LE PARABOLE GEMONO

C’è un elefante nel blog, Le parabole gemono: così il giovane turco Francesco Quaranta si riposiziona dopo il referendum e all’alba del Gentiloni I. Stop.
Il disegno è di Valentina Maini. Oggi, che è in realtà ieri notte, siamo telegrafici. Addio.

L’ambasciata dei vicini è un foglietto impiccato tramite tocchetti di scotch sulla porta d’ingresso, dicono che tengo il volume della musica troppo alto. Ma vaffanculo. È tipico loro lasciare messaggetti lamentosi firmati a nome dell’autorevole comunità del condominio unito. Ma morite ammazzati. Calo la puntina sull’ultimo disco dei Cage the Elephant e alzo a palla l’hi-fi, mi svacco sul letto appresso alla finestra spalancata col solo pensiero di sciogliermi nella musica, dimenticare l’estenuante giornata di lavoro. Dormire. Morire. Auguro a tutti una cacarella potente, o almeno dei pessimi sogni.

Fuori, la schiera di palazzine è ben più imperturbabile del cielo, il quale se non altro cambia espressione di tanto in tanto. Cumulonembi, solstizi, perturbazioni stellari, pseudobore o libecci improvvisati, di nulla si curano le facciate immobili, classiche architetture d’ingiustificata fierezza. Calcestruzzi ottusi alla luce, vernici caute e prudenti, tapparelle ammutolite di finestre scostanti. Il prezzo della quiete è una volontaria apnea della coscienza in questi sarcofagi balconati. Ma soprattutto un tremendo occhio nero al buon gusto.

Il disco salta dal supporto, la puntina stride e graffia le orecchie, uno speaker scivola a terra urlando i suoi riverberi poi brutalmente soffocati. Varie camicie perdono l’appiglio sull’omino che dava loro un senso e scivolano fuori dall’anta dell’armadio come ectoplasmi di cotone spiegazzato. Nell’abbiocco registro la nuova pendenza della stanza in maniera del tutto passiva. Il letto con me sopra striscia in avanti sul pavimento della camera inspiegabilmente sempre più inclinato, con fischio d’attrito lucido e metallico scorriamo assieme verso la finestra aperta. Ci passiamo giusti giusti.

Precipito senza scollarmi dal materasso che infatti mi salva dalle ossa rotte sull’asfalto e dal finire con le cervella mescolate al ghiaietto. La camera sapeva bene che lì non ci volevo stare, mi ha rovesciato fuori. Il messaggio dei vicini era di fatto un ultimatum. Sono accerchiato da questo plotone di condomini impassibili che sembrano pronti a giudicarmi.

Nonostante siano le due del pomeriggio, il sole pigro è rimasto incollato allo zenith fino a sbiadire la vernice di questo cielo multiproprietà tanto da farmelo addirittura apparire biancastro. Affittasi volta celeste a perditempo professionisti. La pace del dopopranzo resta tale e viene santificata dall’intero isolato. Come tutto qui. Non perché meritato, ma perchè pagato, con tanto di ricevuta.

Sembra però che i palazzi non si siano accorti di me: se sì, la consapevolezza sarà scivolata in qualche intercapedine assieme a scarafaggi e scolopendre perché pare che i vani interni, atri pulsanti di fatterelli privati, non abbiano avuto notizia della mia caduta.

Anche nel caso in cui fossi precipitato senza materasso, giù dal decimo piano fino a spiaccicarmi sul vialetto sgombro, nessuno avrebbe visto il mio sangue: la donna delle pulizie avrebbe raccolto il grosso, diligente, il portinaio avrebbe avuto una persona in meno su cui spettegolare, amen, e il cielo, piovendo, avrebbe slavato via il resto. La mia morte sarebbe stata notificata solo dal fioccare degli annunci funebri e allora sarei stato dipinto come un così bravo ragazzo… Va be’ tralasciamo la storia della musica alta, ma suvvia era un bravo ragazzo, salutava, sorrideva e quant’altro. Proprio bravo ad andarsene senza imbrattare le facciate, senza alzare la voce.

La terra prende a tremare morbidamente, tonfotti regolari scaricati per i dintorni. Il terremoto, penso. Oh finalmente. Ma a ben vedere sono soltanto io a sobbalzare, ancora a gambe incrociate sul mio materasso che appunto ballonzola come a voler afferrare gli spifferi di vento tra questi edifici stolidi, ebeti, cementificati. Però qualcosa cambia: li vedo impallidire, si fanno cinerei nonostante il sole non sia cambiato. Non si aspettavano ciò che sta sopraggiungendo.

Un elefante, alla prima occhiata, sì è un pachiderma dalla stazza importante. Avanza cadenzato, azzarderei ritmato e pure sorridente. Percorre il vialetto tra i palazzi con l’espressione beata di chi sta facendo una scampagnata.
Le serrande lottano per restare abbassate, i balconi fremono nonostante il voto di silenzio. Le parabole gemono.

La sua pelle è spessa e più crepata dell’asfalto, ha due goccioloni d’olio come occhi, due bandiere per orecchie. Penso sia magnifico, vorrei poter avvicinare questa istituzione della natura, offrirgli una mano amica, salirci in groppa, perché no?

Solo allora noto la donna sulla sua schiena, seminascosta dalla testa coriacea. Me ne innamoro subito e subito so che niente se ne farebbe del mio amore: è lunga, scura, flessuosa di danze esotiche, muove sul mondo occhi senza tempo. Lei e il concetto di spese condominiali, per dire, appartengono a due piani dimensionali differenti. Le faccio subito una riverenza, ma lei non mi calcola, non rientro nel suo orizzonte.

Occupata da incombenze superiori, si arresta col suo elefante. Non so se sia proprio suo però penso sia logico domandare a lei per ottenere un invito: grido al suo indirizzo e smanaccio finché non raccolgo la sua attenzione. Non mi giudica anche se sono in pigiama, mi sorride anche se non lo merito.

Una finestra ha un conato di vita, rigurgita a metà un grugno scocciato che intende appurare chi sia il disturbatore di turno. Con la mano arma il cane del suo strumento di legge: il telefono. Tuttavia è subito atterrito dalla scena. Gli scuri ricadono e lo sigillano nel suo antro.

La bella signora ride a quella reazione, alza il braccio in un cenno imperioso con il quale richiama da un vicolo un secondo animale: una tozza giraffa. Non potrei definirla in altro modo che sarcastica, sa il fatto suo questa giraffa colma di autoironia, Agita il collo come rapita da una danza ancestrale di shamani, poi si ferma beata nel sole, eroina della situazione. Resta così immobile finché dalle fronde striminzite di un abete spuntano un paio di babbuini che le saltano sul collo aggrappandosi alla rara criniera. La usano ingegnosamente come scala per raggiungere la finestra appena richiusasi, attaccano a bussare sulle tapparelle. Chiamano l’abitante con versi affabulatori, poi si fanno tutte sberleffi e provocazioni nel loro linguaggio musicale, si spostano, provano la portafinestra accanto, infilano le dita negli infissi. Niente di niente, il tizio si nasconde. Allora, presi da una stizza impropria al regno animale, si mettono a ribaltare i vasi di gerani dalla ringhiera del balcone. Ne seguo la breve caduta fino, pack, a terra.

È lì che noto un pellicano molto concentrato e silenzioso, un po’ in disparte rispetto alla cagnara, davanti alla campanelliera. Conscio della propria intrinseca bruttezza, questo esemplare ha scelto di fottersene e specializzarsi: con mosse minuziose in punta d’ala preme i citofoni uno alla volta, buzz, buzz, buzz, risponde al ronzio elettrico con il suo versaccio da tromba sfiatata. Si stufa presto di questa umana occupazione, allora con l’intera lunghezza dell’ala, piegatosi in un’angolazione davvero comica, pigia tutti i pulsanti del pannello in contemporanea.

Mille voci, ognuna affidata alla pressione di un tasto, raccolte in gruppo, mescolate e numerate. Ammutolite dall’essere in massa. Ogni campanello, nascosto tra gli altri, chiede di non essere disturbato, non ne vuole sapere. Il loro è un ronzio di rimpianto, voce di tortura da una dimensione sovraelettrica.

Nessuno risponde comunque, non per paura, ma per principio. Queste case hanno persino timore di provare terrore.

Torno a contemplare l’elefante, non ci posso far niente: troppo forte il desiderio di tenerlo con me, accarezzarlo, salirci e ammirare il mondo da quella potenza in movimento. Non peso molto, mi farei piccolo piccolo accanto alla regina scura.

Lei è tutta curve d’ombra e i capelli le risplendono come il mezzogiorno. Foglie strette e sete lucenti la disegnano talmente bene che se fosse nuda il suo corpo avrebbe meno risalto. Generosa e inflessibile. Vorrei proprio mi invitasse a salire al suo fianco sul dorso dell’animale.

Il mio letto prende a muoversi daccapo e scivola lento verso il fianco del pachiderma. Una testa verdastra dagli occhi di cristallo scuro è sbucata poco davanti a me: mi trovo su una testuggine infilatasi sotto il materasso! Pazzesco, incredibile, urlerei se avessi voce, è tutto molto molto molto improbabile. E ci muoviamo, scivoliamo pian pianino all’interno della scena: tutt’attorno, davanti e dietro e ovunque mi volto, gli animali rumoreggiano nella loro savana residenziale. Da sottolineare la precisione e la meticolosità sfoggiata dal gruppo di babbuini nel far saltare gli specchietti delle auto con dei bastoni, uno a uno, tac, colpo netto e via, tac, tac, tac…

Ora sbatte le zampe, pesta con forza, l’elefante piedistallo della bella e terribile signora. L’incedere della testuggine mi accompagna verso di loro, il materasso dondola in bilico su questo cucuzzolo, li osservo. Non mi farà mai salire su quel bellissimo elefante. Non ho potere su nulla.

Proprio in quell’istante attacca un barrito violento e cadenzato, ripetuto, lo fa con note lunghe e fisse di una gravezza consapevole. Carica un vecchio cipresso sfiancato dagli anni, dai temporali e dalla noia, ci si appoggia di peso col fianco, litri di sudore spremuti nello sforzo. L’albero si smolla, cede la presa sulle radici, lo vedo disegnare la sua linea curva come un compasso nel cielo, bam. Si abbatte su una facciata e sfonda una finestra.

Un gruppo di rinoceronti, mandria, branco o quel che è, uno squadrone ecco, appare in formazione e si lancia su entrate, vetrate, parcheggi di biciclette, cassette delle lettere. È un terremoto di zoccoli e un frullare di zolle, urti e versacci. Volano frammenti, sfarfallano corrispondenze, si disarticolano proprietà.

I condomini vacillano sotto la loro facciata imperitura e inamovibile, per tutto questo tempo autoconvinti di essere eterni. L’attacco smuove la loro carne grumosa di calcestruzzo, scuote l’acciaio temprato di ossa senza midollo. I muri si crepano, tubi in vista sputano acqua, melme e scarichi, i motori dei condizionatori mandano rantoli bassi in iperventilazione.

Gli animali caricano, attaccano, scavalcano, distruggono, il loro è un concerto che sa di processo e condanna. Avrà fine solo con la resa dell’homo sapiens provincialus.

Ma c’è bisogno di tutto ciò, domando alla donna misteriosa, cupa nel suo imporsi, splendida nel ringhio battagliero. Devo urlare perché non mi sente. Lei torna a guardarmi e mi misura in un niente, con un sibilo mi ordina al silenzio: non ho voce in capitolo nella sua opera. E con questo credo che anche per la questione dell’elefante sia un no.

Si volta verso i palazzi, spazia con lo sguardo sul suo scenario di distruzione, reitera la sua offerta di resa, con superiorità, tende una mano agli abitanti. La ammiro espirare una pazienza eterna mentre la testuggine scivola al suo fianco ed io con essa: mi scorta verso i margini dell’abitato dove un condotto esploso ha allagato il vialetto. Uno stagno piatto si allarga e rispecchia una porzione sempre maggiore di cielo.

Sopraggiunge la fine, mancavano solo loro: leoni, tigri, puma, ghepardi, gattoni per nulla frettolosi. Saltano sulle rovine, circospetti, s’aggirano senza suono, trovano cavità, anfratti e pertugi, ne annusano le ombre. Le vibrisse fremono, calcolano le mosse, antenne rilevatrici di terrore. Le fiere sono la punta di diamante dell’esercito mosso dal generale, lo sanno e compiono la loro ispezione professionalmente fingendo di non badare ai plausi rivolti loro dal resto degli animali. Cercano entrate, finché i babbuini non si fanno da parte e indicano loro la via con gesti muti, gravi, da giustizieri rispettosi.

Sono ormai troppo lontano per vederli entrare.
Chiudo gli occhi quando odo i versi. Sono umani. Urla. E qualcosa dentro di me gode di una soddisfazione crudele ed egoista. Definitiva.

Navigo su un lago melmoso nel quale galleggiano sciami di banconote e banchi di rifiuti. Mobiletti Ikea alla deriva fanno da scialuppe a utensili insulsi. Le nuvole s’ingrigiscono in risposta al fumo nero che sale dalle palazzine. Straziati strilli di citofoni accolgono un tramonto precoce punteggiato di avvoltoi.

Il messaggio scende dal cielo su ali di colombe, sono squadre organizzate e leggiadre, ambasciatrici anche se di una pace pesante e sofferta. Reggono nel becco nastri di carta quattro veli strappati da mano divina che ha vergato il suo ultimo messaggio con un’introvabile bic gialla. Riconosco la zampa della mia bella regina.

Sono definitivamente l’ultimo essere umano in assoluto rimasto nel quartiere. Il paradiso esiste, dice il messaggio e la testuggine su cui viaggio annuisce parca, nemmeno i miei dèi sapevano come fosse fatto. Il suono del disastro, la sconfitta dell’evoluzione, il rendiconto della catena alimentare.
E questo mare vinile in cui traccio la mia scia verso il dolmen che si profila in controluce sul tramonto.

È tempo di riposare.

Francesco Quaranta

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