MARIE

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Joydidì, Neve

Ciao, sono il giovane Luca Marinelli, altrimenti noto su Facebook (non solo), la splendida illustrazione di Joydidì che vedete quassù (Neve, ink on paper, digital painting) accompagna un mio racconto scritto da quattro punti di vista con quattro voci narranti e un finale impersonale alla terza esterna. Si intitola Marie e comincia così:

«DOVE SEI?» Era fuori di senno. «DOVE CAZZO SEI?»

L’aria scorticava la gola. Il sangue scavava la fronte ingrossando le vene. Il suo cuore impazzito suonava la smania malnascosta dal tremore delle sopracciglia, dal labbro senza controllo: smania istintuale, smania animalesca che ti porta a sbattere contro il mobiletto del telefono e poi, ma solo in un secondo momento, ad accorgerti che esiste e rovesciarlo per la rabbia; che ti porta a urlare via te stesso, con l’urlo che se la prende con il silenzio, attraversa la polvere fluttuante nella stanza e si infila negli angoli meglio della luce, e la luce infatti non ci arriva sotto il tavolo, a sfiorare Ale che è rannicchiato in fondo, nella penombra: invece le grida del padre il bambino le sente eccome.
E singhiozza, ma lo fa sottovoce; quando ci si nasconde non bisogna mai farsi sentire, per nessun motivo. Non lo sa cosa sta succedendo, se la mamma è scappata perché aveva paura, se è uscita e sta per tornare, sa soltanto che quell’uomo non è suo padre: cioè, sì, è lui, ci assomiglia e tutto il resto, ma non è lui; è l’uomo nero.

Quegli idioti della città sono andati fuori di brocca. Ha ragione nonno Sante, il fumo delle fabbriche li fa scemi totali. Questa stella è una cazzo di gallina dalle uova d’oro: e Johnny se la spreme per bene, la bella pollastrella cacasoldi. Non è vero?
Cazzo! Stupido di un Johnny, guarda la strada. Non vuoi mica farti ammazzare?
Spero che non si sia aperto niente là dietro, quelle magliette mi faranno fare un bel puttanaio di verdoni; hanno un profumo così buono… Voglio riempirci una macchina intera: dollari sul pavimento fino ai finestrini, sono sicuro che poi al paese si girano tutti, altro che le patate al mercato per quattro spicci in croce. E pensare che quello stupido vecchio non ci avrebbe scommesso una cicca: chi ce l’ha il più grande fiuto per gli affari adesso, vecchio rincoglionito, chi ce l’ha più lungo, eh?
E poi quelli… Dal fuoco d’artificio non fanno altro che pregare e comprare le mie magliette. E Johnny gode; godo come un maiale. Speriamo che non si accorgono del grandissimo mare di puttanate che dicono in giro.

Quell’infame di mio figlio non mi fa mai sapere niente. Nemmeno una chiamata che è una da almeno due mesi; forse l’ultima volta che si è fatto vivo è stato dopo lo scoppio, ma cosa ho sbagliato: cosa ho sbagliato non me lo spiego proprio. È come lui, come lui, non c’è niente da fare; ha lo stesso sorriso da volpe ubriaca stampato sulla faccia, e quanto mi dà ai nervi, madonnina santa quanto mi dà ai nervi, sembra dirti continuamente non mi frega niente di quello che mi stai dicendo ma dillo, tanto non ti ascolto; li prenderei a schiaffi dalla mattina alla sera.
Per fortuna che ci sei tu Amorino; ah, i migliori amici degli uomini. Dev’essere perché siete gli amanti delle donne, eh, piccolo Amorino bello? Eh! Amorino piccino tenerino, pucci! Pucci! Bau! Diglielo tu che sarai sempre con me. Per sempre.
Ti piace il cappottino l’ombrellino che la mamma ti ha comprato? Così non devi più stare alla luce cattiva. Pucci bello tenerino di un amorino che non sei altro! Andiamo a mamma, andiamo; aspetta. Tieni… Se ti do questa me lo dai un bacio?

Sembra che sia scoppiata un’iride al cielo.
È il quattro marzo, ci sono ventitré gradi e mezzo, poco vento. Sono le undici e quarantadue.
Mi sembra che giorno dopo giorno l’atmosfera si faccia più verde.
Oggi sono sei mesi precisi. Ho mangiato un muffin per festeggiare.
Dall’ultima volta che ho registrato la mia voce i vicini sono peggiorati visibilmente. Philip non esce più di casa; ho visto Marie l’altro giorno mentre portava il figlio a scuola, aveva qualcosa di strano, sembrava turbata. Le sue rose le sono morte di nuovo; è la terza volta che le muoiono quest’anno e la quarta in dieci anni che la conosco.
Sta succedendo qualcosa di strano nelle loro teste. È come se gradualmente diventassero paranoici; si incurvano. Guardano per terra.
La signora Heinze, della casa di fianco, non fa altro che andare avanti e indietro con il cane da giorni, percorre il marciapiede fino all’incrocio con il nuovo isolato e torna indietro. Da questa mattina alle sette e trentacinque è passata davanti alla finestra undici volte.
Credo, arrivati a questo punto, di poterlo affermare con certezza. È quella pulsar; funziona come un radiofaro, invia un segnale alternante nelle loro teste: li sta ipnotizzando. È come se insinuasse un richiamo, un canto.
So che questa cosa non ha alcun senso, ma è come se in qualche modo quella stella di neutroni fosse viva, come se la nebulosa che si accende e si spegne fosse l’occhio di qualcosa di più grande, qualcosa che si stende nel cosmo e nel tempo dalla zona dei quasar e ci guarda, disteso verso il nostro minuscolo pezzo di roccia, per costringerci a fare quello che vuole lui.
Ho paura che la lamina di piombo non sia abbastanza per il rivestimento delle pareti. Ho paura che la radiazione della stella di neutroni penetri, che sia già penetrata.
Forse sono già pazzo. Non è possibile, non ha senso.

«ALE…» I passi dell’uomo nero sono martellate sulla grande incudine del pavimento. Il suo ansimare sono sbuffi neri di paura.
Si ferma; nel mezzo del salone. Da sotto il tavolo il piccolo Ale vede la mazza da baseball in ombra che la sua grande mano stringe testa all’ingiù. È impregnata di qualcosa; gocciola, ma non saprebbe dire bene cosa, si tratta di qualcosa di viscido.
Il bambino è nascosto tutto appiattito contro il muro; sente che respirare è difficile, è pesante e ti gonfia di male dentro.
All’improvviso dalla cucina si sente cadere qualcosa. L’uomo nero sobbalza, ma è così pesante che non si solleva da terra, rimane piantato per bene; gira il volto verso quella parte. La faccia gli si macchia tutta di un sorriso senza forma.
Ale pensa che è stato il gatto, ha tentato di arrampicarsi su qualche pentola.
«ALE. Vuoi giocare a nascondino, eh?» E ride. Ride tanto.
Quell’uomo ha la stessa identica voce di suo padre; ma non è suo padre, la sua risata è diversa, fa un po’ paura e fa anche schifo. Ale pensa che è una fortuna che l’uomo nero non la pensa come lui, sul gatto. Guarda la porta di casa, riguarda quell’uomo gigante che si muove lentamente verso la cucina e poi comincia a correre. Con tutte le sue forze.

Ragazzino del cavolo. Gliel’avevo detto di farsi gli affari suoi, gliel’avevo detto. Nonno Sante non mi avrebbe mai scoperto. La cassetta con i soldi della fattoria lui la apre solo alle feste. Ho dovuto farlo; avrebbe parlato, lo dovevo spaventare. Il nonno non mi avrebbe mai fatto prendere le magliette. Gli comprerò un pony, anzi, un intero maneggio quando torno, mi perdonerà; perché Johnny finalmente sarà il più ricco, ricco, ricco «COSA CAZZO C’E’ LA’ IMMEZ…»

Andiamo Amorino, andiamo. Fai la popò così poi mammina la pulisce col fazzolettino e ce ne torniamo a prepararti la pappa. Non sei contento, Amorino piccino tenerino? Pucci pucci, ASPET! AMORINO, TORNA QUI!

La nebulosa è una lucciola verde nel cielo terso. Dipinge le nuvole di una sottile patina d’ansia smeraldina.
Il furgone vede il bambino correre fuori e tagliargli la strada; o almeno, il suo conducente lo vede, perché inchioda e sterza. Il padre sta uscendo a sua volta, lo insegue grida e brandisce la mazza da baseball insanguinata come se fosse un machete. Il cane scappa di mano alla signora Heinze e corre verso la scena.
Il furgone si mette di traverso rispetto alla strada. Il bambino scappa sul marciapiede prima che si ribalti. Va sottosopra e colpisce il padre di netto.
Più o meno tutti gridano; ognuno per un motivo diverso. Il professor Hopper esce di casa e si sbraccia mentre raggiunge il bambino, il padre viene travolto dal furgone, la sua struttura in acciaio lo schiaccia.
La vecchina piange e corre disperata verso il cane gridando, AMORINO!, AMORINO! Torna indietro!, Johnny nel furgone perde i sensi per la botta. Il gancio d’acciaio del cassone si rompe a contatto con l’asfalto e gli sportelloni si aprono. Le magliette volano in aria e in aria si librano cullate dalla brezza moderata, sono tinta unita bianche e nere, a caratteri cubitali, tutte, recano la scritta VENITECI A PRENDERE! VENIAMO IN PACE.
Pioggia di magliette. Delicatamente si posano sulla signora Heinze, che piange stringendo il suo cane, e trema.
Delicatamente si posano sul professore, che piange stringendo a sé il bambino e guarda la mano insanguinata di Philip che emerge da sotto il camion, priva di vita sull’asfalto, e sussurra Marie, Marie, lo sussurra piangendo.

Qualche centinaio di metri più in là c’è silenzio. I rami degli alberi ondeggiano lenti. Sembra che sia scoppiata un’iride al cielo.

Luca Marinelli

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