ROCK CRIMINAL #18: WALTER SCOTT

L’ultima puntata del 2016 di Rock Criminal, la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni, non poteva che essere un racconto oscuro ma – dunque – natalizio: Walter Scott, The Cheater, era pronto a una nuova vita. Walter Scott, l’imbroglione, aveva un brutto presentimento. Walter Scott, il baro, è stato ucciso il 27 dicembre 1983.
L’illustrazione è di
Valentina Maini (Le fil).

C’è una strada che unisce due automobili. Una è abbandonata nel parcheggio di un aeroporto. È una Lincoln nera. L’altra, una Cadillac Seville bianca, è finita in fondo a un fosso lungo un argine. Sono distanti due mesi e alcune miglia. La strada è una strada di pioggia, ghiaccio e sangue. Per oltre tre anni quasi nessuno aveva notato tutto quel sangue che strabordava dai finestrini dei veicoli. Rendeva il percorso estremamente scivoloso. L’asfalto ne era inzuppato come i rivestimenti in pelle dell’abitacolo. Quasi nessuno aveva tracciato una linea tra quelle due vetture. Eppure era così evidente. Ovvio. Banale. Terribilmente banale.

Bastava guardare in un punto preciso e segnare le coordinate. Seguire la strada da quel punto. Le auto della polizia facevano avanti e indietro, gli agenti si fermavano in uno di quei bar che ti servono un panino, patatine con la salsa e una Cola in macchina, a parlare delle loro famiglie e della star scomparsa. Era su tutti i giornali. Via via in notizie sempre più piccole. Sempre più locali. Ripartivano per una segnalazione dalla centrale. Un eccesso di velocità. Una rapina. Un sorpasso azzardato. Spesso sbandavano e andavano a sbattere sul guardrail delle indagini. Niente. Anche se qualcuno individuò subito quel punto che aveva in sé la soluzione. Era la soluzione. Ma non c’era il corpo.

C’è un video amatoriale dove il punto è inquadrato più volte. È dentro una casa. Pare ci sia una festa. Natale è da poco passato. L’albero illuminato e tutto il resto. Forse è il Capodanno. Probabilmente qualche giorno prima. Dovrebbe essere il giorno successivo alla sparizione. Il 28 dicembre 1983. Sessantanove giorni dopo l’incidente. L’incidente era stato mortale. La sparizione non fa presagire niente di grave. Almeno così dice la moglie dello scomparso. Non i genitori: «Abbiamo capito subito che era accaduto qualcosa di brutto a nostro figlio», dichiararono. La camera inquadra quel punto e lui sorride imbarazzato. Lei fa la svampita. Allegra. C’è qualche amico. Tutti si chiedono dove sia finito il padrone di casa. Ma lei continua a ridere e a mostrarsi spiritosa. Esageratamente brillante. Non sembra essere preoccupata della sua assenza. Lui ci prova. Ci prova a ridere. Ma il sorriso è contratto. Appena nervoso. Più falso di quello di Babbo Natale. Con il vestito rosso e la barba bianca di ovatta potrebbe essere un buon Babbo Natale da centro commerciale: i bambini paralizzati dalla paura o dalla vergogna sulle ginocchia robuste e i genitori con i sorrisi inconsapevoli e stupidi delle festività a scattare ridicole foto da cinque dollari. Indossa, invece, un maglione con il collo a V, simile al cardigan che il proprietario dell’abitazione portava in American Bandstand. Ma non ha lo stesso fisico. Nessuno ballerebbe davanti a lui come facevano i ragazzi del programma della ABC presentato dal mitico Dick Clark. La casa però è ben riscaldata e non c’è bisogno di muoversi. Il Super 8 si avvicina di più: è inequivocabilmente scritto lì cosa è successo. In quella faccia grossolana e colpevole che il sergente Steve Roach e il capitano Wes Simcox dell’ufficio dello sceriffo della contea di St. Charles avrebbero preso volentieri a schiaffi. Dopo averlo ammanettato e portato via. Lei con lui. Ma la macchina è al Lambert St. Louis Airport, il fiume Missouri nelle vicinanze è ghiacciato in più tratti: nessun cadavere vi può scorrere senza intralci. Anche il lago vicino alla residenza della famiglia Notheis su Pershing Lake Drive è coperto da una lastra di ghiaccio: impossibile caderci dentro. Buono tutt’al più per pattinarci sopra come in una striscia di Charlie Brown.
E poi chi ha detto che uno scomparso sia automaticamente morto? Anche se lo scomparso è un cantante un tempo famoso, Walter Notheis Jr., conosciuto come Walter Scott, e sua moglie, JoAnn Calcaterra in Notheis, sposata da quattordici anni, è una donna gelosa. Anche se l’uomo che si trova nella loro casa e prova a sorridere è il suo amante. Lui si chiama James H. Williams Sr., è il titolare di una ditta di impianti elettrici e un farabutto. Sapete come vanno certe faccende: il marito non c’è mai, sempre in giro per concerti, l’elettricista fa i lavori nella sua abitazione e non ci vuole molto a colmare la solitudine. La gelosia, beh, quella è un’altra storia.

«È stata la cosa giusta da fare».
«Io non volevo questo».
«Tu lo volevi quanto me».
«Non è vero».
«Sì che è vero».
«Non così».
«Ora smettila di fare l’isterica, tra un po’ arrivano gli ospiti. E tu devi sorridere. Lo volevi quanto me… Ti amo».
«Anch’io ti amo… Sharon, è stato un incidente, non è così? Solo un incidente».
Lui non risponde. Dice soltanto: «Dai, lasciala stare, e vatti a preparare».

Walter Scott faceva il cascamorto con tutte – per questo Doris, la prima moglie, sposata nel 1963, nel 1969 aveva divorziato. Malgrado fosse ormai una star del rock’n’roll sul viale del tramonto, le donne ancora gli cadevano ai piedi. Il bel cantante di Bob Kuban and The In-Men non aveva resistito al successo di “The Cheater” – il singolo al dodicesimo posto nella hot 100 di “Billboard” nel marzo del 1966 che aveva portato nelle chart anche l’album “Look Out for the Cheater” e la cover di “Drive my Car” dei Beatles. E la sua fama si era spenta, dopo l’abbandono del gruppo proprio nell’agosto di quell’anno di euforia, in una mediocre carriera come bandleader dei Guise e poi da solista con la Musicland. A neanche quarant’anni girava con il suo gruppo per locali di terza categoria come una cover band dei bei tempi andati. Il ciuffo cotonato, la voce profonda e lo sguardo seducente da cantante confidenziale che si accendeva paraculo quando intonava il ballabile “The Cheater”. Il pubblico non aspettava che quel momento. “Il baro” prendeva di mira una fan, di quelle un po’ fuori moda che seguono la band fuori moda in un club fuori moda, e dopo averla scaldata con il suo miglior repertorio romantico, non la lasciava fino a quando non se l’era sbattuta nella sua stanza d’hotel. JoAnn lo sapeva, come poteva non sapere delle scappatelle del marito? Andiamo. Ma le tollerava perché, appunto, erano delle scappatelle. I soliti piccoli tradimenti di letto da una notte e via della rockstar con la groupie. Faceva parte del gioco. Ci devi stare. Altrimenti sposati un impiegato di banca e buonanotte.

Ora però c’era la sua nuova corista e ballerina dall’avvenenza che JoAnn se la sognava. Adesso era una cosa seria. “L’imbroglione”, “Il traditore” dei cuori altrui faceva sul serio con lei. Basta con quei locali squallidi e le fan di seconda mano. Per lei voleva qualcosa di più dignitoso. Quei localetti puzzavano di fallimento e fine carriera. E lui invece era tornato a desiderare il profumo inebriante dei giorni di gloria. Per lei. Per lei e lui insieme. Come le grandi coppie del rock. Quanta ammirazione. Quanta invidia. Ecco, di nuovo il successo riunendo la band per il ventennale della fondazione. Ne avevano già parlato. L’avevano annunciato alla televisione. Con Bob Kuban avevano fatto anche una prova per il concerto al Fox Theatre di Saint Louis. Mica l’ultimo dei teatri. Al 527 N di Grand Blvd avrebbero registrato il tutto esaurito. Il cartello di sold out su ogni porta. I fan in delirio. Il grande ritorno, previsto per il 23 giugno 1984, dei favolosi Bob Kuban and The In-Men nel “Fabulous Fox” appena restaurato, con i suoi quattromilacinquecento posti di poltrone di velluto rosso e i lampadari di cristallo. Avevano parlato, suonato e si erano fatti gli auguri di Natale. Promettendosi un tour e un disco per il nuovo anno. Magari li avrebbe ripresentati Dick Clark. Ma ci pensate? Dick Clark in persona. «Ladies and Gentlemen, Bob Kuban and The In-Men!» Applausi fragorosi. Urla. Qualche svenimento. «… For now, Dick Clark – so long!» E il consueto saluto militare del re dei conduttori. C’era da avere i brividi.

E poi sì, basta anche con sua moglie. Walter Scott aveva preso un appartamento in affitto in un elegante palazzo in centro. Si sarebbe trasferito lì con il suo giovane e bellissimo amore dai capelli biondissimi e le gambe lunghissime. Probabilmente sapeva del tradimento di JoAnn, ma non gliene importava un fico secco. «Meglio così», si diceva: niente alimenti. JoAnn l’avida. «Non devi darglielo per nessun motivo», disse Scott al tecnico del suono che aveva registrato, di fretta, in cinque notti, il suo nuovo disco. «Per nessun motivo mia moglie deve avere questi master-tape. Siamo intesi?» Walter Scott era pronto a una nuova vita. Ma poteva mai JoAnn sopportare la sua nuova esistenza? Walter Scott aveva un brutto presentimento.

«E adesso?»
«Stai tranquilla, ho già sistemato tutto».
«Ho paura».
«Ma non sei contenta?»
«Non lo so… sì».

Pioveva che Dio la mandava quel 20 ottobre in cui la macchina di Sharon Williams uscì di strada. Lo schianto. La testa deve aver sbattuto. Lei va in coma irreversibile. Tredici ore dopo il marito autorizza l’espianto degli organi. Il caso viene archiviato come incidente.
La scomparsa di Walter Scott è un fascicolo aperto.

Ma rimangono le due automobili. In quella accidentata ci sono odore e tracce di benzina, però il serbatoio non è rotto. La pioggia ha spento l’incendio. Sharon viene trovata dai soccorritori con le gambe verso lo sportello del passeggero, il corpo è scivolato dal sedile. La testa è sotto il volante. Questo perché il sedile del guidatore era stato spostato indietro. Come per dare spazio a qualcuno molto più alto della minuta Sharon. La caduta della macchina non è stata veloce. La botta non è stata violenta. L’auto non ha riportato grossi danni. Ed è precipitata con la parte anteriore in giù. Le ferite sul capo della vittima sono due. E non sono sul viso, ma sulla nuca. La donna è stata colpita con grande forza da un corpo contundente. A questa conclusione arriverà nell’aprile del 1987 la neuropatologa dottoressa Mary Case che darà una svolta al caso di Walter Scott ritenendolo collegato alla morte di Sharon Williams. Il punto.

Nella macchina di Walter Scott non c’è niente. Alla reception dell’aeroporto nessuna prenotazione di un volo a nome del cantante. L’automobile è stata portata lì da qualcuno che voleva far pensare a un viaggio in chissà quale lontana località. Senza alcun motivo. Una fuga inspiegabile per chiunque. Un improvviso abbandono del tetto coniugale. JoAnn, a due giorni dalla scomparsa, annullerà ogni impegno del marito.
Tre anni dopo va dicendo a tutti che il suo nuovo cognome è Williams.

Gli uomini dell’ufficio dello sceriffo non ci mettono niente a ricollegare le due autovetture. Le due morti. Walter Scott è stato ucciso il 27 dicembre da James H. Williams Sr. Quasi sicuramente in casa. A sorpresa. Mentre si alzava dal divano per prendere qualcosa da mangiare davanti a una trasmissione tv. Su segnalazione del figlio del sospettato, interrogato in un carcere della Florida dove è rinchiuso per un piccolo reato di droga, la polizia di St. Charles il 10 aprile del 1987, dieci giorni dopo la riesumazione della salma di Sharon Williams, scoperchia una cisterna mascherata da aiuola nel giardino della casa di James H. Williams Sr. su Gutermuth Road, a cinque miglia dalla residenza degli ex coniugi Notheis. Lì c’è il corpo semidecomposto di Walter Scott: indossa una tuta da jogging blu con righe laterali bianche e rosse regalatagli per Natale dai suoi genitori. Ai piedi ha i calzini ma non le scarpe. I polsi, le ginocchia e le caviglie sono legati da corde gialle. Ha un buco di arma da fuoco che dalla schiena trapassa il petto. Sembra di una pallottola sparata da un fucile ad alta potenza. Forse un’arma da guerra. Quando gli agenti della scientifica e i vigili del fuoco tirano fuori il cadavere che galleggia nell’acqua, la testa si stacca dalla spina dorsale.

Il 9 novembre 1992, James H. Williams Sr. verrà riconosciuto colpevole di duplice omicidio e condannato dal tribunale di St. Louis a due ergastoli, senza possibilità di richiedere la libertà condizionale. Morirà nel carcere di massima sicurezza Potosi Correctional Center nella contea di Washington, Missouri, alle 7 e 50 del mattino di domenica 11 settembre 2011, a causa di un infarto mentre era ricoverato in infermeria. Senza aver mai confessato i suoi delitti.
Per JoAnn, accusata di favoreggiamento, la condanna sarà a cinque anni. Entrerà in prigione nell’aprile del 1993.
Le immagini televisive del loro arresto mostrano un uomo e una donna dall’aspetto comune. Insignificante. Gli amanti diabolici erano brutti.

Sergio Gilles Lacavalla

Annunci

One thought on “ROCK CRIMINAL #18: WALTER SCOTT

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...