GATTINI™#13: TRE CIVETTE SUL COMÒ

gattinideadtamag0tchi

DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI

GATTINI è il contenitore degli orrori indifferenziati di Verde, ogni qualche venerdì qui e su Facebook. Ambarabà cicì cocò, Tre civette sul comò e un racconto nuovo di Flavio Ignelzi sul nostro blog. La copertina è di DeadTamag0tchiÈ venerdì, e allora? Miao.

Prima.

«Ambarabà cicì cocò»
«…»
«tre civette sul comò»
«A vuo’ ferni’?»
«che facevano l’amore»
«Pari»
«con la figlia del dottore»
«nu strunz!»
«il dottore si ammalò»
«Uhf»
«ambarabà cicì»
«Cap ‘e caz!»
«cocò!»
Il dito indice si inchiodò sulla Beretta M9, calibro 9 corto con matricola abrasa.
«Scegli ‘nata vota u fierro accussì e te sparo int’e cosce» gli intimai.
Il Mongolfiera si fece una risatina a denti serrati, stringendosi nelle spalle e ghignando come il cane Muttley, quello di Dick Dastardly.
Ero al posto guidatore, a bordo della mia 00. Che poi era una vecchia Fiat Uno Turbodiesel turchese rubata dalle parti della stazione degli autobus. E stavo perdendo la pazienza per colpa di un ciccione cerebroleso.
«Perciò nisciuno te chiama. Pecché tieni sempe a capa a pazzia’!»
Che poi volevo intendere: spero che questa sia l’ultima volta che lavoro con te.
Il Mongolfiera non mi ascoltò neppure. Si rigirava l’arma tra le dita manco fosse una reliquia sacra da adorare.
Stavo perdendo la pazienza, ma cercai di non darlo a vedere: volevo finire il lavoro in fretta e non avevo nessuna intenzione di sprecare tempo a discutere.
«Sient a me: trasimm, facimm chell ch’amma fà e ce ne iamm!»
Il Mongolfiera annuì, sempre con gli occhi fissi sulla Beretta.
«Tu non fiati, tu non tocchi niente, tu non prendi iniziative. Lasci fare tutto a mme: parlo solo io. Hai capito?»
Il Mongolfiera sghignazzò come un demente.
«Hai capito? Tu non fai un c a z z o!»
«Occhei, occhei, agg’ capit!»

Non aveva capito niente, ma tanto era un lavoro da due minuti. Niente poteva andare storto. Neanche con questo deficiente oversize tra i piedi.
Era solo un avvertimento. Qualche ringhio, qualche spintone. Al massimo qualche ceffone. E poi via. C’era solo bisogno di una spalla. Come per i comici.
Gl’avevo dovuto anche prestare l’arma. E lui se l’era scelta dall’arsenale che mi ero portato dietro.
Ma tanto non avrebbe dovuto usarla. Al massimo mostrarla, per far cacar sotto qualcuno.
Sbuffai. «Scendi dalla macchina e seguimi. E stammi un metro dietro» ordinai, aprendo lo sportello e dirigendomi all’ingresso della trattoria Da Oreste.

Dopo.

«Bucchin-bucchin-bucchin-bucchin»
Stavo cercando di riprendere fiato, ma quella parola mi usciva dalla gola senza controllo, vinceva sia la forza di volontà che l’istinto di sopravvivenza.
Erano anni che non correvo così. Con il terrore addosso.
Mi appoggiai a un bidone della spazzatura, in un vicolo buio, in un quartiere che non conoscevo. Piegato, le braccia tese a reggermi sulle ginocchia, le fiamme che mi uscivano dalla gola insieme a quella parolina in repeat.
Cercavo di inspirare aria, come un asmatico in crisi. A tutta bocca, ma comunque non mi bastava.
Datemi una bombola d’ossigeno, cazzo.
Quanto avevo corso? Un quarto d’ora? Venti minuti?
Avevo attraversato cortili con le galline, scavalcato recinzioni di proprietà private, schivato bucati appesi ad asciugare, saltato bustoni della spazzatura lasciate a prendere brina sugli scalini dei portoni.
E ormai lo avevo seminato, quel grassone di merda.
D’altronde, con tutto il lardo che si ritrovava addosso, non sarebbe riuscito a fare due isolati di corsa, lo stronzo.
Grassone di merda.
Dovrò pagare il supplemento, quando lo spedirò al creatore. Come all’imbarco bagagli degli aeroporti.
«Bucchin-bucchin-bucchin-bucchin ‘e mamt»

Durante.

Ora, non è che voglio per forza sottolineare l’ovvio, ma ci sarà pure un motivo per cui lo chiamano il Mongolfiera, no?
Perché è grasso, certamente, ma pure perché è pieno di sé. Aria, aria, nient’altro che aria.
Nella sala c’eravamo noi due, poi Oreste, che versava un vermut troppo dolce in due bicchierini, più in là una coppia clandestina, che sbocconcellava avidamente una cena che poteva essere il dopo-corna, e infine il cameriere albanese. O croato. Insomma, di quella zona lì.
Ora, la situazione si era messa bene.
Oreste, quando ci aveva visto varcare la soglia della trattoria, non ci aveva sparato.
«Riferite a chi vi manda che i soldi li avrà tutti, fino all’ultimo centesimo, ma mannaggialaputtana ve ne dovete andare affanculo» aveva esordito, con la gentilezza di un cane affamato al quale si stava sottraendo la ciotola piena.
«È passata na jurnata e quello è stato buono. Mo’ facciamo che non ho sentito. Mo’ riprovi però nun eiì a dicere strunzate».
Lui digrignò i denti.
«Sabato… a fine serata».
«Seee, l’anno prossimo. Allora nun ne capito manc o cazz?»
Mi fissò con la collera negli occhi. Mi avrebbe strangolato lì, in quel momento, se non ci fossero stati testimoni. Si calmò, prese tempo, mentre gli ingranaggi nella sua testolina iniziavano a girare all’impazzata. Incassi del pranzo più soldi del cognato meno buoni pasto meno paga del cuoco meno paga del cameriere.
«Giovedì dopo pranzo».
«Giovedì mattina. E na magnata mo’, pe nuje dduie!» disse il Mongolfiera.
S’era intromesso. Così, invece di stare zitto come gl’avevo detto. Chi cazzo gli aveva dato il permesso? E poi chi cazzo ci voleva cenare in quel posto di merda?
Oreste ci fissò rabbioso.
«Sì, vabbuo’, ma voi due magnate veloce e vi levate dai coglioni».
«Magnamm, sì».
Ancora il Mongolfiera che si fomentava alla prospettiva della cena.

Afferrai il bicchierino di vermut, che probabilmente era per la coppia al tavolo, e buttai giù d’un fiato con l’incazzatura a fior di pelle. Grassone di merda. Che cazzo era questa uscita? Dopo m’avrebbe sentito. Gl’avrei fatto sputare sangue. Il rispetto, prima di tutto. Ma non davanti a Oreste, dopo, con calma.
Il Mongolfiera intanto aveva afferrato l’altro bicchierino e assaggiava il liquido con posa da sommelier. S’accostò a Oreste come per rivelargli qualche segreto inconfessabile: «E dicci, dicci, che ce fai magna’? Pèrò caccos e’ legger. Sto a dieta. Vuless’ dimagri’…» disse misurandosi la trippa con le mani.
L’oste fissò la palla di lardo, ma non scoppiò a ridere.
Grande forza di volontà, non c’è che dire.
Ci ragionò su un attimo, Gualtiero Marchesi de’ noartri, poi si decise a riferire con tono professionale.
«L’unico menù che te po fa’ dimagri’ è chist:», si schiarì la gola per apparire ancora più serio, «primo: un’ave maria, secondo: un padre nostro, frutta: un salve regina. Al massimo pure nu café senza zuccher’».
Il Mongolfiera rilasciò un’espressione incuriosita. Ci rifletté qualche secondo, per essere certo di non essersi perso qualche sottotesto strano, quindi estrasse la Beretta, «ambarabà cicì cocò», e sparò ad Oreste.
BAM! BAM! BAM!, «tre civette sul comò», in pieno petto.
«Mongolfie’, ma che cazzo fai?» urlai.
Lui manco mi sentì.
Ora, quando si fa il mio mestiere, si imparano un paio di regole base che valgono sempre.

«che facevano l’amore»
Una di queste recita pressappoco così: se entri in un locale, al chiuso, per prima cosa trova la via di fuga più vicina.
«con la figlia del dottore»
Io avevo adocchiato l’uscita di emergenza al lato del bancone, quella con l’insegna verde e l’omino che scappa, per intenderci.
«il dottore si ammalò»
Così, mentre il Mongolfiera si voltava verso il cameriere croato (o albanese) e lo abbatteva con un paio di revolverate, «ambarabà cicì cocò», BAM! BAM!, io già mi ero catapultato in quella direzione.
«Che cazz’ stai facenn’?» abbaiai ancora, mentre lui si voltava verso di me e premeva il grilletto.
CLICK, CLICK, CLICK. C’erano solo cinque colpi nel caricatore, puttanalafortuna. Ma quel ciccione di merda mi aveva sparato. Tre cazzo di volte!
Presi il mio cannone e mirai, ma lui (agile, per la stazza, non c’è che dire) schizzò dietro al bancone, sparì per un attimo e ricomparì con il cannemozze di Oreste.
Sempre con quella cantilena a denti stretti.
«ambarabà cicì cocò»
E un sorriso idiota stampato sulla faccia.

A quel punto io già mi ero lanciato verso l’uscita d’emergenza, avevo spinto il maniglione antipanico e mi ero lanciato fuori, all’aperto, nel vicolo. Giusto in tempo per schivare i pallettoni (BRRAAM!) del lardoso pezzo di merda che sfondavano la porta dietro di me.
Sano e salvo come il protagonista di un action-movie del cazzo.
Quando ti lasci guidare dalla fifa, fai cose degne di applausi.
A quel punto filai via.
Corsi i cento metri con tempi da record olimpico, girai l’angolo per mettere al sicuro le chiappe e continuai a filare con tutte le forze che avevo in corpo.
Solo dopo essermi tolto dalla portata del cannemozze, avrei cominciato a pensare.
Solo dopo aver seminato quello stronzo, avrei cominciato a ragionare.
Solo dopo aver ripreso fiato, avrei cominciato a stilare la lista delle torture che gli avrei inflitto.
Perché dopo una fuga, per quanto rocambolesca e codarda, c’è sempre un ritorno in grande stile.
Grassone di merda.
«Ambarabà cicì cocò…»

Flavio Ignelzi

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