CALMA PIRATA #2: I PIRATI FANTASMA

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Marco Cabras, I pirati fantasma

Il 1 febbraio scorso, a Firenze, un gruppo di bucanieri ha assaltato il palco del Sabor Cubano per leggere racconti brevi (massimo una pagina) a tema Pirati, sette pezzi che stiamo proponendo ogni mercoledì qui su Verde. La settimana scorsa Simone Lisi ci ha mostrato un’ombra nel quadro di Gianni il pirata, oggi Ferruccio Mazzanti ci racconta una storia dove I pirati fantasma si nascondono negli occhi siciliani che Marco Cabras ha disegnato su misura.

Quando giunsi all’accampamento di Caprera avevo già fatto amicizia con tre ragazzi, uno di Como, uno di Milano e uno di Napoli. La camerata aveva venticinque letti. Le giornate lì a Caprera erano organizzate in questo modo: la mattina colazione dalle 8 alle 9. Alle 9.30 lezione teorica. Alle 10 armare la barca. Alle 10.30 tutti fuori in mare. Alle 12 rientro a terra, disarmare la barca, andare a pranzare. Pisolino fino alle 3, nuova lezione teorica fino alle 4, quando riarmavi la barca e uscivi fino alle 7. Ritorno a terra, disarmare la barca e, nel remoto caso in cui ci fossero stati dei danni, in officina a riparare tutto, assieme ad un vecchio uomo d’acciaio, che gli tiravi i pugni in pancia con tutta la forza che avevi in corpo e ti facevi male te ma sul serio. Era come picchiare una parete. Io pensavo che fosse una specie di bidello, solo alla fine scoprii che lui era il capo assoluto.

Un giorno il mio istruttore mi cambiò prodiere. Mi mise assieme a questa ragazza siciliana che incuteva terrore a tutti, sebbene sorridesse e cercasse di essere il più carina possibile. Il suo problema era che era troppo bella. Ti faceva tremare la voce solo il sentire i suoi passetti felici sprofondare nella sabbia. E aveva quella inettitudine tipica delle donne nel fare le cose più ovvie come armare una barca. Così dovevo fare il triplo dello sforzo e quando lei sbagliava qualcosa non potevo neanche redarguirla, perché mi piaceva da morire. Mi dispiace, mi diceva mentre tendevo le sartie per bloccare l’albero, che non mi riesce di aiutarti di più. Ma tu sei bravissima, le rispondevo io. No, non sono bravissima. Sì, te lo giuro, sei bravissima, mi aiuti con un sacco di cose, mentre sfacchinavo sotto il sole di luglio. E mi guardò con quei suoi occhi siciliani che dovetti voltarmi dall’altra parte per non impazzire.

Le cose non andavano meglio mentre eravamo in barca. Il suo corpo era talmente luminoso sotto quella pelle abbronzata, che a volte sbagliavo le manovre perché sotto il salvagente intravedevo l’orlo del costume sollevarsi lievemente fino al capezzolo ed io non ero in grado di gestire le reazioni del mio corpo in modo adeguato. E quando viravamo, lei si metteva carponi mostrandomi il fondo schiena dentro ad un costume rosso e rotolando goffamente sulle altre mura con stridii divertiti. Mi toccava gestire sia il fiocco che la randa, ma era bravissima, mi sembrava che non sbagliasse nulla, ero addirittura convinto che fosse una ragazza particolarmente agile. Glielo dicevo con tono serio, mentre gli schizzi di mare le bagnavano il ventre e i capelli lanciavano cristalli di salmastro ovunque, ovunque, ovunque. Lei rispondeva non prendermi in giro. Non capiva che non sarei mai stato neanche lontanamente capace di prenderla in giro, tanto il mio cervello si era spappolato di fronte a lei.

La sera, dopo cena, in linea teorica dovevamo andare tutti a letto entro le 10, ma chiaramente avevamo scorte di alcol nascoste ovunque e scappavamo sulla spiaggia a guardare le stelle con una chitarra e facevamo anche le 4 del mattino, tuffandoci in mare e ballando senza musica. Una volta io e lei rimanemmo più a lungo del solito e ci ritrovammo da soli. Mi chiese di suonare la chitarra per lei. Ma io non so suonare la chitarra, le risposi. Non importa, mi disse lei, suonala comunque. Ed io strimpellai tutto il mio amore attraverso cacofonie insopportabili e cantai in una lingua inesistente che spacciai per inglese e lei appoggiò la sua testa sulla mia gamba sospirando beata e dopo un po’ mi disse che ero veramente bravo a suonare la chitarra. Non mi prendere in giro, le dissi rancoroso.

Mi chiese di raccontarle una storia. Eravamo su una spiaggia bellissima, immersi nel buio se non per un ridicolo focolare acceso a caso da altri ragazzi. Un cielo limpido pieno di stelle e il mare nero davanti a noi. Ero talmente imbarazzato e terrorizzato dal mio desiderio per lei che avrei fatto qualsiasi cosa per procrastinare infinitamente il momento in cui avrei dovuto fare l’uomo sicuro di sé e afferrarla e baciarla fino a ricomporre il mio cervello spappolato.

E così cominciai a raccontarle una storia di pirati fantasma che si nascondevano sotto la superficie del mare di notte, un vascello che era un sottomarino con le vele. E il capitano non aveva un pappagallo parlante ma un polpo canterino e la sua ciurma era ricoperta di spugne di mare e cozze e erano cattivissimi e rapivano le principesse sulle spiagge durante la notte e le portavano lontano negli abissi del mare per farle loro spose. E poi sentimmo qualcosa che si muoveva nell’acqua e fu spaventoso e lei saltò letteralmente tra le mie braccia. Ed io avevo paura di sbagliare qualcosa e tremavo e lei aveva paura dei pirati fantasma e tremava e i nostri volti erano vicini ed io avrei fatto qualsiasi cosa pur di rendere quel momento interminabile, ma non sapevo cosa, così continuai a raccontarle storie di navi fantasma, finché lei non pose un dito sulle mie parole.

Ferruccio Mazzanti

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