MATER MEMORIAE

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Valentina Maini, Senza titolo

Sergio Gilles Lacavalla ci ha chiesto di non anticipare nulla di Mater Memoriae, per non rovinare la lettura di questo atto unico uscito da una quasi improvvisazione durante un workshop teatrale dal significativo titolo Rabbia+Stupore. Ed è una bella sorpresa ritrovare su Verde Valentina Maini, ma alle matite: ebbene sì, i suoi disegni faranno più bello il nostro dicembre.

In un appartamento. Spoglio. A parte un piccolo tavolo con delle bottiglie di liquori e due bicchieri. Una finestra che dà sulla strada. La luce di un lampione illumina la stanza. È sera.
Lui e Lei.

LUI No, non ti conosco.
LEI Guardami bene.
LUI No. Non ti conosco… Somigli a mia madre, gli stessi occhi truccati di nero… ma non ti conosco.
LEI Ne sei sicuro?
LUI Sì.
LEI Diciamo che non ti ricordi.
LUI E va bene, se proprio vuoi: diciamo che non mi ricordo. Mi ricordo i suoi occhi truccati di nero, quando doveva uscire la sera. Il rossetto rosso, come il tuo. Luminoso. Gli abiti eleganti. E sexy. Ricordo che erano eleganti e sexy, sì, ma non ricordo mai come fossero. Dei vestitini scollati. Suppongo. Corti. Lunghi. Una gonna e camicetta. Tre bottoni aperti. Si vedeva il reggiseno. Scarpe con il tacco a spillo, immagino. No, proprio non ricordo. Il profumo era dolce. Ricordo che sapeva di frutti e fiori, questo lo ricordo bene perché mi baciava sulla guancia e lei era tutta in quel profumo. Probabilmente per questo non ricordo i suoi vestiti. Mi guardava, con quegli occhi così neri. Era davvero tutta in quel profumo e in quegli occhi. Nerissimi. Bui. Lei, al contrario, era solare, seppur con qualche ombra, ma cercava di non darla mai a vedere. Mi lanciava un ultimo bacio prima di lasciare la stanza. Ero ancora in salone e la televisione era accesa. Non ricordo cosa trasmettesse. Di certo non il notiziario. I bambini non si lasciano davanti a un notiziario. Non c’erano neanche i cartoni animati: la sera non trasmettono mai i cartoni animati. Neppure un gioco a premi o un reality, un talent show: lei non sopportava certi programmi. Diceva che rincretiniscono. A questo punto non restava che un film. Inutile provare a ricordare. Ricordo solo quel bacio lanciato dalla bocca con le dita e lo sguardo nero. A volte ci soffiava, sulle dita. E io il bacio lo sentivo arrivare davvero. Sorrideva. Lasciava la stanza. La sentivo attraversare il corridoio. Sì, i tacchi dovevano essere a spillo. Apriva la porta e parlava con qualcuno sul pianerottolo. Non capivo cosa dicessero le due donne. Erano due voci femminili. Ne sono certo. Ma non sono sicuro che fossero due. A volte mi sembrava che mia madre parlasse da sola. La stessa voce. Si faceva delle domande e si rispondeva. O comunque si diceva delle cose. La corrente fredda giungeva fino a me. Anche d’estate era fredda. Portava ancora una scia del suo profumo. Guardavo la tv ma, niente da fare, non riesco a ricordare cosa stessi vedendo. Che film fossero. Di certo film d’avventura o fantastici. Cose adatte ai bambini. Non li ricordo perché ero distratto dal profumo e da quelle parole che sentivo fuori la porta. Non le capivo perché si confondevano con quelle della televisione. Passavano solo pochi minuti, a volte erano secondi, poi la porta di casa veniva chiusa. Ricordo anche il rumore dell’ascensore. Il rumore attutito della porta a molla dell’ascensore che si chiude. Una di quelle porte di metallo che danno l’idea di chiudersi sbattendo e invece negli ultimi centimetri rallentano frenate dalla molla. O da un meccanismo del genere. Le corde portavano la cabina giù. Abitavamo all’attico. Non era possibile sentire l’ascensore aprirsi al piano terra. Mentre l’ascensore scendeva, lei tornava da me. Non era andata via. Aveva salutato quell’altra persona, o aveva smesso di parlare con se stessa, ed era rientrata. Pochi minuti di assenza, sì. A volte soltanto alcuni secondi. Ma quando tornava sembravano passati vent’anni. Era diventata d’un colpo più vecchia. No, non più vecchia: vecchia non è la parola giusta. Più grande, ecco: più grande. Mia madre era molto giovane, avrà avuto ventiquattro o venticinque anni, e quando rientrava era una donna adulta. Sembrava sempre una ragazzina, mi ha messo al mondo che aveva appena diciassette anni, me lo raccontava spesso, senza rimpianti però, con gioia e soddisfazione, con orgoglio. Poi chiudeva la porta ed era adulta. Ma era lei. Non posso sbagliarmi. C’erano momenti in cui ne dubitavo. Ma era lei: gli occhi truccati di nero e il profumo. Il rossetto. Ho sempre pensato che il rossetto avesse un sapore di ciliegia. Un giorno l’ho cercato in un suo cassetto per assaggiarlo. Non l’ho trovato. Penso lo tenesse nella borsa. Non avevo il coraggio di frugare nella sua borsa. Era senza dubbio lei, solo sembrava più grande. Tutto qui. Restavamo seduti sul divano a guardare i programmi televisivi. Io in realtà non li guardavo. Guardavo lei. Di sbieco. Senza farmi notare, anche se credo che si accorgesse che la osservavo. Faceva però finta di niente. Dopo un’ora o due mi metteva a letto. Non parlava mai. Non parlavamo mai. Mi dava soltanto il bacio della buonanotte. Profumato e rosso. La mattina dopo mi faceva trovare una bellissima colazione. Ogni volta che doveva uscire, ogni volta che si truccava in quel modo, tutte le volte che si metteva i suoi vestitini sexy, dico vestitini perché era molto minuta, esile, e quegli abiti sensuali erano anche graziosi, poi sulla tavola c’era una colazione ricchissima: ciambelle glassate al cioccolato, bombe alla crema, biscotti al miele e all’arancia ricoperti di cacao, tortine alla fragola e ai mirtilli, pasta di mandorle e latte e caffè.
«Dai, ogni tanto puoi berlo il caffè», mi diceva.
C’era pure la cioccolata, con tanta panna. Tutta roba fresca. Come appena sfornata.
Lei mi diceva «Mangia».
E io mangiavo, contentissimo per tanta bontà e perché quei dolci me li aveva portati lei. Erano più buoni perché me li aveva portati lei, capisci? Erano un suo dono. Mi guardava soddisfatta.
«Sono buoni, vero?» mi diceva indicando i dolci. Io annuivo con la testa.
«Mangia tutto quello che vuoi. È per te».
Sembrava felice. Anch’io ogni tanto la guardavo, sollevavo lo sguardo da tutto quel ben di Dio per incrociare, con la bocca piena, i suoi occhi. Non erano più truccati di nero. Il rossetto sulle labbra non c’era più. Certe mattine le labbra ce le aveva leggermente screpolate. Non usava il burro di cacao. Diceva che se cominci a metterlo, poi le labbra si abituano e non puoi più farne a meno. Alcune volte c’erano ancora tracce di rossetto. Sbiadite. La bocca era rosa pallido. Sembrava più piccola di quando portava il rossetto. Ancora un po’ di matita e mascara sugli occhi. Solo i residui di chi non si è struccata bene. Del profumo era rimasto solamente un vago aroma tra il dolciastro e l’amaro. Era tornata giovane, come prima di uscire, o meglio, con l’intenzione di uscire. Solo più stanca rispetto alla sera prima. Come se non avesse dormito per niente, o comunque poco. Nella felicità di quel momento c’era una malinconia che non capivo. Lei non mangiava. Non mangiava mai. Era magrissima.
«Su Mamma, prendine un po’ anche tu, dai. È troppa», le dicevo.
«No, grazie amore. Li ho comprati per te. Io non ho fame. Un po’ di caffè per farti compagnia, ok?»

(Lui si ferma nel suo racconto. Resta a pensare, in silenzio, assorto).

LEI A cosa pensi?
LUI A niente. Ti va di bere qualcosa? (Indica il tavolinetto con gli alcolici. Poche bottiglie. Alcune vuote).
LEI Sì, grazie.
LUI (Si avvicina al tavolo) Non c’è granché. Cosa vuoi? Il brandy e il whisky sono finiti.
LEI Un amaretto va bene. (Lui le serve da bere, non versa niente per sé) E tu non prendi niente?
LUI No, no non mi va niente. Non ho il ghiaccio, mi dispiace.
LEI Fa niente. Non preoccuparti. E poi l’amaretto non va con il ghiaccio.
LUI Ne sei sicura?
LEI Beh sì, non credo. (Beve un sorso). Vai avanti.
LUI Non c’è più molto da dire. Ricordo solo che un giorno mi disse che non sarebbe più uscita la sera. Ma lei in realtà non usciva. Te l’ho detto. Faceva finta. Eppure mi disse proprio così: «Non uscirò più la sera, contento?»
Era sera. Io la guardavo e non sapevo cosa risponderle. Lei allora aggiunse, con un gran sorriso: «Tranquillo amore, ti farò ugualmente la colazione che a te piace tanto. Giuro». Giurò incrociando le dita sulle labbra.
Ricordo che quando mi disse queste cose non aveva gli occhi truccati di nero né il rossetto. Nemmeno il profumo. Ovviamente. Odorava di bagnoschiuma. Spuma di Sciampagna alla rosa e vaniglia. Mi piaceva lo stesso il suo odore. Leggero. Anzi, mi piaceva di più di quando metteva il profumo ai frutti e ai fiori. Tra i fiori di quel profumo la rosa si sentiva appena. Coperta dall’aroma di qualcosa tipo orchidea e fiori d’arancio. Pera e zenzero. C’era un che di triste in quella fragranza. Soprattutto la mattina dopo. Con quel dolce un po’ amaro nei residui di ambra e muschio misti a sudore.
LEI Ne sai di profumi.
LUI Mah, insomma. Quando vado alla COIN o alla Rinascente mi spruzzo sempre sui polsi un po’ di profumo dai tester. Se le commesse non mi guardano, pure dietro le orecchie. Ne metto anche su quelle strisce di cartoncino bianco che servono come promemoria. Leggo gli ingredienti sulle confezioni e annuso i cartoncini.
(Pausa).

LEI Dai, continua a raccontarmi di lei. Di quel giorno. Di quella sera.
LUI Non ricordo ancora cosa indossasse. È strano. Dovrei ricordarlo, per via dell’assenza del profumo e del trucco sugli occhi che mi distraevano dal resto. Eppure non lo ricordo. Forse aveva addosso un grande maglione. Per casa portava spesso un maglione che le arrivava a metà delle cosce. Con dei calzini di lana. Lunghi fino alle ginocchia. D’inverno. D’estate invece una camicia. Bianca o a righine blu. C’era anche una maglietta che le piaceva molto. Era di una band rock, Spiritual Front, così si chiamavano. Li conosci?
LEI (Con un sorriso) Sì, certo. (Pausa). Non c’è musica in questa casa.
LUI No.
LEI Perché?
LUI (Alza le spalle). Se è per questo non c’è neanche altro.
LEI Già, vedo. (Si guarda intorno. Lui rimane in silenzio).
LUI Comunque a volte la musica arriva da fuori. E mi basta… C’è il lampione. La sua luce fa arredamento (sorride). Non trovi?
LEI (Sorridendo) Oh sì. (Ancora una pausa di silenzio). Mi dicevi della maglietta.
LUI Era nera, con il disegno, in stile locandina di un film noir anni quaranta, di un uomo e una donna che si stanno baciando. Lei, nell’abbraccio, tiene un coltello verso la nuca di lui, l’uomo fa lo stesso sulla schiena della donna. Sono incorniciati in un teschio. Sopra il teschio c’era il nome del gruppo. Dietro, la scritta “Open Wounds Nihilist Suicide Love”. Ascoltava spesso un disco di quella band. Non ricordo il titolo né come facessero le canzoni. Non ho mai dimenticato però la copertina: c’era un gatto disegnato da C. C. Askew che piangeva immalinconito davanti a S. Pietro. Il sole tramontava dietro la cupola della basilica e il gatto cercava consolazione nel fumo di una sigaretta e suonando una dolente ballata alla fisarmonica. Quando portava quella maglietta, o la camicia, i piedi erano nudi. Tutt’al più metteva delle infradito. A volte danzava su quella musica. Altre su un disco di Nick Cave. Scalza. Se aveva le infradito, le toglieva. Era leggera. Morbida. Sognante. Ma quando si accorgeva che la guardavo, smetteva. Sembrava vergognarsi.
Non ricordo in che stagione fosse quel giorno. Quella sera. Forse aveva ancora l’accappatoio. Anzi no, lei non si asciugava mai con un accappatoio dopo il bagno. Non ho mai visto un accappatoio in casa mia. Preferiva annodarsi un asciugamano intorno al seno. Devo aver sorriso. Lei deve avermi abbracciato. A lungo e forte.
Poi mi ha regalato un albo a fumetti. Rimasi sorpreso, perché non era il mio compleanno. A ogni mio compleanno mi regalava un albo a fumetti e questa volta non era il mio compleanno. Era il numero 280 di Dylan Dog, dicembre 2009, intitolato “Mater Morbi”. Lo ricordo benissimo: il numero, gli autori, Roberto Recchioni e Massimo Carnevale, la copertina disegnata da Angelo Stano, inquietante, con l’albero degli impiccati – beh in realtà tutte le copertine di Dylan Dog erano inquietanti, mica solo quella. Quella però mi mise addosso un certo senso di angoscia. Un’angoscia acerba per quell’età, ripensandoci oggi. Ma era pur sempre angoscia. Anche se ancora non sapevo darle un nome. Non paura. Angoscia. Mater Morbi era bellissima. E voleva portare via con sé Dylan Dog, imprigionato sul letto di un tetro ospedale.
Mi disse: «Prendi, è per te, un piccolo regalo».
Non capivo perché mi avesse regalato proprio quel numero, che non era neanche quello in edicola ma era uscito già da qualche mese – probabilmente l’aveva trovato in un negozio dell’usato o in qualche fumetteria, di quelle che vendono anche gli arretrati.
«Leggilo», mi disse. Me lo disse con un sorriso triste. Gli occhi forse erano lucidi. Forse le era andato lo shampoo negli occhi. Forse i capelli erano ancora umidi. Forse aveva pianto. Non l’ho mai vista piangere. «Leggilo, amore».

LEI (Manda giù ancora un sorso del liquore, esita, poggia il bicchiere a terra, vicino alla sua borsa, dalla quale tira fuori un altro albo a fumetti. Lo porge a Lui, con delicatezza, accennando un sorriso triste). «Prendi, è per te, un piccolo regalo». (Da lontano, da fuori, arriva una canzone degli Spiritual Front o di Nick Cave & The Bad Seeds).
LUI (Sorpreso) Cos’è? (Prende l’albo, lo guarda, lo sfoglia, legge i nomi degli autori, la data di pubblicazione) Un altro fumetto di Dylan Dog. Questo è uscito da alcuni anni: numero 361, settembre 2016. L’autore della storia è lo stesso di “Mater Morbi”. Sono diversi i disegni, li ha fatti Gigi Cavenago, lui non lo conosco, deve essere nuovo, è bravo, molto bravo. Le tavole, le vignette, sembrano quadri espressionisti. È a colori. La copertina è sempre di Stano. Bello. (Solleva lo sguardo dal fumetto e guarda Lei). Non pensi però che sia un po’ grande per i fumetti?
LEI (Con ancora più dolcezza, con ancora più tristezza) «Leggilo». (Pausa, mentre fissa Lui). «Leggilo, amore».
LUI (Anche Lui la fissa, negli occhi truccati di nero. Quell’ultima frase gli ha come aperto un abisso di malinconia. E ancora un mare di ricordi. Il mare è in tempesta. Poi la bonaccia. Dopo un po’ riprende a sfogliare l’albo. Ne legge qualche pagina, dentro di sé. Lo richiude e legge ad alta voce il titolo in copertina) “Mater Dolorosa”, credo sia il seguito di “Mater Morbi”. Il ritorno della Madre della Malattia. (Solleva lo sguardo mischiandolo a quello nero di Lei). Già, ho capito: neanche tu ti truccherai più gli occhi di nero, vero?

Sergio Gilles Lacavalla

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