GATTINI™#15: OVUNQUE MEGLIO CHE QUI

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DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI

C’è vita su Verde? No, è un mortorio, è Ovunque meglio che qui. Poi arriva il venerdì, torna Franco Sardo e ci racconta la storia dell’ultimo uomo sulla terra, che – indovinate un po? – rimasto solo si annoiava molto. E si chiamava pure Leopoldo. DeadTamag0tchi invece si chiama Elisabetta, la copertina di GATTINI (il contenitore degli orrori indifferenziati di Verde, ogni qualche venerdì qui e su Facebook) l’ha disegnata lei.

Il programma di teletrasporto fu, ma questo lo potete immaginare, un vero successo e una strabiliante rivoluzione. L’intero universo, semplicemente, divenne piccolo e morbido come il pugno di un neonato. E la Terra, di conseguenza, divenne una banale goccia nell’oceano, simile a moltissime altre, e inferiore, sotto molti punti di vista, a circa la metà dei pianeti abitabili, ora raggiungibili grazie al teletrasporto. Diciamo diventò, anche se in realtà lo è sempre stata, un’indistinguibile palla azzurra senza particolari specialità, solo che col teletrasporto se ne accorsero non solo gli scienziati, ma tutti quanti.

Le prime a spostarsi furono le grandi industrie, con delle vere e proprie deportazioni di operai, attirate dalle traboccanti materie prime ora disponibili e facilmente trasportabili. Prendiamo soltanto il settore OL9GFF73: avevi bisogno di tungsteno? Il pianeta A569B7 ne aveva la superficie ricoperta per il 79%. Certo, c’era pure U652G6, che praticamente era una gigantesca boa di tungsteno galleggiante nel lago placido dello spazio, ma la sua gravità alla superficie rendeva un po’ più difficile l’attività di estrazione per gli esseri umani, che si sarebbero trovati schiacciati non appena avessero poggiato piede sul pianeta. Ma questo non costituiva un problema, appunto, perché c’era A569B7. Lo stesso vale per F421O8, manganese, R000Y7 uranio, un’innumerevole quantità di pianeti di ferro, di piombo, di oro, per non parlare dei minerali e dei gas… l’universo se ne dimostrò, senza grandi sorprese, una sterminata cornucopia. Nel settore ZU7OAO92 vi era per esempio T552J6, costituito completamente di marmo. Un enorme uovo dipinto senza vita nello spazio. Sulla sua superficie si potevano ammirare le ramificate venature iridee che attraversavano interi continenti. Lo spettacolo delle sue montagne, dei suoi mari, dei suoi fiumi (c’era anche acqua, ed era di una cristallinità religiosa) illuminava l’aria di bagliori cangianti e ipnagogici, che attirava milioni di milioni di visitatori. Il turismo, come prevedibile, ebbe un incentivo notevole: vi interessano le montagne? Pianeti con catene montuose da 150 mila metri d’altezza. Preferite la spiaggia? Pianeti composti da un unico oceano e 37 milioni di isole. Poi, certo, c’era da lavorare: i pianeti più strategici, grazie alla loro posizione e dimensione, furono dotati di milioni di portali di teletrasporto, e gli spostamenti da un pianeta all’altro diventarono la vera unica materia prima, dal cui indotto derivava ormai circa la metà del prodotto interno lordo universale.

Gemma era uno di questi pianeti, scelti spesso per la loro somiglianza con la Terra. Una breve descrizione: grande come Giove, il 70% della sua superficie era costituito dai suoi 149 oceani. La superficie restante era occupata da 215 continenti di varie dimensioni e tutti discretamente vicini gli uni agli altri, grazie a penisole, stretti e ponti naturali. La sua atmosfera era pressoché identica a quella terrestre, solo appena un po’ più umida. Il suo immenso nucleo gassoso rendeva possibile una gravità tutto sommato accettabile per gli esseri umani. Dalla sua posizione nell’universo il 64% dei Pianeti Essenziali (venivano chiamati così quei pianeti che per vari motivi raggiungevano i massimi gradi di eccellenza, specialità e necessità) era raggiungibile in appena 0,00000000000000000008 miliardesimi di miliardesimi di secondo. Contando che ogni decimale in più costituiva un rischio per la coerenza subatomica del teletrasportato di quasi l’uno per cento, ci si può rendere conto di quanto Gemma fosse strategica. Per questo gli abitanti della Terra, chi prima chi dopo, ci si spostarono. Dapprima lentamente, ma quando il Pianeta Madre diventò uno degli elementi principali della religione più diffusa, il Geismo, attraverso i suoi succedanei iconografici e le speculazioni teologiche che la riguardavano, fu mano a mano ignorata e, forte dei legami simbolici, l’umanità se ne affrancò.

Nemmeno gli scienziati erano rimasti a interessarsi del pianeta d’origine, presi com’erano a studiare le eccezionalità delle leggi cosmiche che si manifestavano in pianeti estremamente singolari. Come per esempio il pianeta chiamato Brega, un giovane corpo celeste che aveva sviluppato un’atmosfera respirabile, e la cui superfice era ricca di incredibili convessità e protuberanze, tanto accentuate da risultare un costante paradosso gravitazionale: sui picchi si veniva schiacciati, negli infossamenti quasi si poteva volare. Grosse masse di piombo sotterranee poi determinavano altre anomalie, che permettevano, per esempio, di camminare sulle pareti di agghiaccianti strapiombi. Gli storici invece erano troppo impegnati a cercare tracce di civiltà aliena fra i milioni di pianeti, e quante ne trovarono. Tutte scomparse. Ci si accorse, per l’ennesima volta, che la civiltà non occupa che un tempo infinitesimale rispetto alla vita di una specie, tra l’altro in corrispondenza a quello che si può considerare l’ultimo stadio della sua esistenza. Invece di forme di vita era pieno. Sapevano di non essere soli, ma non pensavano di avere tanta compagnia. L’umanità si trovò circondata da miliardi di creature, tutte diverse, con sistemi di alimentazione e riproduzione estremamente variegati. I biologi andarono in visibilio, sparsi ai quattro angoli dell’universo. Insomma, in una maniera o nell’altra, tutti avevano trovato qualcosa da fare fuori dalla Terra, come cuccioli cresciuti che si allontanano dalla tana. Se n’erano andati tutti, tranne uno.

Ci riferiamo ad un singolo custode della Terra, lasciato a tenere in vita l’ultimo teletrasporto funzionante, per mantenere il contatto con il resto dell’umanità esodata. Quest’uomo si chiamava Leopoldo e da solo sulla Terra si annoiava molto. Gli altri se n’erano andati a divertirsi nei giganteschi pianeti dello svago, dello sport, dello spettacolo. Interi mondi venivano usati a questi scopi, e le proporzioni di quella che può essere una partita di calcio giocata fra due squadre di un milione di persone l’una, su un pianeta con un unica sottile striscia di terra emersa all’equatore, sono per noi inimmaginabili. Stesso dicasi per le arti. Per esempio la scultura monumentale divenne decisamente più spregiudicata, con pianeti interamente scolpiti al fine di somigliare a questa o quella personalità importante. Spesso Leopoldo meditava sulla possibilità di farsi un giro per l’universo: niente di trascendentale, giusto un salto e via, per poi tornare prima dei controlli.
Così, un giorno, Leopoldo si decise.

Avrebbe voluto andare su un pianeta pieno di gente, di musica, di quelli il cui battito vitale si riverbera fin oltre i sistemi solari vicini. Ma non poteva. Non poteva farsi riconoscere e sarebbe stato beccato subito visto che era l’unico essere umano a poter provenire dalla Terra. Quindi ripiegò per una passeggiata con la gravità dimezzata su un pianeta morbido, erboso e completamente deserto, con dei fiori grandi come elefanti e alberi come grattacieli: HH235KI00. Niente di eccezionale, a dire il vero, rispetto a ciò che si poteva trovare, ma comunque meglio che sulla Terra, e poi era sicuro che non l’avrebbe visto nessuno. Sarebbe tornato di lì a qualche mese, prima del controllo.

Diede quindi il via ai preparativi. Mise tutto in ordine nella stazione del teletrasporto, si portò una scorta di viveri sufficiente e attraversò il portale. La Terra in quel momento fu totalmente abbandonata. Per la prima volta dalla sua comparsa come distillato evolutivo, l’uomo non c’era più. Nessuna voce umana risuonava in nessun angolo del pianeta, nessuna risata, nessun lamento. Sulla Terra non c’era nessun essere umano a pensare, a camminare, a sognare, ad amare. L’umanità se n’era andata, e Leopoldo cominciava le sue escursioni fra le colonne lignee e i drappi verdi delle colossali piante del mondo brevemente chiamato HH.

Passarono due giorni, quando un topo andò a rosicchiare il cavo di alimentazione del teletrasporto. Leopoldo indifferente continuava a girovagare fra quelle fresche ali di angeli vegetali, riflettendo sul senso del suo isolamento, e promettendosi in cuor suo di chiedere il prepensionamento. E mentre dentro questa estasi di verde e di speranza era tutto fuso e confuso, Leopoldo morì sul pianeta megavegetale: schiacciato da un seme delle dimensioni di uno scooter, caduto dai 350 metri d’altezza di un albero di Beleba.

Il controllo arrivò puntuale, qualche mese dopo, senza ovviamente ricevere risposta. Pigramente, l’operatore al laser indeterministico che se ne accorse cercò le coordinate della Terra nei registri, in modo da attivare un altrimenti eccezionale esplorazione con un teletrasporto monodirezionale, ma le coordinate non c’erano. Nessuno le aveva prese. La sparuta comunità scientifica che se ne occupò si sorprese che nessuno si era più interessato alla Terra. Si misero quindi a cercare, ma i loro sistemi di ricerca erano tarati per segnalare le eccezionalità, i pianeti unici per le loro conformazioni, oppure i pianeti simili, ma non erano fatti per cercare la Terra. Troppo insignificante, troppo se stessa: non la trovarono più. Forse non ci si impegnarono nemmeno poi tanto. Forse non vollero farlo. E dalla Terra scomparve così l’essere umano, definitivamente, senza che questo costituisse un cruccio per tutte le altre forme di vita terrestri che, molto serenamente, continuarono la propria esistenza come prima… solo, senza nessuno che le stesse a guardare, le riproducesse o desse loro un nome.

Franco Sardo

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