A UN PASSO DAL CASSONETTO

Niente poesia di dicembre, tantoméno natalizia (figurarsi), ma un racconto sul padre, il suo: Simone Lisi torna così su Verde. L’illustrazione quasi panoramica è di Valentina Maini. Mancano tre mesi al 21 marzo, giorno in cui mancheranno duecentottantacinque giorni alla fine del 2017. Restiamo umani, A un passo dal cassonetto.

Mio padre ha questa fissazione per i robivecchi.
Mio padre è una persona sana, se così si può dire. Ha molti problemi irrisolti, a esempio non è una persona conciliata con il suo passato, oppure spesso si arrabbia, e quando si arrabbia è
terribile, ma sono cose queste che fanno di lui una persona sana. Sembra un paradosso, ma è così. Detto meglio: io valuto che lui abbia dei problemi e delle caratteristiche negative, che non reprima la rabbia, che sia troppo critico etc. ma sono proprio queste cose che contribuiscono a fare di lui una persona retta.

Poi, detto ciò, c’è una macchia che rende traballante tutta la valutazione, e la macchia sono i robivecchi. Per i quali ha una fissazione e una predilezione non sana. Li adora. Perde ogni criticità. Perde ogni controllo. Di solito è una persona moderata nelle spese: andare al supermercato con mio padre è per me un’esperienza catartica dal momento che non do valore al denaro. Ha come un radar per le offerte, per i prodotti sottocosto, per tutto quello che è utile, che serve, che ha senso.
E poi, come ho detto, ci sono i robivecchi.

Lui lo dice: che sono l’anticamera della spazzatura. Che il valore reale di quegli oggetti è prossimo allo zero. Ma qui, invece di piegare la frase verso una riflessione su di sé e sulla malattia, devia il discorso sul generale e, se così si può dire, sul filosofico. Argomenta grosso modo che non è quella merce in sé che non ha valore. Che non dipende dal prezzo applicato sui cartellini, dopo la valutazione dal padrone del robivecchi (figura questa per lo più letteraria, che sembra come bruciato dal sole, che di solito si accompagna a una moglie niente affatto diafana che si muove intorno a lui velocissima e a volte anche da aiutanti all’apparenza intellettuali nord africani, o gitani, o sud americani), dopo la valutazione, dopo il prezzo sul cartellino, e dopo il dimezzamento di quel primo valore se nessuno si è comprato l’oggetto nel primo mese, il valore rimane fissato per l’eternità: e quello sarebbe lo stadio ultimo dell’essere cose delle cose, prima che siano buttate nel cassonetto e là smettano di esserlo.
Ma mio padre dice, spiazzandomi, che questo valutazione, non vale solo per quello che trovi nei mercatini, ma per tutto quanto. Che in un certo senso il denaro stesso è questa cosa qui.

«Come dici?»
«Guarda, guarda qua», mi fa mostrandomi delle foto sul telefonino «Questo mobile cinese, fine Ottocento probabilmente. Vorrebbero seicento euro. Lo potrei avere per trecento. Che io non gli darò mai», e accompagna questa ultima frase con un fremito, che mi permette di capire che mio padre forse li spenderebbe quei soldi, lui che non spende mai niente in assoluto.
«Ma», prosegue, «questo mobiletto potrebbe valere benissimo il doppio di quei seicento iniziali, anzi ti dirò di più, potrebbe valere dieci volte tanto se tu lo vedessi in qualche vetrina elegante del centro, là dove abiti tu», dice a me rivolgendomi uno sguardo.
«Sì», continua lui, «te lo compreresti, se fosse in uno di quei negozi del centro».

Io non rispondo, perché è la tipica cosa che mi dice mio padre, e comunque non c’è niente da obbiettare perché inconfutabile, perché io non do valore al denaro, e in generale quasi a niente. Solo alle cose che mi suggeriscono le vetrine di quei negozi del centro.

«E poi», prosegue, «guarda qua, questo quadro. Guarda come è ben fatto. Questa cornice. Questa cornice è perfetta. L’ho pagata due euro. Cercavo una cornice per una stampa che mi ha regalato, ma non importa chi me l’ha regalata. Un corniciaio mi avrebbe pelato, letteralmente spellato vivo. Mi avrebbe…»
«Ok, ho capito babbo».
«Invece poi ho trovato questa cornice dal robivecchi, ed è precisa. Sembra fatta apposta per la mia stampa. È lei, è la sua misura, non si sarebbe potuto fare meglio, guarda le rifiniture, guarda i particolari. Si capisce l’attenzione con cui l’ha costruita il corniciaio dell’epoca. Dovevano essere tempi d’oro per i corniciai. Non come ora, che ci vanno persone che non si accorgono di nulla, ora che è diventato qualcosa da arricchiti».
«Eh».
«E guarda invece il dipinto, è a olio».
«Fa schifo babbo, è una crosta. L’hai pagato due euro in tutto, ci sarà un motivo».
«Sì, te dici così, ma io ti dico: guarda bene questo quadro. Non la cornice. Concentrati sul
dipinto. Guarda questa strada, questa fila di case. Guarda i colori. Non ti sembra, in un certo
senso, bellissimo? Se tu lo vedessi in una di quelle gallerie d’arte dove vai a farti bello il sabato pomeriggio, nel centro della città, non lo troveresti commovente?»
«Babbo», rispondo a mio padre, «ma no. Il pittore non ha nemmeno imparato a fare la prospettiva. Non è buono a nulla. Fa schifo, è una crosta malefica».
«Te dici?», fa mio padre con un sorrisetto. «E se fosse una provocazione? Guardalo ancora, ignora la prospettiva. Ignora la prospettiva per un attimo, ti ho forse chiamato Leon Battista? Non mi pare».

Mio padre è una persona sana. Una persona retta, che ha un suo punto di vista, specifico, sorprendente. Non mi riferisco alla questione robivecchi, mi riferisco alle altre cose. La questione robivecchi è un’altra faccenda, è una macchia. Pensare a lui che si aggira in quei posti popolati di disperati e figure al margine del consorzio umano, affermando tacitamente che la tensione superficiale tra il bello e il brutto, tra il ricco e il povero, è qualcosa di impalpabile, che è una sottile linea oleosa, pensare a questo mi da i brividi.
Ha ragione lui, i negozi del centro esporranno domani cose trovate nei mercatini, dopo averle rivalutate, e se non le venderanno le declasseranno e torneranno ai mercatini e comunque prima o poi ci ritorneranno lo stesso, e infine, al cassonetto.

Mio padre non lo dice, ma afferma tacitamente che il valore, il suo, il mio, e quello di ogni cosa ci sia al mondo, è comunque prossimo allo zero.

crosta-malefica

Fa schifo, è una crosta malefica

Simone Lisi

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