È PLAUSIBILE

no-way-punk

Joydidì, no way punk

Dentro un flusso di coscienza incomprensibile di sei pagine redatte da Paolo Gamerro, Luca Marinelli ha cercato solo il senso nella ricomposizione del materiale. Una pseudotrama solforica e vaga che annebbia, ma È plausibile (anche su Souncloud, letto male da Vinicio Motta).
Illustrazione di Joydidì (no way punk– ink on paper, digital painting).

Ed è già sabato con tutte le sue imperfezioni, i pomeriggi futuristici spesi tra un aldilà poco abbagliante e una busta della spesa viola o azzurra o azzerata da un taglio di capelli cinesi: un sabato stuprato dalla chimica.
Inalo benzina tramite nonsense di plastica. Tutto il giorno, tutte le settimane ho la media del due in ogni materia penale, anche a ricreazione ero il classico tipo che non sapeva ricreare bene e allora gli davano due a vita. Fumavamo nei cessi sporchi, gli stessi cessi di quando invecchi e butti i soldi in fialette per la zazzera, giubbotti di jeans marca Charro e lattine di gazzosa, ma i capelli non ricresceranno più perché così è la vita, così è la vecchiaia. Così è.
Ci andavamo a mettere in loculi psichici, ci infilavamo fino a quando la bronchite esistenziale ci rapiva e la gola ci faceva male, facendoci tirare alambicchi e feedback, sprofondando. Così, come si usa in azienda, nella tua stiva tra sci e ripostigli pieni di benzodiazepine tritate con il ragù sotterraneo di civiltà nascoste, asserragliate alle vetrine spaccate di negozi tutto a un euro. Nel salotto di quel ninja coatto che mangiava una teglia di pizza intera tutta da solo, con foga e voglia di farla finita.
CHI L’HA VISTO PIÙ QUEL NANO? Io non credo, non credo fosse lui quel pomeriggio nocivo color latte, passato a barricare rinoceronti nell’armata tropicale dei suffumigi verdi sterili come pozze. Mi ricordo però che a noi lui teneva parecchio, ci invitava a pranzi e cene e intermezzi musicali suonati con banane e malandrini in giacca e cravatta che tradivano le aspettative asciugandole con un tessuto asciutto di vetro accademico.
I trucidi dei corridoi, i brividi da panico sotto i banchi, la sabbia negli occhi, era ancora quel giorno preciso da qualche ora e andava tutto bene anche se passavano di continuo macchine che disturbavano il nostro andazzo, e noi giù a tirare bolle di sapone dal cavalcavia, nessuno si aspettava ciò, non c’erano le premesse per una conclusione simile, o meglio, costavano troppo, a noi e al resto della scialuppa, persa ormai nelle nevi sempiterne dell’istrionico duo beat che ci faceva ballare da generazioni e generazioni.

Dall’iridescente vetro della cabina si intravedono spore di verità che non sono assolute, realtà scomposte provenienti da pianeti out come gli anni Novanta, galassie di oltreoceano fluttuanti come il leviatano sordido che naviga sordo nel tuo appartamento, quello davanti al bar dei tamarri.

Tu e gli aspirinomani dei centri sociali dove sorgono impetuosi terremoti e i maglioni ti si bucano per l’impazienza impaginata male tra foglie di un diario nero come le anime, le stesse anime che sbuccio in giardino, tetro, nei miei pensieri di eroinomane dedito alle caviglie smorzate da echi indistinti di oblique urla di fiati sospesi.
Si devono ripristinare le valigie, hai detto, le hanno prese gli orchi mettendoci dentro la lattescenza e vestiti non tuoi tipo le magliette viola di American Apparel che hai comprato in quella giornata di shopping folle ed eri con lei e ti andava di fare il pazzo e ti sentivi pazzo e le chitarre nella testa ma anche la batteria con il doppio pedale svedese scandinavo death metal un po’ doom un po’ post sludge.
Riflettevo.

L’inquietudine per strada, lei se ne va sul Ciao svolazzante, tu a piedi fai fatica a starle dietro perché è veloce, è fottutamente velocissima ed è un casino, tutto un casino: le rate, la ritenzione idrica, il collutorio, i pozzi scavati per metà, le gite in posti, i ghiaccioli figli della seconda rivoluzione industriale, le architravi, gli ispettori delle tasse, i velociraptor, i nibelunghi lunghi (a volte), a volte le cattedrali sfoltite in vacuità suburbane, le sette, le giornate che non vuoi mai ma ti ritrovi sempre in loro prima ancora che sia mattina e sorga la luna che ti sveglia da un sonno nel quale non sei piombato mai.
Le telefonate anonime da cabine rosse, vecchie, nei sabati sera anni Ottanta in centro, la birra tra le mani, le canne che si potevano fumare, profusione di cerotti e mozzarelle rosa come viaggi al lago con il tempo brutto… Tu vestito di lana senza articoli determinativi che ti qualificassero non dico tanto ma un minimo, aruspici intorno come giostre, ovunque pensieri che si scardinano e marasmi interplanetari dovuti anche, in parte, alla secchezza delle fauci, draghi e fantasmi per tutto il resto del mese, miasma ipocalorico fino al trenta febbraio 2098.

Te lo sto chiedendo.

Mentre mangi i cereali fotocopiati con la tua faccia da cazzo nella tua tenuta biomedica fotocopiata anch’essa, ai piedi della collina, ai piedi delle ecchimosi gialloblu sul mio volto sfatto distrutto dall’angoscia prematura di una morte perenne centellinata per via orale.
Te lo sto chiedendo.
Quando c’è stata la svolta?
Perché vuoi rendere la tua pantomima così riff raff?
Spettrale come la casa in fondo al viale.
Disabitata dai mostri.
Dal cielo colano nostalgie feroci, cadaveriche per il giugno patibolare tra sterpaglie e uno strepito di quasi morte sciupato nel gelato alla menta perso in un mare salato di zucchero salmastro, alabastrino.

Hai ripulito tutto.
Ogni gigantografia di ogni fallimento l’hai riposta nei pertugi illuminati poco e in quegli altri illuminati un casino, sai di pelle che si stacca.

Ti chiamano come un attore ancora vivo al quale non assomigli, me l’hai detto nei bagni della stazione nord, una domenica di merda, piovosa e ventosa, cadevano le saette dal cielo di sabbia e io ero affranto perché avevo finito le sigarette e non avevo la più pallida idea. Ma è tutto un gioco, in fondo, nel fondo, dove ci troveremo ancora come se fosse l’estate del 1977 e avessimo ancora gli anni che portavamo con colori chiari e poco vistosi; pastelli, noi.
È tutto un gioco: semplice come il burro. Questa tristezza comprensibile consolidata e unticcia, urlante nella gabbia, solamente grigia e un poco spenta. Ricordati per sempre di questi lampi: accantona i dialoghi e i malintesi, almeno per qualche anno luce datti una tregua, una soltanto, mangia un biscotto, tipo un Ringo Boys.

Mi hai portato nelle stanze del wi fi, laddove sistemi elettronici di fotocellule elevate a periodo ipotetico si scontravano con paratassi drogate, strafatte di cocacola presa in lattina da un distributore grasso e molle, schifoso barile chimico di contaminazione.

Quindi mi ritrovo negli spazi autogestiti, disabitati da inquietudini forsennate, e trattengo le matite recalcitranti, assumo mesalazina schernito da angioplastiche color crema, strascicate in cachemire reietto, usurpato da stolide bande superflue, melliflue nella continua ricerca del cenacolo acquifero.
Si passa da brontolio a latrato greve e basso, senza pensare, si passa attraverso la membrana celere, raminga nell’eterno perpetrare wireless, senza apparente senso sincronico e sincronizzato ma dispnoico, vertiginoso, del tutto gratuito, come un compost di melme di differente calcificazione e data di scadenza.
QUALE SCADENZA?
Scelte sobrie contro scelte subìte in sorrisi di circostanza: esiziali, quintessenziati in labbra digitali, fauci hardcore tipo musicassette multicolor, ognuna per un altro ciclico apprendimento, corroborante compost di acqua e gas, rauchi gli individui che fumano pece nei parcheggi dei centri commerciabili disabitati ormai da lustri. Intensificati da cronache e farneticamenti, vaniloqui esoterici rincasano la mattina troppo tardi o troppo presto o forse è già domani adesso, in cabina, un domani incongruo e mondiale e incredibilmente frugale, esoftalmico per un qualsiasi andirivieni erbivoro sintetizzato nella forma semplice di disco.

Ed è da qui che parte tutto e tutto si rigenera, nel brodo primigenio in cui tu ti sei guadagnato scorze e campanelli, campanelli e scorze, forse, quindi, ma quando, quando, quand’è che hai cominciato a riabituarti agli abusi?

Da qui si comincia a scavare nelle anime dei flutti, su e giù, su e giù e ancora su per ispezionare il vano assillo perpetrato all’infinito dai vagoni riprodotti in sequenza, in cinemascope: è il quattro terzi, questo, o meglio, quel che scaturisce dalle pozioni riposte in postriboli e uffici dell’anagrafe, abbarbicati verso il centrocittà, da qualche parte giù nel cosmo che respira vibrazioni e vibra, in distanti respiri simmetrici rimbalzati in studio, editati, ripubblicati, obliati nella dimensione fantasmatica, sono i tratteggi del domani tra nubi e luci, una luce che abbacina e ti ingoia, e le nubi no, non più, le nubi non ci sono più, o forse è tutto nube, Enrico Beruschi fa la fila all’Esselunga e con le caramelle Goleador che si dimenano sciamaniche sul pavimento lercio, Jean Gabin atavico, polmone poderoso, vacillare ardito nella metropolitana, sembra la commedia americana che hai sempre sognato,
PIANGI,
INGINOCCHIATI,
PREGA,
Pianeta Terra, ci siamo quasi, Pianeta Terra, le sabbie mobili sotto i nostri piedi ci mangiano, mondo-movie, ciccioni nudi, tre ciccioni nudi in un filmato super 8, tre ciccioni nudi uno di fianco all’altro in un filmato super 8 calvi e glabri si menano il cazzo uno di fianco all’altro, gemendo sempiterni, raggiungono il Nirvana nel sudore dei moti, silenziosi estremi. Banchieri svizzeri sorridenti contano soldi contati da altri banchieri svizzeri sorridenti ma più rattrappiti, confondono immagini di lusso con stereotipi di luce e gas, stoviglie rimestate e manichini a pezzi, pezzi di manichini, gambe e braccia, lasciati nel rusco a svuotarsi di significato, si arriva allo zero e si ricomincia subito, non un secondo in più, nuotiamo nella poltiglia figlia delle poltiglie, il quoziente delle pagine di un dizionario da male nero.
A capofitto.
Leggeri, impavidi senza tempo tra le digressioni dello spaziotempo macchinosamente e arbitrariamente sottoposte a corridoi circolari, trasversali per qualsivoglia tipo di pubblico, coefficiente o droga farmacologica, sintomatica a seimila watt come se al di fuori di qui non esistesse poi nulla.
Davvero nulla se non il noi che discetta: litiga con il se stesso paranoico schizoide, diventa gomma, si espande gassoso nella azzardata stessità dell’oggitempo universalmente riconosciuto come fabbricazione vagheggiata di assortite cineprese provenienti tutte da oltre, abbiamo finito i sinonimi,
prega Pianeta Terra, prega,
perché ci sia ancora acqua, Pianeta Terra che si sfalda, inginòcchiati e fai del tuo meglio senza sperarci poi troppo, concediti più che puoi ai signori dell’oggitempo, maschere mortuarie, manichini senza faccia, uomini che non hanno mai avuto nessuna fattezza, mai nati,
prega Pianeta Terra, prega
perché l’ora è qui, il momento è adesso e il tuo dio sarà imparziale, prega Pianeta Terra, non esplorare più: ritorna, ricongiungiti, rimani in questa posizione.
Sparito anche il loro percorso, le loro tracce, naufrago nella canzone anomala, senza una storia collettiva alla quale aggrapparti ti fai spazietto sulle rocce, trascendi il simbolo pensando alla tua nuova vita sul pianeta, ti adagi coperto di pelli d’animale, aspetti lui, aspetti istruzioni, così hanno detto, sei stato imboccato, ti hanno fatto riconoscere, rincorrevi scie e scie ripartivano blu sopra il cosmo, al di là del concepibile, PATATRAC urbano di questo secolo.
Inginocchiati Pianeta Terra,
sogna ancora, Pianeta Terra, un segnale, Pianeta Terra.

Ogni gigantografia di ogni fallimento l’hai riposta nei pertugi illuminati poco e in quegli altri illuminati un casino. Sai di pelle che si stacca. Livido rimarrai qui nella sabbia, sempre la sabbia a seccarti gli occhi che non vedono futuri, ma brodi.

Paolo Gamerro e Luca Marinelli

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