Fabíola Oliveira Silva condanna Sirlei Menezes da Silva a quattordici anni di carcere per omicidio. Non credendo alla sua dichiarazione di innocenza e alle accuse per il delitto che l’imputato rivolge alla potente organizzazione criminale Primeiro Comando da Capital. La moglie e i figli non credono invece che Mauro Mateus dos Santos sia stato ammazzato per i legami con la malavita. Sostengono che da tempo era lontano da certi giri. Anzi, smentiscono ogni suo coinvolgimento in attività illegali e gli arresti di anni prima per detenzione di arma da fuoco e spaccio di stupefacenti di cui parlarono i giornali. Tutto troppo facile: uno spacciatore in carcere e un altro morto.

Un’automobile bianca da tempo seguiva Maria Dalva da Rocha Viana. Per questo Sabotage l’accompagnava in ogni suo spostamento. Sabotage fu trovato agonizzante a terra vicino alla sua macchina. Poco più in là c’era un passamontagna nero.
In tribunale, un testimone disse di aver visto Sirlei Menezes da Silva festeggiare la morte di Sabotage. Ma qualcun altro affermò che a festeggiare fossero uomini della polícia militar. Non lo disse però in aula.
“Assassini in divisa, cerca di correre in qualsiasi modo per proteggerti”.
(“Favela Sinistra”, Sabotage).

Dieci anni dopo, giusto dieci anni dopo meno qualche giorno, il 4 gennaio 2013, Laércio de Souza Grimas, DJ Lah del gruppo rap Conexão do Morro, viene ucciso insieme ad altre sei persone da uno squadrone della morte davanti a un bar a Rua Reverendo Peixoto da Silva a Jardim Rosana, ancora nella Zona Sud di San Paolo, a Campo Limbo. Da tre grandi macchine nere come i loro abiti sono scesi quattordici uomini e hanno fatto fuoco.
Altri uomini avevano sparato nella stessa zona meno di due mesi prima, il 10 novembre. C’era stato un inseguimento: due moto della polizia militare dietro a una macchina rubata con a bordo tre uomini. C’era stata una sparatoria: i malviventi avevano abbandonano l’automobile per fuggire a piedi, i militari avevano sparato colpendo a morte uno dei banditi. Un altro era riuscito a far perdere le sue tracce, per poi presentarsi in ospedale ferito. Il terzo trova rifugio in una casa a dieci metri da dove avverrà il massacro di inizio anno. Si chiama Paulo Batista Nascimento, ha precedenti per furto, ricettazione e falsificazione di documenti, è ferito anche lui ed è disarmato quando lo arrestano. C’è un video amatoriale che riprende proprio questo momento. Mostra cinque agenti che conduco brutalmente l’uomo verso la macchina della polizia, poi l’immagine si muove e fuori campo si sentono due spari. Pare che Paulo Batista Nascimento avesse provato a scappare. “Atto di resistenza seguito da morte”, e il gioco è fatto. Ma l’uomo non è ancora morto. Entra in macchina con le sue gambe e l’auto lascia velocemente il quartiere. Il canale nazionale TV Globo trasmette altrettanto velocemente le immagini, che porteranno all’arresto degli agenti Marcelo de Oliveira Silva, Francisco Anderson Henrique, Jailson Pimentel de Almeida e Diógenes Marcelino de Melo guidati dal tenente Halstons Kay Yin Chen. L’uomo è morto. Si dice che l’autore del video fosse DJ Lah.

Il grupo de exterminio sembra abbia gridato «Polizia», prima di sparare cinquanta pallottole. Poco dopo, qualcuno ha visto una delle automobili nere ripassare sul luogo del crimine per recuperare i bossoli. Ma ne dimenticano due sull’asfalto: i proiettili sono dello stesso tipo in dotazione alla polizia militare.
Per Samuel Ferreira da Silva, DJ San Mix, produttore dei Conexão do Morro, DJ Lah non aveva ripreso un bel niente, era solo uno scherzo quello di dire di aver fatto lui il video, girato invece probabilmente da un residente di Campo Limbo. Ma a San Paolo si può morire anche per uno scherzo. O per una canzone. I Conexão do Morro, come Sabotage, denunciavano nei loro testi le violenze e gli abusi della polizia. Il video di “Click, Clack, Bang” fa vedere dei giovani che scappano, soldati della polícia militar entrare nella favela con gli elmetti, i passamontagna, mimetiche e giubbotti antiproiettile, visi dipinti, uomini con le mani al muro e le gambe aperte, un misero funerale, la bara di metallo di scarto sotterrata nel campo santo della baraccopoli, la terra la copre ma non sotterra l’odio, una parete piena di piccole lapidi con le foto. Il testo parla di uniformi grigie omicide, dice di tenerti fuori dalla vista dei poliziotti, sono loro che sparano, tu prega per sopravvivere. Il suono delle sirene. “Non voglio morire […] Li vedo uccidere […] E un altro corpo è caduto […] È la legge della favela”.

Nei tre anni precedenti, altri musicisti critici nei confronti della polizia sono stati giustiziati in strada dagli squadroni della morte. L’11 aprile del 2010 Felipe Silva Gomes, DJ Felipe, e Felipe Wellington da Silva Cruz, o MC Felipe Boladão, sono stati uccisi prima di un loro concerto da due uomini scesi da una moto. Il 12 aprile 2011 toccherà a Duda do Marapé, MC Duda. 20 aprile 2012, Jadielson da Silva Almeida, MC Primo, sarò fatto fuori sul litorale paulista davanti ai suoi due figli. Il 28 successivo sarà la volta di Cristiano Carlos Martins, conosciuto come MC Careca. In varie zone di San Paolo e sempre nel “mese della polizia”. Che bella festa.
Nell’inchiesta contro i cinque agenti responsabili della morte di Paulo Batista Nascimento, viene fuori un terzo colpo. È stato sparato sull’uomo dentro l’automobile. Un’esecuzione. Anche se la difesa dei poliziotti parla del tentativo di Nascimento di impossessarsi della pistola dell’agente al suo fianco. “Atto di resistenza seguito da morte”.

Sergio Gilles Lacavalla

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