ROCK CRIMINAL #19: THE COASTERS

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Joydidì, Insomnia

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. C’erano un uomo, un cantante, un giro di assegni falsi, un corpo fatto a pezzi, una città dove si va per morire e un braccio dentro un secchio; e poi c’erano The Coasters, “il gruppo doo-wop di maggior successo dell’America degli anni Cinquanta e Sessanta.”
Illustrazione di
Joydidì (Insomnia, ink on paper, digital painting).

A Las Vegas ci vai per morire. Che tu lo voglia o no. Che tu lo sappia o no. Anche se sopravvivi, sei morto. Las Vegas è per chi ormai è perduto. Banditi, ex politici, cantanti col parrucchino o con il viso tirato dal lifting e playboy abbronzati fuori tempo massimo. Pensionati e turisti illusi che quella sia la vera vita. Che sia ancora un po’ di vita. La più lunga possibile, quasi fino all’eternità dei miti in 70 millimetri. Come le coppie, più o meno giovani, che si sposano nelle cappelle dalle insegne colorate al neon con il coupon dell’agenzia di viaggi tutto compreso, anche Elvis e Marilyn a fare da testimoni. Entrambi vestiti di bianco, come la sposa col mazzetto di fiori in mano offerto dal finto prete.

Durano un attimo i matrimoni a Las Vegas: il tempo di riprendersi dalla sbornia. Sono unioni che celebrano gli errori e la fine dell’amore. Il divorzio altrettanto rapido messo a pietra tombale e prezzi vantaggiosissimi. L’ossigeno diffuso dai condizionatori d’aria nei casinò ti tiene su e perennemente sveglio in una replica di esistenza che ti dice che puoi vincere una mano su quel che ti rimane della tua inutile e disperata vita. Un’altra ancora. E ancora una. Ma non è che accanimento terapeutico. Il banco vince sempre. L’ossigeno è per i malati terminali. Sulle pareti delle case da gioco non ci sono orologi. Niente finestre. La morte è l’assenza di tempo. È la luce sempre accesa. Negli interni sfarzosi che riproducono la Roma Imperiale o altri fantastici sogni esotici all’americana, roba per cowboy che sanno di stalla e profumi costosi quanto gli Stetson che non si tolgono mai, per giapponesi ed europei che non sanno nulla del loro paese né degli Stati Uniti. Luce di notte nelle grandi vie a troppe corsie; luci cittadine che spente di giorno mostrano il loro inganno di insegne di plexiglass. Luci morte.

Gli alcolici gratuiti e disponibili in ogni momento serviti dalla cameriera col culo scoperto e i seni chirurgici in bella mostra ti tolgono quel residuo di coscienza che ti rimane. Rilassati, tanto ormai se sei qui è perché il salto dal mondo dei vivi l’hai già fatto, no? Ti manca solo un breve pezzo di strada. Su, non fermarti adesso. Le portefinestre sui balconi dei piani alti degli hotel che danno sulla Strip sono sbarrate perché non è quello il modo. Meglio lanciarsi dalla diga di Hoover. Meglio il deserto intorno, pieno di carcasse di animali morti. Las Vegas ti fa a pezzi: pezzi di fiches lasciati sul tavolo da Black Jack, pezzi di sesso e sentimenti dimenticati in una stanza d’albergo, slip, calze di nylon, una cravatta da sera e smoking a noleggio sul letto vicino al frigobar e la slot-machine, pezzi del tuo corpo dilaniato seccati dal sole sul terreno roccioso e spaccato, conservati dal repentino freddo della notte.

C’era un uomo. Un cantante. Di lui, di Nathaniel “Buster” Wilson, voce basso dei Fabulous Coasters (Fabulous, proprio come il cartello che ti accoglie in città: “Welcome to Fabulous Las Vegas Nevada”), non restarono che pezzi per riconoscere il cadavere alla morgue dell’ufficio del coroner. Braccia e gambe furono ritrovate sparse in prossimità della grande diga a ventinove miglia dal centro. In seguito il resto del corpo, gettato in fondo al Del Puerto Canyon di Modesto nella confinante California, soffiato dal vento radioattivo del deserto. La testa, mezza staccata dal collo, presentava alcuni fori di proiettile. Le impronte digitali cancellate con l’acido. Il tutto in avanzato stato di decomposizione. Provarono a ricomporre il corpo. Ne mancava ancora qualche parte. A Las Vegas le cose non coincidono mai. L’identificazione avvenne attraverso l’arcata dentale. Sembrava che quello smembramento sintetizzasse lo stato in cui erano caduti i Coasters nel corso del tempo: si erano frammentati in varie formazioni, alcune false; pezzi di un corpo morto con abiti in lamé di cui ormai era impossibile trovare la forma originale. Sì, quel Fabulous puzzava di morte e cause legali per dividersi anche il nome, un marchio. Las Vegas era il luogo giusto per loro, che si esibivano come zombie tutto sorrisi, balletti e grandi voci. Ognuno voleva un pezzo dei Coasters.

Ma i Coasters non rendevano più come un tempo, quando erano il gruppo doo-wop di maggior successo dell’America degli anni Cinquanta e Sessanta con hit come “Poison Ivy” e “Charlie Brown”. Ci si chiedeva sempre, a ogni loro esibizione, davanti a ogni locandina, ma saranno davvero loro? Nessuno ci capiva più niente. Così, il manager dei Fabulous Coasters, Patrick Cavanaugh, ex agente di Marvin Gaye, a suo dire, pensò bene di arrotondare i guadagni mettendo su un giro di assegni falsi, rubati e a vuoto per circa 450.000 dollari, tra Arizona, Colorado, Nevada e California, in cui voleva coinvolgere anche “Buster” Wilson.

«No, non se ne parla», disse Wilson, nervoso, deciso. «Ti denuncerò alla polizia. Sei finito come nostro agente».
«Sei uno stupido, “Buster”. Proprio uno stupido, Non ti conviene», rispose Cavanaugh, con aria di sufficienza, col tono di un sinistro avvertimento.
Forse non stupido. Di certo imprudente. Nathaniel “Buster” Wilson avrebbe dovuto fingere di stare al gioco. Bluffare. Non svelare le carte. E poi, sorpresa: manette e tutto il resto. Ma a Las Vegas si va per perdere. Come dicevamo, per morire. Le pallottole della pistola di Cavanaugh gli perforarono il cranio il 7 aprile del 1980.

Nel 1984 Patrick Cavanaugh fu condannato alla pena di morte per omicidio di primo grado, poi commutata in ergastolo. Con lui vennero ritenuti colpevoli di favoreggiamento, falso, truffa, furto, furto con scasso, la sua quarta moglie, l’ex spogliarellista di Las Vegas Diana Lea, e il suo socio Joseph Cioffe. Furono tutti inchiodati dalla testimonianza della terza moglie di Cavanaugh, Pamela, che disse in tribunale di essere stata minacciata dall’ex marito di fare la stessa fine di Wilson se non avesse partecipato a quel traffico.
«Per spaventarmi mi mostrò un braccio di Wilson dentro un secchio», disse al giudice.
Patrick Cavanaugh morirà il 12 aprile del 2006 nel carcere di massima sicurezza al 4569 della North State Route di Ely, nel Nevada, per la cancrena alle gambe provocata dal diabete. Prima che gliele amputassero.
Las Vegas si beffa dei suoi animatori. Ne butta i resti sulle strade del suo divertimento. Solo chi è morto cerca il divertimento. Solo i morti ti fanno divertire.

Cornell Gunter però non voleva essere un’altra vittima dei Coasters e di Las Vegas. Lui era uno della formazione classica, quella del 1958, quella entrata nel 1987 nella Rock ‘n’ Roll Hall of Fame. Non scordatevelo. Era, nonostante tutto, pur sempre “la Regina dei Coasters”. Non sembrava neanche invecchiato. Il più divertente e glamour del gruppo, con i suoi abiti sgargianti sul corpo da peso massimo di pugilato o wrestling (come lottatore al Caesars Palace avrebbe fatto faville) che facevano invidia al miglior Liberace (per non parlare dell’acconciatura dei capelli), voleva vivere come non mai e rilanciare la propria carriera, mettendo in ombra con una nuova luce accecante tutti quei pezzi dei Coasters in giro per gli States. Aveva da poco finito di registrare un disco ai Paramount Studios di Los Angeles e voleva ripartire proprio da quella Las Vegas che, malgrado le tante serate fatte nei suoi hotel casinò, guardava ancora a bocca aperta come un bambino e attraversava al passo instancabile dei suoi deliziosi atteggiamenti effeminati che avevano così tanta presa sul pubblico – per la comunità gay era quella che si dice un’icona. Jerry Lewis, negli anni Ottanta, lo chiamò, con i suoi Coasters, per ben quattro edizioni consecutive del “Jerry Lewis Telethon”. Una trasmissione televisiva di enorme popolarità in onda dal 1966. Il comico e Cornell erano irresistibili quando cantavano e ballavano il successo del 1958 ”Yakety Yak”: Jerry Lewis con la sua voce e i movimenti da ragazzino sciocco e Cornell Gunter con i modi da boy di prima fila del più grande spettacolo di Las Vegas e l’inimitabile voce da tenore nero. Sorriso bianchissimo a sessantaquattro denti e giacche celeste confetto, bianco neve, nero glitter e rosso aragosta, gilet abbinati con raffinato gusto, candide camicie merlettate. Il Lady Luck Hotel aveva ingaggiato Cornell Gunter & The Coasters per un week end di concerti. Era lunedì 26 febbraio del 1990, meno di una settimana alle date annunciate dai manifesti sulle porte e i muri delle lussuose torri del centro alberghiero al 206 N 3rd Street di Downtown. La Signora della Fortuna tiene il sorriso e il cuore aperti per lui e i suoi elegantissimi ragazzi. Sono le undici del mattino e Gunter è fermo nella sua Camaro azzurra del ‘78 in un parcheggio all’incrocio tra la Berg Street e Bourboun Way a North Las Vegas. Sta parlando con un giovane uomo di colore di circa vent’anni. Il ragazzo indossa una giacca argentata con tre strisce nere sulle maniche e sul davanti ha lo stemma del Las Vegas Players Club. È fuori dalla vettura al lato del guidatore. Non si sa cosa si stanno dicendo, ma un testimone dice che all’improvviso il tale ha tirato fuori una pistola da una tasca e ha esploso sei colpi verso il cantante. Sembrano colpi sparati in maniera confusa. Solo due vanno a bersaglio. Cornell Gunter riesce a mettere in moto, ma fa pochi metri. Le pallottole entrate nel petto lo hanno ucciso. La macchina si è andata a schiantare contro un muro, mentre il ragazzo si è dileguato nelle strade e nessuno riuscirà mai a scoprirne l’identità.

“A Las Vegas puoi fare qualunque cosa, nessuno verrà mai a saperlo”, dice un famoso slogan cittadino. La polizia esclude ogni collegamento con l’omicidio Wilson – i colpevoli sono tutti in prigione. E poi sono passati dieci anni. Anche la pista della droga è presto accantonata. Cornell Gunter non era un tossico. Forse qualche debito con la mafia locale (La Las Vegas del divertimento non dimentichiamoci che fu edificata intorno al Flamingo Hotel del gangster Bugsy Siegel, fatto fuori da Cosa Nostra proprio per debiti). Ma anche questa pista sarà presto messa da parte, nonostante le difficoltà finanziarie in cui versava Gunter, al punto che i suoi funerali saranno pagati dagli amici Sammy Davis Jr. e Bill Cosby. La rivalità con le altre formazioni dei Coasters? Ma andiamo. Con Carl Gardner, il leader della line-up originale, colui che deteneva i diritti del nome, era in buoni rapporti. Forse un tentativo di rapina. Forse è stato solo un approccio finito male tra un prostituto e il suo cliente. Forse avevano già avuto un incontro la notte precedente e c’era stato un litigio, non lo aveva pagato, pratiche sgradite, rancore. Un nuovo giovane amante che voleva sempre di più. Chissà. Anche comprarsi l’amore è un modo per morire a Las Vegas. In ogni caso, la Signora della Fortuna cambiò espressione: ora non rideva più. Sembrava avesse gli occhi lucidi. Forse erano solo irritati, per via del sole atomico che gli sbatteva contro. Prima di essere sostituita con un’altra insegna di plastica.

All’uscita della città, lo stesso cartello sulla Las Vegas Strip che dà il benvenuto, sulla facciata opposta dice: “Drive Carefully. Come Back Soon”.

Sergio Gilles Lacavalla

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