IMPARARE A BALLARE

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Marco Cabras, Senza titolo

È lunedì, morire non è facile, Imparare a ballare nemmeno e (ri)leggere Elena Marino vi farà sentire “nudi di fronte a una nuova giornata” (tranquilli, è il modo migliore per cominciare la settimana). L’illustrazione è di Marco Cabras.

I cani a volte non si annusano neppure, si puntano da lontano e decidono di aggredirsi. Alcuni fingono di andarsi incontro tranquilli, poi invece si girano di scatto e mordono. Altri invece ringhiano già a distanza, se ti avvicini avvertono le tue intenzioni. Quando ho bevuto la soda caustica non volevo fingere, volevo proprio berla e sentirmi morire. Ma la cosa che avrei voluto più di tutto era sapere che cosa sarebbe successo dopo. Invece sono svenuta dal dolore e non ricordo niente di quello che è successo, finché non mi sono ritrovata nel letto dell’ospedale insieme a quei vecchi risucchiati dalle lenzuola che mi fissavano senza dire niente, neppure ciao, oppure proprio non mi guardavano, tenevano la testa girata dall’altra, magari si lamentavano piano con un ritmo sempre uguale e insopportabile, e allora mi sono resa conto che era inutile e avevo fallito un’altra volta, morire non è facile, ci vuole un qualcosa che io non ho.

Adesso quando porto in giro i cani li osservo per capire meglio tante cose. Vedo gli stessi meccanismi che abbiamo noi, ora mi è chiaro, prima non guardavo niente, sentivo e basta. Mi pareva di essere un’enorme poltiglia senziente, incapace di reagire. Finché quel ragazzo non è volato giù dal settimo piano e tutti ne hanno parlato per un mese esatto, non di più, poi basta, solo io tiravo fuori l’argomento ogni volta che potevo, perché avrei voluto sapere tante cose che non riuscivo a immaginare da sola, ma nessuno riusciva a dirmi quello che cercavo.

Guadagnare mi piace, è stato come mettere un po’ di ordine nel casino del mio mondo. Adesso le mie idee sono più chiare. Posso comprare tutte le cose che ho segnato nei miei elenchi. Finché non tornerò a scuola potrò portare a passeggio i cani anche al mattino, il momento migliore per vedere come va il mondo. Una volta pensavo che tutto accadesse la sera oppure la notte, o al limite durante il pomeriggio, ma poi ho scoperto che al mattino accadono le cose più strane, perché tutti sono come appena usciti da un bozzolo, sono lì come spellati, nudi di fronte a una nuova giornata.

Da quanto porto a spasso i cani non mi sento più strana, come se fossi dentro un film o in un serie tv. Quando finisco in poltiglia vuol dire che non riesco più a tirarmi su dal letto, e penso solo a una cosa per tutto il tempo. Quando è volato giù quel ragazzo dal settimo piano non riuscivo a smettere di vedere con i suoi occhi e mi prendeva un soffocamento in gola, come se l’aria facesse tappo, e il vuoto fosse compatto e mi schiacciasse molto prima dell’impatto a terra. È come se fossi volata io, giù di sotto, senza sapere il perché, né che giustizia ci fosse nel precipitare dal settimo piano. La giustizia è una delle mie ossessioni perché non esiste da nessuna parte. Questo è il problema, come certi ragazzi che fanno quello che vogliono e si arrabbiano se gli spieghi che è sbagliato quello che stanno facendo. Quando ho bevuto la soda caustica pensavo che avrei bruciato anche loro, invece ho bruciato solo il mio stomaco, e adesso niente è come prima nel mio corpo.

Oggi esco per andare a prendere i cani da portare fuori. Sono tre: uno zop-pica perché lo hanno morsicato, uno abbaia a tutto e a tutti, l’ultimo tiene sempre la coda bassa tra le gambe e ha paura di ogni cosa. Vado a prendere i cani e faccio la solita strada. Mi piace portare fuori i cani perché, oltre al fatto che mi pagano, non devo parlare con nessuno. L’idea di portare fuori i vecchi, o i bambini, mi fa venire il terrore, l’angoscia, la nausea. Nella mia testa parlo continuamente, ma pensare di far uscire le parole per sostenere una conversazione, proprio non ce la faccio.

Cammino per la solita via e i cani annusano per terra, io vedo le solite persone che si affacciano dai negozi e quelli che stanno davanti ai bar della zona con la cicca in mano, la pancia in fuori, brutti e scombinati come tutti quelli che fumano al mattino per strada. Poi rivedo quella donna anziana che ferma tutti e vuole assolutamente parlare. Lei non ha nessuna insicurezza, se vuole parlarti è perché vuole parlarti, alza il braccio di legno ed è capace di dirti: «Io sono armata, eh! Fate tutti attenzione che ve lo do sulla testa!» La gente si ferma e si mette a parlare con lei, o meglio, ad ascoltare, perché lei fa poche domande rapide, poi attacca a raccontare di quando ha preso da terra una penna, quella è esplosa e le ha fatto saltare via il braccio. Da bambina sognava di diventare scrittrice, ma non aveva nulla per scrivere, solo mozziconi di matita, così quando ha visto per terra quella che sembrava una penna stilografica non credeva alla propria fortuna e l’ha subito raccolta. Per la sua famiglia badare a una senza braccio era una cosa troppo complicata, così l’hanno mandata dalle suore, in un collegio di Don Gnocchi, in Toscana, dove lei è cresciuta. Mi ha raccontato tutto questo, un giorno, e io facevo solo segno di sì con la testa e cercavo di sorri-dere, anche se mi sembra che la soda caustica oltre ad appiccicarmi le pareti dello stomaco mi abbia anche appiccicato insieme le labbra. Lei raccontava e io ascoltavo: lì nel collegio una sua amica non ci vedeva, un’altra era senza gambe e lei senza braccio, ma per le suore dovevano comunque imparare a ballare. «Dovete prepararvi per la vita, non ballerete sempre con noi suore, ma con i ragazzi!»

Io immagino tutte queste ragazze a metà, monche, tagliuzzate, tranciate, che volteggiano a modo loro per la sala, mentre infuria la musica e le suore con i loro veli svolazzanti ruotano conducendole in una gran danza, costringendole a ballare perché è tutto quello che hanno, imparare a ballare, anche se non possono. Immagino queste ragazze che esplodono, saltano per aria in pezzi che sono grumi di sangue, ma rimangono vive, e un giorno im-parano i balli dell’epoca roteando con le suore, e non c’è verso di lamentarsi o di tirarsi indietro, perché la disciplina è tutto. E tanti anni dopo, mi racconta la signora anziana con il braccio di legno, le ragazze tornano in visita al collegio con le gonne stropicciate, non stirate, e le suore le rimproverano perché, dicono, non è possibile mantenere la dignità se non sai prenderti cura di te stessa e del tuo abbigliamento.

Oggi rivedo questa signora anziana con il braccio di legno che sta cammi-nando con la sua andatura rigida a passi piccoli davanti a me. Ha un sacchetto con la spesa e la testa e le spalle dritte come un generale dentro il cappotto, perciò la riconosco subito. Sento uno spostamento d’aria e i cani si agitano e per poco non vengono investiti dalle bici di una decina di ragazzini che sfrecciano sul marciapiede. Mi superano mentre uno dei cani abbaia e tira, l’altro si attorciglia con il guinzaglio attorno all’alberello appena piantato nell’aiuola, il terzo si rifugia dietro me. Corrono verso la signora e le urlano «Togliti, vecchia!» Lei alza il braccio di legno, ma mentre si volta ondeggia con il sacchetto della spesa e poi la vedo franare a terra come se le gambe fossero di carta e si ripiegassero sotto il corpo. L’orda di biciclette è già lontana, la vecchia è a terra e io sono incatenata al cane.
Penso che non posso proprio mollare il guinzaglio, se mi scappa addio soldi e addio lista delle cose che devo comprare, credo che non potrei sopportare lo sguardo di mio padre, mi sentirei di nuovo una fallita, non sopporterei le visite mediche e l’ospedale, la scuola e i miei compagni, le cose che so ma che non dico, il volo giù dal settimo piano di quel ragazzo, i miei pensieri, le persone che conosco che si arrabbiano se gli mostri che sbagliano, non sopporterei tutte queste cose se non avessi più i cani da portare fuori e i soldi guadagnati per mio conto. Così cerco di liberare il cane, e l’altro abbaia, e vedo che il ragazzo che vende fiori su un carretto già corre ad aiutare la signora con il braccio di legno, la fa rialzare e poi insieme pensano a pulire le ginocchia dai sassolini e tirano su il sacchetto della spesa, sistemando tutto.

Penso a questa signora e mi dico che potuto vivere la sua vita, così come avrei potuto essere il ragazzo che è volato giù dal settimo piano. Fra una settimana tornerò a scuola, e potrò portare fuori i cani solo di pomeriggio, la incontrerò ancora? È stupido dire che mi sono affezionata, non posso proprio dirlo a nessuno, non c’è nessuno che capirebbe, forse non è neppure vero, che cosa significa che mi sono affezionata a lei? Ma quando ci penso, immagino di avere anch’io un braccio di legno e invece di disperarmi penso a tutte le cose che potrei fare, come spaccare le noci con un colpo secco, e mi viene da ridere.

Penso che potrei tirare dei pugni nello stomaco. Penso che potrebbero pizzicarmi e non sentirei niente. Penso che potrei darlo sulla testa di qualcuno e fare molto male. Poi penso che sarebbe difficile accendermi una sigaretta, ma non ho voglia di piangere. Preferisco continuare ad avanzare un numero infinito di ipotesi.

Non ho neppure voglia di stirare. Quando mi prende quella sensazione di essere poltiglia, penso al ferro da stiro: se lo usassi forse avrei una forma, ma non so neppure dove lo tiene mia madre, perché nemmeno lei stira. Così lascio perdere, perché vivo in un’altra situazione e non riesco a immaginare fino in fondo di essere qualcun altro. Penso anche al ragazzo che è volato giù, e continuo a chiedermi perché l’avrei fatto io se fossi stata lui, ma non trovo risposte: penso a tante cose, ma non sono sicura che siano sufficienti per affrontare il vuoto. Soffro di vertigini e continuo a pensare a lui e a immaginare di mettere a fuoco l’orlo di cemento di quel balcone, con quello che si vede dietro, il mondo sfumato e senza colori come in certe fotografie, lontano e mescolato al vuoto, una poltiglia di spazio e cose, sento l’aria in faccia, e tento di capire cosa sto pensando di preciso, ma non riesco a pensare a nulla, come se per ipotesi si potesse vivere ed esistere senza pensare, ma dura solo pochi secondi, poi devo immaginare di volare giù e ho di nuovo quella sensazione di aria che fa tappo in gola e sul cuore, premendo, come una mano che ti spinge fuori dalla pelle, finché non sgusci altrove.

Non so perché ho bevuto la soda caustica. È come quando un cane si gira e ne aggredisce un altro, senza avvisaglie, all’improvviso. Neppure un ringhio, solo uno sguardo che attende il momento opportuno e intanto finge indifferenza.

Così hanno detto quelli che mi seguono, che non avevo dati segnali. Mi dispiace per loro, per la loro confusione, ma la verità è che non sapevo di volerlo fare. Ci sono tante cose che non conosco, eppure le penso, sono nella mia testa e nel mio corpo, e accadono come se accadessero a un braccio di legno, mio ma non mio, che posso muovere, ma che non sente niente.

Ho immaginato che la soda caustica bruciasse tutto, facesse un gran buco, un gran vuoto, e che poi accadesse qualcosa di definitivo, di risolutivo. Mi sono ritrovata con le viscere appiccicate, con l’esofago ristretto come dicono i medici, e ancora non riesco a mangiare in modo normale. A casa non ne parliamo mai, se non quando devo andare in ospedale per i controlli. E quando devo mangiare e non ci riesco.

Oggi, quando la signora con il braccio di legno è caduta in strada tra le biciclette, non sono riuscita ad aiutarla, ma sono rimasta a guardare, e ho odiato quei ragazzi come se fossero passati sopra il mio corpo.

Vorrei trovare le ragazze esplose, saltate per aria a pezzetti e rimaste ancora vive, vorrei poterci parlare e imparare a ballare insieme a loro. Sarebbe dura, ma non più di come è adesso. Vorrei guardare nella testa del ragazzo che è volato dal settimo piano. Vorrei sapere quanto la mia vita assomiglia alla sua, e poi raccontargli delle ragazze esplose che hanno continuato a vivere, ballare, stirare. Mi piace pensare a questa voglia di stirare nonostante tutto.

Sento un dolore continuo in tutto il corpo e spero di poter incontrare ancora la signora. Non le farei nessuna domanda, ma vorrei guardarla stirare, e spianare tutte le pieghe della stoffa, una per una, con il suo braccio rigido.

Elena Marino

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