VENTILAZIONE

gone2

Joydidì, Gone

Anna Quatraro è nata a Padova il 25 febbraio 1989. È laureanda in Letterature moderne comparate e postcoloniali. Ha scritto recensioni letterarie per Flanerì e Grafemi, mentre alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su facciunsalto e quest’anno, per la prima volta ha mandato un racconto a 8×8. Da ultimo, ha fondato la pagina fb ConTesti officina di traduzione. Con il racconto Ventilazione è per la prima volta su Verde.
Illustrazione di
Joydidì (Gone, ink on paper, digital painting. Ci scrive Joy: il tema è animali ed è molto sottile il doppio senso con l’umore o lo stato d’animo).

Sofia, come un soffio sono finite le tue sicumere, sono finte o sono solo i tuoi seni morbidi? Apro il cassetto, con circoscritta lentezza. Sono i versi di Giorgio, che mi dedica quando si sente ispirato. A distanza di un chilometro da qui, il campanile discute con le nuvole, le consuma, le diverte con la sua solida sporcizia. Il suono si piega alla fisica, propagandosi.
Guardo attraverso le parole. Fortezze trasparenti, rocce di vetro. Ho indossato la maglietta coi coniglietti azzurri e una collana di perle, forse non andavano d’accordo, Giorgio ci riderebbe su o allungherebbe il tiro.

Ti sei sporta alla finestra e hai giocato a contare le auto, hai immaginato la bicicletta Fulvia, disposta nell’arco di polvere davanti al garage, davanti a dove avevamo trascorso la notte, a dove ci siamo morsi le labbra giurandoci un’eternità durata ben tre mesi.
Benché Dante dicesse che avrebbe amato Beatrice per sempre, a te è parso completo stare a guardare la resina dei pini, e inalare il profumo lieve delle primule. A te, il mezzo giardino deficiente, dietro casa tua, è parso un’oasi. Poi siamo stati al Brenta, a fare una colazione sull’erba e tu non parlavi di nulla, e non avevi voglia di spiegarmi ancora quanto amassi la lettura dell’inquietudine, mistica, a tratti decadente, impressa proprio nella spina viva e terribile delle foglie degli alberi.

Ciò nonostante, ora è agosto e le lenzuola sono bagnate di un sudore deficiente. Puzzo. Bella scoperta. Ora mi metto un vestito a caso e ciabatto in giro per la stanza, come un gatto in prigione, come il gatto di Schrödinger. Silvano direbbe: “È così per tutti, dentro e fuori da queste quattro mura. Inutile che ci fai l’esistenzialista, indeterminata Sofia. Te ne vuoi andare, o dovrò mettere un cartello che dice sparisci?” Mio fratello ha colto il noumeno della cosa. La mocciosa gioca coi lego, nostra madre è andata a una mostra a Venezia. Per ingraziarmi il karma, metto in ordine fra i peluche di Marina, che disegna. Non imita mai nulla quella bambina, e mi chiede sempre più dettagli. Stiamo allevando una spia. Perché anche lei deve abitare con noi? Non ci mancava il gatto peloso, non ci mancava il suo pelo e il peso rauco delle sue zampacce sul mio cuscino. Ci voleva anche la cugina. Sua madre è fuggita. Sarà finita in un set di deodoranti a ripetere che ama valorizzarsi. Chissà. Guardo i ruderi di questa stanza e penso alla quantità di eventi che si possono trasmettere, negandosi parole importanti. Ieri Marina mi ha stupito. Ha raccolto dal termosifone un block notes, dove di solito scrivo la lista di una spesa fatta di carote, uova, cicorie e latte di soia. Ha preso il leggio di legno che uso per appoggiare i libri pesanti. Era ispirata, anche lei.

Silvano, il fratello e poi Luca e Sofia e poi… e poi…
Silvano. Ha lo sguardo torvo di un fratello maggiore che non vuole parlare. Se lo fa, ripete cose ovvie, le sue natiche sono cemento, formate dal rugby. Mastica nozioni di balistica che tutti sanno. Lavora otto ore a settimana per una sagra. A nove anni gli hanno diagnosticato la malattia del diabete. Una sua amica gli ha tenuto strette le mani, e poi ha decretato che era impossibile sprigionare poteri taumaturgici. Per alleggerire i tempi delle lezioni di italiano, Luca tracciava le matrici di labirinti, che lei risolveva a colpo d’occhio, annoiata dalla sua pratica alienante. Il suo pensiero non guardava il percorso, per l’ansia di rapidità verso la fine. Una pratica distruttiva. Una mattina di novembre hanno camminato dall’uscio della classe fino all’aiuola coi fichi, fino al roseto. Chissà cosa avrà detto la maestra che li ha trovati a guardarsi negli occhi. Luca aveva gli occhi azzurri lanciati verso al cielo. Lei sedeva, mezza affranta vicino agli alberi di tasso. Aveva messo due ali a una farfalla di sughero. “Abbiamo provato a volare, anche noi, dal piano terra.” Luca era frastornato. Lei eccitata. Aveva voglia di rifarlo. Per autenticare un arché. Per un rito iniziatico. Per sfidare il punto rosso dove crolla ogni cosa.
Meglio del panico finto delle prove anti-incendio. Ancora e per sempre, come quando la vertigine si riprende un respiro. Un senso di incredulità, come un gioco perverso.

Marina mi ha chiesto: «Non ti sembra una meta narrativa patavina? I tuoi critici francesi direbbero un récit? Sai che récit non significa recita?» Ho mai lasciato aperto il Larousse? Le ho detto che era meglio se se ne tornava a giocare con le schiere di stampini, in bagno. «Non ti sembra verosimile?» Quelle domande erano tuoni. Le ho detto che forse avrebbe potuto giocare con i deodoranti, per ampliare la comunità e inserire un elemento disturbante. Non so cosa mi avesse preso. Marina ha solo otto anni, il racconto era interessante, sono solo una cugina senza un cuore tenero.

Oggi mi sono cimentata in ciò che mi riesce bene. Ampliare i ricordi di ciò che resta della mia famiglia. Mi auguro che un giorno un presumibile qualcuno aprirà il mio diario e conoscerà la decadenza della fine del secolo. Il mio oggetto sacro, dove ripongo le mie riflessioni, mettendo per iscritto uno strisciante senso di vergognosa volontà posata sulla carta. Uno stupro solitario, per essere chiari.
“18 agosto 2012 Marina, mia cugina, ha scritto un resoconto della storia che le ho raccontato. Luca, me lo ricordo bene. Aveva davvero gli occhi azzurri. Caratterialmente, era avvolto dal germe della timidezza. Lei lo ha descritto con due aggettivi, e mi ha mostrato un foglio di word con il testo. Lo ha chiamato récit. Devo ricordarmi di nascondere gli appunti di francese, devo ricordarmi di non farle leggere nulla, né di filosofia, né di psicolinguistica. Quando l’ho rimproverata, per reazione, lei ha guardato i cartoni animati di Masha e Orso e ho sofferto per la gioia indiscutibile che i due pupazzetti immettono negli occhi di mia cugina, la gioia del ricordo. Quando aveva tre anni li guardava incantata. Non dicano, poi, che sono solo storielle senza anima. Ad essere onesti, ci si potrebbe sviluppare tutta una teoria freudiana. Loro sono lì che fanno un puzzle, e l’orso, roso dal demone del padre buono, cerca di seguire una strategia, sforzandosi di essere un modello di riferimento senza macchia e senza paura. Forse in pochi colgono le buone intenzioni, oggi più che mai pacchiane e irrisolte, naif. Deboli, criticabili, da un ottuso comportamentista. Il padre, l’autorità. La sfida: ecco la triade su cui si base lo script. Guardo la doccia, che sembra una navicella spaziale, solo che agli alieni non ho mai creduto e dunque, seguendo una logica cartesiana, dovrei negare questa metonimia.”

Ho aperto la finestra, messo i panni a stendere. Il mio arché personale è la betulla davanti casa, stile siepe. “Quante belle figlie madama doré”. Ricordo che cantavo questa canzone. Con mia nonna. Questa è un’altra storia, ho sempre trovato difettosa quell’espressione. Una mezza giustificazione. E che cazzo, mi hai detto di tua nonna, e adesso la neghi! Questa sì, che è una metonimia.
Prendo la telecamera e filmo a caso. Che proscenio, il salotto. Silvano sta guardando un film con Jessica, la sua nuova tipa. Così diversa da me. Quasi mi sento un fantasma. Mi metto a guardare lo spazio vuoto del presepe, ero convinta fosse animato da piccola. Ero convinta che Gesù fosse un impostore per farmi sentire una bambina meno buona. Non c’entra L’idiota. Centra che ero convinta male. Io agli angeli non parlavo, loro non parlavano con me, mi ero convinta fosse un’ostilità reciproca. Poi ho guardato mia cugina, in cucina. Le ho chiesto: «Masha rimarrà per sempre insieme ad Orso, Orso è suo padre, un padre muore con la testa lieve?» Lei ha annuito. Le ho preso la fronte, ed era calda. Metterla a letto è stato un atto naturale. Si dice il peccato, non il peccatore, me lo diceva spesso nonna. Al massimo taci, che non passi per fessa.

A fine agosto, ho parlato a Marina. «Vuoi andare a fare una passeggiata?» «Grazie, Sofia». È passato appena un mese. «Ci sono momenti, Sofia, nei quali non vorrei pensare. Che cosa non andava bene il mio racconto? Che cosa c’era di sbagliato? Si capiva che Luca era papà? Avevi detto che potevo scrivere per fissare i ricordi». «Sì. Mentre tu eri la farfalla?» «Sì, e tu quella che presume certa la logica delle contraddizioni». Marina sa. Conosce i miei pensieri, li spia!

È probabile che mi sbagli. Ma da quando gli psicologi comportamentisti che sviluppano le trame di Masha e Orso hanno suggerito di farle crescere le trecce, anche Marina le vuole. Perché non può essere autentica? Avrò sbagliato a credere che bastasse dirle di guardarli solo tre ore al giorno, non tutti i giorni però? Marina sorride, con una mano mi saluta, con l’altra mi dice che il suo récit è bello. È arrivato settembre e la porto a scuola. La bici è gelida, nella logica naturale dei mesi che a me è sfuggita di mano. Il manubrio oscilla. Perché così piccola la sua mano? Perché è così dolce?
Mi rispondo, con un sì. E ripeto per abaci di infinito, mentre le labbra di mia cugina rimangono mute. Avevo anche provato a leggerle Voltaire. Ma ho creduto male. Ho pensato che sarebbe finita come una fallita. Che ama l’essenza e conta due foglie, e dice “Un albero”. C’è bisogno di indizi per conoscere i tratti essenziali attraverso i quali l’essenza si dà. Sorrido. Come è veniale la filosofia del liceo.

La sua maestra è una ragazza coi fianchi stretti e gli occhi allegri. Mi sorride.
«Per motivi personali, è meglio che Marina tenga le trecce. Per favore, non ditele di toglierle. Dopo piange». Ci vado giù pesante.
La maestra annuisce e inizia a smontare il mio sillogismo formato bonsai. «Siamo sicuri che possa piangere?»
«Credo proprio di sì».
«Non potremmo provare a scioglierle e vedere se si abitua anche senza».
«Mi scusi, che fastidio le crea?»
«Temo che gli altri bambini potrebbero prenderla in giro».
«Cosa direbbe suo padre, signora?»
«Eh?»
«Direbbe che le trecce sono superflue, sono una scelta, sono una pettinatura da bimba».
«D’accordo… Perché non chiederlo a lei?»
«Perché lei direbbe che vuole le trecce. Lei si chiede mai se vuole o no respirare?».
Un ragazzo ci osserva confuso. Mio padre non amava leggere. «Mi scusi, devo andare. Lei ha lasciato le pecorelle smarrite dentro la classe, mentre dibatteva con me». Il senso di colpa potrebbe funzionare. Si chiama distrazione, è poco deontologico, mi sento un’ape soave e irritante.

Freno e mi sento di nuovo a terra. La voglia di smettere gli studi per infilarmi dentro una barca a leggere. A guardare il Brenta barcollare. Guardare il suo manto di perla. Ricordare la prima assenza di utilità, da piccola. La prima sensazione di desiderare la distanza. Accompagnata dalla paura di dormire per troppe ore, di dimenticare il legame con la civiltà. Trascrivo un sogno.
«Poi andiamo al mare, Sofia?»
Mia cugina dice: «Prima studi, così ripasso anch’io i complementi e gli articoli determina-nativi».
Lei esclama: «Non leggere mai le parole una sopra all’altra, è il principio della follia, bisogna sempre avere la pazienza di seguire il senso discorsivo della realtà, anche quando avresti la pretesa di poterlo prevedere».
«Sì, Marina. Hai idea che si può restare in silenzio e trattenere una poesia in testa? Teletrasporto».
«Sei strana, cugina».
«Vuoi smetterla, Marina? Credi sia semplice non impartire alcuna convinzione?»
«Un attimo».
«Un attimo fa, volevo dire che pensavo alle mani di tuo padre».
«Come?»
«Non era. Era precisamente il suono dell’acqua, era».

Qualche giorno dopo il sogno del fiume, siamo andate al fiume. Siamo scese nell’acqua. Siamo rimaste perse dentro alla pace dell’acqua. Ho pensato alle imprecisioni dei miei amici, alle loro molteplicità. Un’amica non è venuta. Perché il dolore è privato. Ho pensato alla ricchezza lessicale con cui ha detto questa stronzata. Ho pensato “avete studiato e avete dimenticato che cosa insegna il cielo, vuoto e pieno, a seconda del giorno”. Mia cugina ci teneva a non fare scena muta di fronte alla bara, era un banco di prova, esagero, lo so. “Siete cinici, e io vi disapprovo tutti, dall’alto del silenzio”. Chiara ha avuto la pretesa di dire: ora gli faranno un’autopsia, sai che ci sono sempre ragioni terapeutiche. Non avevo nulla da controbattere. In fondo sono come loro. Se morisse un loro familiare direi che mi spiace, direi che la natura fa il suo corso. Ottimo, ora ho una frase appropriata, solo che non ho un block notes per trascriverla. Mi ero preparata due righe: “È importante preservare il ricordo”. Ho pensato a Masha e Orso. A mia cugina, ai libri strappa lacrime della mia infanzia. La sincerità al di là delle stronzate pseudo filosofiche. Alle prime pagine dei libri che ho aperto in stazione prima di prendere il treno, in cui anche il primo pirla confessa il proprio dolore di fronte al ventre della madre, alla natura, ai propri sogni di gloria, all’assenza di dio, all’ingorda e insaziabile sete di illusioni sociali, allo specchio delle colpe, al seme del proprio io, alla disciplina del godiamoci la vita, e mandiamo a farsi fottere chi si vuole male.

Tutto ciò succedeva prima di guardare la pelle screziata del mondo, prima di incontrare le lamentele dei professori che dicono “manca il dialogo con le persone della vostra età, noi abbiamo fatto la scuola di Francoforte, fianco a fianco con il cambiamento”. Il dialogo. E in cuore mio, pensavo al diavolo. All’ateismo di stato, alla forma famigerata della canalizzazione del sapere. E non ho detto mai una briciola di tutto ciò. L’ho solo pensato, e chissà se Hegel ha ragione, se il pensiero è realtà, o è solo un’escrescenza romantica che si oppone al principio di piacere.

Però a ottobre ho lasciato aperta la finestra e ho sperato di sentirmi informata dal moto di un vento immaginario, che mi riportasse il senso del vento gratuito. Ho sentito lo squilibrio, e amato l’arrivo del freddo. Ho provato a non perdermi perché avevo la possibilità di tornare a casa e di pagare le bollette, abbassando il termo, come fa freddo qui. Come si muore bene.
Mia cugina ha suonato alla porta, con una brioche ancora incartata. Le ho detto: «Sei proprio una brava cugina».
«Che vuol dire, Sofia? Un’espressione non significa, non significa, non significa».
«Sei coerente con l’idea di una brava bambina!»
Platone era stato così chiaro. Poi mi complimento con me stessa se Marina resisterà al fascino del sofisma.

Due anni più tardi avevo già ventitré anni, una laurea in psicologia clinica e un bavero di atarassia legato stretto al mento, in tasca una cavalletta che conosce la mappa minima per ogni cambio di stagione. Mi resta impressa in un ciclo eterno, come un’antenna che ora con il vento ci gioca. Quando non soffia un alito di vento, accendo il ventilatore per sette minuti, sette, e mi lego una sciarpa rossa che si muove, come i petali fragili di un papavero, che nell’aprirsi sprigionano un profumo lieve. E non mi sento una buona cugina.

Dal diario di Sofia, ossia altri sfoghi che certifichino la mia avvenuta maturità.
Alle nove entra in ambulatorio la prima paziente e mi dimostro interessata alla rete dell’identità altrui, assai disponibile a mercanteggiare il diritto. Ricorro ai fraintendimenti per fingermi ignorante.
Ho costruito perfino una capanna coi libri di letteratura francese, per ammobiliare con gusto la stanza bianca di psichiatria.
La signora comincia. «Anche il bianco è un colore».
«Anche il colore è luce, si ricordi che il bianco non è classificato come colore».
Lei dubita e piange: «Cosa cambia se sono convinta che sia un colore? Il verde o l’ambra lo sono, quanto il bianco».
«Mi scusi, non l’ho deciso io. È come disquisire sul passare del tempo».
«Ha ragione. Il pensiero si articola in similitudini, questo l’ho letto da qualche parte…»

Mi trattengo per non citare nulla, perché a questo posto ci tengo. Se dicessi che Aristotele teorizza la quasi somiglianza dei percorsi logici, e che a ciascuno il più vicino che diventa simile, chi me lo fa fare? La terrò per altri momenti. Ci vado cauta. «Nel senso che una ragione è come un barlume di speranza, ma è una forma breve, capisce? È una forma breve che dà la conoscenza, non deve per forza mettere in esame i suoi strumenti, gli strumenti sono utili per comprendere se esistono affinità con ciò che la ragione altrui propone».

Sembra convinta. Ora crollerà e negherà tutto. Dirà che sono partita da premesse false, che il mio è un sillogismo fallace, uno specchio veniale, e io le dirò che la vita non è binaria, ma la logica assume la polarità. Si prende la responsabilità di giocare a dadi. Temo che finirò come quei professori che citano Blaise Pascal. «Signora, vuole un caffè o un cappuccino?»
«Faccia lei, come preferisce. Io non ho mai ragione, io sono stanca di scegliere, come quei maledetti filosofi francesi».
«Ce ne sono tanti. Vuole lo zucchero di canna? O preferisce una bevanda amara come la salsedine che conduce il pensiero ad istmi dove gli uccelli portano seco cibo di pessima qualità? Era per dire che i suoi circuiti mentali sono carichi di un’energia amara e greve».
«Faccia lei».

Signora, ora mi dica. Vuole sapere come passo il mio tempo qui? Non me lo rubi, per favore. Legga Voltaire, o Baudelaire, scelga un titolo dall’albero della conoscenza che ho adibito per le mie pazienti, ma ne faccia segreto. Ne sia gelosa. Come gelosa è la retta di contenere un punto dove si unisce il pensiero all’azione, sia serena mentre le dico che c’è bisogno di uscire dalla logica per comprendere le molteplici facce delle logica. Sospenda il giudizio, ma non dubiti di averlo fatto e ragioni per logica seppure le pare debole. Vorrei sentirmi utile, non si nota?
«Sta bene, adesso? Ha bevuto uno squisito caffè d’orzo». Ora mi sforzo di sorridere e di guardare la sudatissima lode incorniciata sul muro.
«È dolce».
«Il caffè, vero?»
«No, lei».
«Non si stupisca. Da una parte il dovere, dall’altra l’essere». Kant, insomma. Poi sbotta. «Mio figlio si è impiccato. Vado a fare la spesa, signorina Castelli».
«Mi spiace, me lo spiega bene martedì prossimo».

Il vento raccoglie le foglie e non grida, resta inane di fronte alla terra. Avevo sbagliato sottovalutando. Il vento si alza. La signora chiede, nei due minuti che restano, esercizi per rilassarsi, mentre lava le scale. Le dico di restringere il tempo che impiega per ogni scalino e di contemplare la forma del suo viso di fronte a uno specchio sentendo, solo a tratti, di crollare dentro.
«Non si tratta di essere narcisisti, è un esercizio, senza bisogno di pensare che deve trovare un motivo che alterni la fatica al piacere, senza altalene di fondo». Perché le piume trattengono l’aria, ed il vento è amico.
Mi ha sorriso, di sfuggita e mi ha detto che tornerà martedì prossimo. «È proprio utile parlare con lei, signorina Sofia Castelli».
«Beh, io amo questo lavoro e non ho paradigmi di fondo, voglio dire. Non so se vivo per lavorare, o lavoro per vivere. In amore, la logica è veniale, e scortese». Amen.

Ognuna di queste pazienti deve essere presa a sé. Ma: non mi priverò della pretesa di fare piccoli sistemi inorganici. Lievi, come il ritmo della pioggia. Quando arriva aprile. Apro la finestra e il vento è gravido, un abbraccio di gemme sulla terra.
Mi siedo e mi scatto una fototessera. Giuliano, il mio collega, mi ruba un frasario di Rimbaud.
«Non li avevo mai approfonditi i poeti francesi, Sofia».
«Si fa sempre a tempo», gli rispondo, neutra sulla pelle screziata del mondo, «Potresti impararli a memoria, allenandomi a sentire la vicinanza con l’essenza delle parole».
«Siamo un po’ fuori logos».
Ci versiamo da bere latte caldo e torniamo ai nostri pazienti, deboli cervelli fritti di fronte alla filosofia del quarto liceo.

Anna Quatraro 

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