L’ARIA CHE NON RESPIRO

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Marco Cabras, L’aria che non respiro

Caro Olindo, è Rosa a scriverti per mano di Anna Quatraro, che dopo Ventilazione è tornata a trovarci con L’aria che non respiro, un racconto che a qualcuno qui in redazione ha ricordato qualcosa, ma molto più bello. 
L’illustrazione su misura è di Marco Cabras.

Caro Olindo,

Ti scrivo a nervi sospesi, mani fradice di sudore per controbattere a un discorso che si era aperto varie volte nella nostra vecchia cuccia di legno. Sai bene che sono stata io a dire che bisognava farlo e smettere di rimandare il nostro gesto. Eppure, da sempre sospetto che fosti tu per primo a progettare tutto, e davvero ricordo meglio i tuoi discorsi dei miei. Mi sembra di essermi solo intromessa in modo tangenziale dentro un discorso che tu continuavi da mesi, e non devi sorridere, mentre leggi.

Nel fare le cose che la tua povera Rosa non ha il coraggio di mettere in pratica, tu sei un campione. Io sono la negletta e infelice, la rogna, l’ignorante donnetta gravida di emozioni, l’eterna imbranata, tu un mostro di persuasione, Olindo caro. Ho dovuto sorvegliare le gambe perché non mi scappassero mentre t’aspettavo, insieme con il recipiente delle mosche galleggianti, io asciutta come la verdura sotto il sole, pallida ché mi dona anche, e proprio male non sto. Le gocce, nell’orto, strappavano il silenzio, e pregavo Dio che tu non ti fossi fatto alcun male, e fuggivo, per prima. Poi non ho sentito nulla, oltre alle gocce. Sono entrata in cucina, mi sono seduta come un confetto sciolto, mentre tu restavi in garage, forse non volevi più tornare dalla tua Rosa, uomo meschino, infame, incurante degli accordi.

In cucina, di fronte alla mia gonna a balze verdi, la tua giacca insisteva nel rammendarmi il colore della tua pelle. Gli occhi distesi, sentivo la pelle screziata del mondo, i graffi, il fetore. Nel silenzio vedevo il cortile, il cancello aggredito dalla ruggine. Il movimento paziente delle lumache, l’attesa statica dei fiori e il platano. Tutto tendeva a crollarmi addosso (e a misurarmi l’aria).

Dietro al vetro il sole si aggirava con innata grazia. Che mi serve (ora) un nodo stretto alla gola, un uovo che intasa i respiri, che mi serve il tuo essere altrove e la mia solitudine di ferro, questa carrozza di pensieri fitti e tesi, che mi servono queste braccia di cemento? Per sentirti come una barchetta su un torrente sassoso, per morire piano nella luce azzurra, per bere il pianto. Ti supplico, smettiamo il gioco crudele e facciamo invece un gioco serio? Sono la tua bimba, Olindo, mi hai lasciata sulla spiaggia da sola, e ho guardato il sole, da troppo tempo, mi ha fatto male, e non ho messo nemmeno gli occhiali. Ho disegnato stelle sulla sabbia, ho camminato calpestando le spine di specie aliene e protette, come me, mi auguro. Ci sono cose brutte, così hai detto. «Rosa, perché non stai mai attenta?»

Eppure non è facile accettare i miei cicli di pensieri, e tu mi aiuti, caro Olindo. Si muovono, si frammentano e si rincontrano, come le colombe in volo. Ricordo che siamo stati alla diga, i sassi parevano essere stati ammassati da un mostro marino enorme e misterioso. Sfogliavo una rivista, e tu facevi un gesto con la mano che per convenzione significa più tardi. Mi fotografavi, e non sapevamo ancora che saremo tutti morti, dopo il bambino. Se c’è troppa luce, dovrò piangere e urlare. Sai che non sono le mie urla, ma è colpa del girino che abita nel mio grembo da mesi. «Non puoi urlare in silenzio?», dicesti, «sei da museruola!»

Oggi ho capito che saremo sentiti singolarmente e poi confronteranno le versioni. Hanno pazienza con me, e il girino urla ancora, cerco il silenzio nei tuoi occhi. Come sempre: tu prima, poi io. L’abituale successione, che succede se il meccanismo si inceppa? Sarà come un evento al contrario? Immagino la mia apparizione su tutte le televisioni del mondo, una marcia all’unisono: non rimani sbigottito dalla mia affabilità?

Finalmente, la tua Rosa è applaudita, ha il successo che si merita. Diranno che sono matta, è solo un’opinione esposta all’oblio dei giorni e degli anni. Con che fretta stabiliranno la salute dei miei nervi. Ti sembro folle? Che giudizio villano e frivolo, il loro. La protesi burocratica del mio essere recita incapace di intendere e volere, ma ti accorgi che non è così. Voglio restare zitta, ché con niente questi si fanno troppe idee, e mi toccherà pure ricordare le parole esatte che ho detto, rischio di far peggio.
Ho preparato le parole che potrò dire, tu dimmi se vanno bene, e insieme avremo ragione su tutti.

COSA RICORDA ROSA
Olindo, nell’orto, il pianto delle verdure, il suo passo di pietra, la pioggia nelle ultime due settimane, posso sentirne l’odore, le lunghe code per il lavoro, il mio non esistere che per te, le tue guance, la tua voce rotta, un fiocco dentro al collo che si scioglie, tu che mi insegni nuove parole e dai forma a pensieri distratti. Mi racconti com’è andata, come una gita, fino all’ultimo respiro, poi ti dirigi in bagno. Nelle mie orecchie ci sono i rumori nitidi del pomeriggio che attraversano tutto il corpo, le mie essenze interiori di piccola rana che nuota fra le ortensie e le mele, la luce traballante, mi sento spossata, mi premi il naso, sono il tuo orsetto, penso.
Ricordi che ti chiedevo di che cosa è fatto il suono? Ti chiedevo pure di che colore è questo silenzio: arancione o verde? Azzurro come il cielo o celeste come la neve?
Intanto il girino dormiva, questo so di non poterlo dire. Com’è nero il silenzio distrutto dai nostri vicini che non ci rispettano perché sono tonta e deficiente.

Il girino non sopportava più il rumore dei vicini e del bambino, che ci svegliava apposta. Come animali, imitavamo il linguaggio puro di Rosa e Olindo. Finirà che son matta solo a metà, e il resto della pazzia ce l’hai messa tu. Se non ho fatto nulla io, sei innocente anche tu. Diglielo meglio di così, però.

Con la loro ragione totale cercheranno il motivo, sfideranno i nostri scudi fragili, analizzeranno i lembi delle mie mattane. Perché se anche fosse, io non ti ho tradito. Credevo che la nostra pace sarebbe durata di più. Olindo, io ho fatto la brava bambina, i tuoi baci li merito tutti.

Il mondo non ha smesso di esistere. Per il poco piacere che ci resta, sfidiamo i nostri tormenti, non tremiamo di fronte al pericolo. Faremo luccicare i nostri occhi attraverso ogni schermo, fino alla vertigine sovrana di ogni precipizio. Ti abbraccio forte, ma senza esitazione.

Rosa

Anna Quatraro

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