MA LA LIGURIA NO

Claudia Oldani è nata nel 1987 a Milano, in una casa di ringhiera. Ha scritto e scrive per svariate pubblicazioni online, tra cui STREAM! magazine, e segue tutti i progetti editoriali di Foro Studio. Oggi vive a Londra in un Victorian Terraced e lavora per l’entusiasmante circuito delle campagne da edicola. Altri suoi racconti sono usciti su Lahar Magazine, SquadernautiInutile e Abbiamo le Prove.
Con Ma la Liguria no è per la prima volta su Verde.
L’illustrazione, di DaniPas, è tratta dalla serie Dark and Light.

Avevano incominciato a chiamarsi Bebi e Bubi all’inizio del loro terzo anno, quando si respirava già una lieve aria di crisi. I nomignoli che si erano dati erano un evidente palliativo a qualcosa che si stava crepando pian piano, lo avevamo capito tutti. Mara diede loro altri sei mesi, poi vedete che si lasciano aveva sentenziato.

Invece allo scoccare del loro quarto anno, quando la crisi si era fatta reale e palpabile, avevano preso casa insieme. O meglio lei (Bebi) aveva lasciato il buco di viale Brianza e si era trasferita da lui (Bubi), portandosi dietro le sue quattro cose e il pesce rosso, Polpetta. Vedrete, aveva detto Paolo, nove mesi ed è finita. Lo dice la scienza: il nono mese di convivenza è il punto di non ritorno.

Ci erano voluti solo tre mesi perché Lucifero, il gatto di lui, si mangiasse Polpetta. Lei si era incazzata tantissimo e per una settimana aveva dormito sul divano di sua madre. Lui, per farsi perdonare, le aveva regalato un bellissimo Betta splendens, e sul biglietto che accompagnava il dono aveva scritto “dai Bebi, ammetterai anche tu che non è stata colpa mia”. E a lei era bastato, tornò.

Allo scoccare del fatidico nono mese, quando di battutine e punzecchiamenti non ne potevamo davvero più, annunciarono la gravidanza. Siamo incinti, ci dissero, come fosse la cosa più naturale del mondo. Invece noi facevamo il conto alla rovescia per festeggiare la fine di quella relazione.

Giorgio perse un sacco di soldi quell’anno: scommise che si sarebbero mollati entro lo svezzamento del pupo. Si sa, aveva detto con tutta la sua supponenza da psicologo, per una coppia il momento critico è la nascita del primo figlio, soprattutto se già da prima non era una coppia stabile. Ci puntò 750 euro.

Sarà che Giorgio è uno psicologo dell’età evolutiva e non un terapista di coppia, fatto sta che nemmeno allora si mollarono. Anzi, dopo pochissimo annunciarono alle nostre facce sbalordite la nascita di un secondo figlio. A quel punto la casa su piazzale Bacone era diventata davvero troppo piccola, quindi presero una villetta in Brianza (quella vera, non il viale) e si trasferirono accanto alla madre di lui.

La suocera è la voragine delle relazioni, si sfregava le mani Eleonora. Gli do un altro anno, a essere generosi, poi il destino li spazza via. Ma il destino ci mise il suo zampino anche questa volta: la suocera morì dopo sei mesi di cancro al pancreas, lasciandogli in eredità la villetta gemella accanto alla loro.

Non capimmo mai, comunque, se furono i sei mesi accanto alla suocera a far sprofondare ulteriormente il loro rapporto. Ormai non nascondevano più le lamentele che avevano l’uno per l’altra, ci vergognavamo addirittura di portarli al ristorante. Lei alzava troppo il gomito e iniziava a rinfacciargli stupidi battibecchi che avevano avuto. E lui non si tirava indietro: le rispondeva a tono facendo diventare il nostro tavolo l’attrazione principale del locale. Perché ancora non si lasciassero rimaneva un mistero.

Quando scoprii che mio marito aveva una relazione con la segretaria, Bebi scoprì che Bubi l’aveva tradita con una collega. Io mollai mio marito, disgustata dal cliché in cui mi ero trovata invischiata; loro si rivolsero ad un terapeuta che li convinse che le relazioni extraconiugali a volte sono una mano santa per i rapporti stagnanti. Con loro non funzionò. O meglio, il tradimento fu il cardine attorno al quale ruotarono tutti i litigi successivi. Ma non si lasciarono nemmeno in quella occasione.

Durante il ricevimento delle mie seconde nozze lei rovesciò un calice di vino sui calzoni di lui, reo di aver guardato con fare languido una mia cugina. I figli li portarono via, imbarazzati. La festa andò avanti fino a notte fonda, il mio matrimonio durò tre anni.

I loro figli se ne andarono di casa non appena laureati, stufi del clima teso che si era sempre respirato in casa. Lui si trasferì nella villetta che era stata della madre, lei rimase nella loro; ma, ancora, non si lasciavano. Venivano alle cene come se niente fosse, pretendendo di essere gli stessi innamorati che si erano conosciuti all’università tanti anni prima. Alla fine ci hanno gabbati tutti, ci eravamo detti. Del gruppo nessuno era rimasto indenne a divorzi e crisi di mezza età, nessuna coppia era sopravvissuta. Certo, se n’erano create delle altre, ma a ben vedere la relazione più duratura era stata quella di Bebi e Bubi, nonostante i cattivi pronostici e le nostre scommesse.

Quindi l’altra sera, quando Bebi mi ha citofonato chiedendomi di ospitarla per la notte, ci sono rimasta di sasso. Me la sono ritrovata con la valigia piantata in salotto che farneticava su un’ipotetica casa al mare che Bubi voleva comprare. In Liguria mi vuole portare, diceva, ma col cazzo che ci vado io! Non sapevo né perché ce l’avesse tanto con quella regione né perché mi stesse chiedendo asilo quando aveva una villa tutta per sé. Più provavo a calmarla, più lei si incazzava. E poi, continuava, anche la Brianza mi ha sempre fatto schifo. Io da stasera torno a Milano. MI-LA-NO. A quanto pare il ritorno meneghino doveva iniziare dal mio salotto. Tuttavia seguitavo a non capire: erano stati insieme trent’anni e adesso lei lo piantava perché lui voleva una casa in Liguria?

Ascolta, mi disse quando ero finalmente riuscita a stenderle un po’ i nervi, i ragazzi non abitano più con noi: posso vendere la villa e prendermi un appartamentino in zona. Io, che già me la figuravo come un’invadente vicina di casa, tentavo un approccio razionale: i soldi, dicevo, non possono essere stati i soldi a farvi rimanere insieme tutto questo tempo. A quel punto lei si è bloccata: ma no tesoro, mi ha detto guardandomi negli occhi, quelli siete stati voi. Credevi non sapessimo delle vostre scommesse meschine e della tifoseria contro di noi? Più speravate che ci lasciassimo, più ci ostinavamo a stare insieme. Siete stati il collante della nostra storia. Io ascoltavo sconcertata. Lo so che ce l’abbiamo messa tutta per farci odiare, continuava lei, ma vedi, appena uno di voi faceva un commento negativo, meno noi volevamo darvela vinta. Tentavo di intervenire, ma si era lanciata in quel monologo da confessionale e non riuscivo più a fermarla. E lo so che di motivi per lasciarci ne avremmo avuti ben più d’uno, ancor prima del tradimento, eppure abbiamo resistito. Ma la Liguria no, concluse, quella no.

Claudia Oldani

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