GATTINI™#12: CE L’HO MESSA TUTTA

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DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI™

Paolo Gamerro Dominus GATTINI (il contenitore degli orrori indifferenziati di Verde, ogni qualche venerdì qui e su Facebook): lo sapevamo, lo ribadiamo per cazziare Andrea Frau, Alessio Posar, Filippo Santaniello (loro sanno perché) e salutare Flavio Ignelzi (che rileggeremo la settimana prossima).
Paolo sta bene (vabbe’, più o meno:
Ce l’ho messa tutta, dice lui), come di consueto il venerdì natalizio è il suo (ma questa volta è un pugno nello stomaco) e la copertina è di DeadTamag0tchi. Dolore ovunque, auguri a tutt.

Mi ha detto che quello era il momento giusto per liberarmi dal peso che sentivo soffocante, collocabile all’altezza della bocca dello stomaco, il peso che la notte non mi fa addormentare o mi fa svegliare più volte, dalle due alle sei del mattino, tempo che passo a parlare da solo simulando spettacolini di stand up comedy oppure cercando di dialogare con me stesso sul divano in salotto, o ancora facendo avanti e indietro nel corridoio, chiudendo gli occhi per poi sdraiarmi sul tappeto e provare a fare quella cosa che piace a David Lynch, la respirazione diaframmatica, inspira con il naso, espira con la bocca, concentrati sul tuo mantra tenendo una mano sull’addome (sto parlando senza prestare a troppa attenzione a quello che dico: quella che pratica Lynch, se non sbaglio, si chiama meditazione trascendentale, credo che c’entrino la respirazione e i mantra ma non ne sono sicuro, o meglio, non so in che modo… mi fermo qui evitando di scrivere altre cose sbagliate) che va su e giù lentamente e in casa c’è un silenzio quasi irreale, soltanto il rumore del frigo o magari qualche schiamazzo che viene da fuori, di alcolizzati che si trascinano nel gelo, una volta chiuso il supermercatino bangla, una volta che sono arrivate le tre del mattino e io non dormo, di nuovo in quello stato mentale che mi spossessa, sdraiato, vagamente fatto (alcune volte non vagamente) e avrei tantissime parole che vorrei uscissero fuori, e che adesso, Sara, che è una programmatrice informatica che ho conosciuto allo Spazio Copernico (lei si trovava lì per lavoro a parlare con dei retailers o qualcosa del genere, io aspettavo una chiamata per un colloquio del quale non mi va di dire altro, e gironzolavo tra le stanze e i corridoi di design, popolati da cyborg con i soldi), riesce a tirarmele fuori senza il bisogno di fare domande. Non è come quando sono fuori con una ragazza e mancano gli argomenti di discussione, e allora comincio a parlare per due ore tentando di ridurre i silenzi con il suono della mia voce che detesto e sparo cazzate, anche divertenti, magari, a volte, ma la scena è di un mestizia inenarrabile e si conclude in modo ancora più patetico, lasciandoci entrambi davanti al bar o al locale, e promettendoci una telefonata o uno scambio di messaggi, che come da copione non arriverà mai, e ognuno va per la sua strada.

Sara mi ascolta davvero, allora sento di potere essere sincero e aprirmi e liberarmi almeno in parte da quel peso che non mi fa dormire la notte, e che sento arrivare per esempio quando la sera sono in tangenziale a Bollate, sto per tornare a casa e vedo le ombre, le ombre nere che mi ossessionano e mi accompagnano fino a casa, dove mi faccio di ansiolitici finché io crollo e loro svaniscono, e la mattina successiva nella mia testa tutto è confuso e me ne vado a lavorare con un nugolo di pensieri neri in testa.

Sono ubriaco, anche.

Mangio un acido.

Dieci anni fa oggi moriva mia sorella, io non sono riuscito a salvarla e gliel’ho raccontato, le ho parlato anche di questo. Lei era una tossica che viveva con un tossico più tossico e vecchio di lei, che però ora è ancora vivo e che io non ho più visto né sentito nominare dal funerale, un’occasione in cui l’ho guardato piangere tanto, come non ho mai visto disperarsi nessuno, e a fine cerimonia mi ha abbracciato, portava una giacca vento lercia e dei jeans sformati lerci e non ci siamo detti nulla se non mi dispiace e qualche altra frase di circostanza, probabilmente. Io portavo una felpa degli Infest che lei mi aveva regalato e che mi rendo conto di indossare ora.

Dieci anni fa moriva mia sorella, e l’ultimo dicembre con me le avevo parlato al telefono tutto gasato in quel tardo pomeriggio buio, perché avevo passato lo scritto di inglese del primo anno, e ho quella telefonata registrata nella testa come se fosse ieri, e lei non ricordo cosa mi aveva detto, ma era qualcosa di dolcissimo, e adesso che ne parlo con Sara, che è alla terza birra media da nove gradi e mi ha preso la mano perché comincio a balbettare… ho perso il filo del discorso. Sara ha dei bellissimi occhi verdi, proprio come mia sorella, e credo di stare per innamorarmi, ma so che non è vero e che sto pensando senza nemmeno riuscire a

Casa di mia sorella era un palazzone color passato di verdura a Cernusco. Un buco di culo che divideva con il punkabbestia. Quel pomeriggio voleva prepararmi da mangiare, ma l’odore di sangue che aleggiava nelle stanze spoglie dalla carta da parati scrostata, stanze lasciate all’incuria, colme di cartoni di medicinali e lattine di birra sul tappeto… ho perso ancora il filo del discorso. Lei era magrissima e mi ha chiesto dei nostri genitori, di mia mamma, in realtà soltanto. O forse anche di papà, ma non ricordo. Era Natale e le ho chiesto di venire a pranzo a casa, e lei mi ha detto che se ne sarebbe andata per qualche giorno in Lussemburgo, dove aveva trovato un mezzo lavoro grazie a mezzi conoscenti di conoscenti: squatter. Altra droga, rave.

Il suo ragazzo sarebbe scappato con lei. Lui spacciava e basta. Mia sorella aveva il volto deformato dalle legnate della debolezza e delle pastiglie chimiche, dalla denutrizione, forse anche, dalle dipendenze, era vestita di nero e mi ha chiesto come andava l’università, era il mio primo anno. Ce la sto mettendo tutta, le ho detto fiero di me, fisso che sarò sembrato ridicolo. Mi ha regalato un libro di Richard Scarry, che leggevamo da piccolo, io invece un pigiama con delle mucche che dormono su letti. Tante mucche, tanti letti diversi.

Lei non voleva che stessi lì con lei e mi ha fatto male quando si è cambiata e di striscio ho visto tagli e abrasioni dappertutto sul suo corpo bianco. Era il tredici dicembre ed è morta qualche giorno dopo. Mi ha tenuto all’oscuro di un pezzo della sua vita, di terribili mal di pancia che la squassavano all’improvviso, già quando era a casa e soffriva di retto colite ulcerosa che la scarnificava. Si faceva clisteri anali di mesalazina per evitare perdite di sangue nella zona rettale, e dalla camera da letto, la mattina, la sentivo contorcersi sulla tazza di ceramica. Io non parlavo con lei e lei non parlava con i miei e con i miei io non parlavo di lei che sanguinava in bagno.

Poi se ne è andata e nessuno l’ha cercata, ha detto mi voglio perdere da sola. Ha detto voglio sparire, ha detto lasciatemi stare.

Avevamo un gatto: si è isolato anche lui prima di morire, abbiamo trovato il suo cadavere in cucina la mattina del trentuno dicembre.

Al funerale di Sara eravamo pochi: amiche storiche e qualcun altro. Il rito funebre è durato niente, batteva un freddo glaciale e l’umidità mi mangiava le dita dei piedi nelle Vans. Piango tra le braccia di Sara, a casa sua a Bovisa. Il punkabbestia si è messo a gridare, gli era salita la tristezza cattiva, quella che ti smangia via il cervello.

Lei è vestita di nero. Mi chiede se voglio qualcosa da mangiare, le rispondo di no per l’odore di sangue che aleggia per le stanze spoglie e mi gira la testa e una canzone di un gruppo osceno passa bassa su uno schermo che fisso, catatonico.

L’ho vista due volte ma ora anche lei deve andare via per Natale, continua a bere e non parla e mi accarezza, ci facciamo dopo sul suo letto ma senza fare altro perché non me la sento, oggi. È da un po’ che dico che oggi non me la sento. Non mi va più di scopare, mi vengono in mente brutte immagini quando penso alla penetrazione: tessuti in disfacimento, abrasioni, arrossamenti, lacerazioni.

Dolore.

Nel suo appartamento non c’è nulla: pochissimi libri, pochissimi dischi, un portatile, zero mobili, due pizze nel frigo, tanta birra e alcol in generale. Lei si scosta quasi improvvisamente da me e si mette a piangere. Mi chiede di andare nel supermercato sotto casa e di farle un po’ di spesa, mi scrive quello che devo comprare su un foglietto di carta stropicciata. Io scendo, compro il cibo e torno su da lei, che non c’è più. L’ho persa per sempre, di nuovo, è così da ogni anno, ormai. Io ce la metto tutta a fare qualcosa per lei, ma la perdo. La perdo sempre. Avverto quel dolore alla bocca dello stomaco che mi fa stare sveglio la notte e non mi fa dormire.

Dieci anni fa moriva mia sorella, si è suicidata. E io non sono riuscito a salvarla. Oggi sono stato da solo, nella gelida sede dell’ANPI a Busto Arsizio, mi sono addormentato mentre inserivo dati su un paginone Excel, e sono infreddolito e rattrappito perché i caloriferi sono bassi e tutto è umido, qui.

Esco e me ne vado a casa. Mando cv, così tutti i giorni. Sempre il mal di stomaco, sempre insonne. Quando c’era Sara vivevamo in un altro palazzo. Nella nostra camera c’era un calcetto e una casetta di tela nella quale io mi rifugiavo. I nostri genitori litigavano spesso, non volevo sentire le urla, me ne stavo rannicchiato sul tappeto con le orecchie tappate, poi lei arrivava all’improvviso, mi abbracciava e io ricominciavo a essere felice.

Paolo Gamerro

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