ANGOLI

Novembre, si batte la fiacca. Un paio di Gattini saltati stanno bene a tutti, ma se il mercoledì non pubblichiamo sono dolori. Francesco Quaranta poi non lo si leggeva da un po’, ma Angoli contiene tre microracconti il cui filo conduttore non è Flavio Ignelzi, ma _______ (completa a piacere).
L’illustrazione è di DaniPas, da Dark and Light (qui tutta o quasi la serie).

Complementari
Gianluca raccoglie i piatti dal tavolo, il sole scivola sulla porcellana e sparpaglia qualche briciola bruciacchiata che lui rovescia nel sacchetto dell’umido. In questo appartamento anche il tintinnio delle stoviglie pare melodico, sa di vacanza perenne, di banale ma fragrante gioia di vivere, nonostante tutto.

Flò dorme nell’altra stanza, perciò Gian posa i piatti con estrema delicatezza dentro il lavabo che è minuscolo ed evidentemente costruito per dei bambini, proprio come la guancia di lei poco fa mentre le posava un delicato bacio lì al limite estremo del suo sonno. Flò non ha aperto gli occhi, non ha alterato il respiro, ma le è sfuggito un piccolo sorriso, Gian l’ha visto: gli piace pensare che sia un riflesso condizionato al suo tocco e solo al suo. Come in fondo gli piace pensare di essere indispensabile nella vita di lei, nonostante tutto.

La corte fuori dalla finestra scende a capofitto dall’azzurro brillante all’ombra verdacea del giardino interno, è un prolungamento dell’appartamentino, la attornia un quadrato di costruzioni da cui ci si può affacciare e partecipare alla vita degli altri inquilini. Piano di sopra, piano di sotto, piano piano queste vite si compenetrano, i rampicanti di sotto salgono fin sulle inferriate del secondo livello, i potus di sopra scendono a solleticare il ballatoio inferiore, i gatti fanno visita a chiunque senza che si sappia di preciso chi sia il padrone. Ma a Gianluca va bene così, va tutto bene perché qua c’è sempre il sole. È come se questa corte ne immagazzinasse a bizzeffe e ne regalasse i benefici anche quando piove o c’è brutto e fuori partono i tuoni. Oppure quando banalmente fa notte. Il calore del sole come riflesso condizionato alla sua presenza.

È un luogo spensierato, lo rituffa in una fresca piscina di ricordi d’infanzia, là dove il sole era più dorato e il cielo più azzurro tinta unita, nient’affatto profondo e chiazzato di dubbi. Probabilmente è l’odore di nuovo inizio della casa di Flò, proprio lo stesso di quei giorni andati, dove la gioventù era un fiorire di novità ed era chiaro che tutto potesse essere aggiustato, col tempo che avanzava in abbondanza, sempre, nonostante tutto. Una fragranza che sta all’estremo opposto dell’abbandono e della sconfitta di cui Gianluca troppo spesso si fa ambasciatore.

Infatti Flò profuma di sonno e di nuovo, un letargo pronto a sbocciare in una primavera nervosa e perenne senza premure né nervosismi nella sua beatitudine pomeridiana post lavorativa. Quale miglior vetrina per la serenità?

Il ragazzo si nega il secondo caffè, oggi non c’è molto da fare e rischierebbe di agitarsi per niente. Fa un po’ male vedere indossato dagli altri il tipo di vita che si vorrebbe avere e che pare così difficile da afferrare; vedere loro lì che passeggiano, sorridono e dormono persino, come se nulla fosse, come se i dilemmi cruciali di un periodo di passaggio non fossero niente e possano essere tutti sfondati di petto e impacchettati per un trasloco. Ecco, fa un po’ male, pensa Gian, ma è uno di quei dolorini utili, una spia d’allarme, un’interrogazione: Flò è una sfinge benevola che sonnecchia enigmatica e non dice, non chiede, non fa nemmeno un suo classico indovinello. Nel frattempo però le possibili risposte si affastellano lo stesso, grattano alla finestra chidedendo ascolto, gocciolano sul tavolo e sul pavimento. Gian le spazza via dalle piastrelle chiare assieme alle briciole, poi lava per terra perché certe risposte sono viscide e imbrattano.

Dalla cucina sente Flò aprire gli occhi, sedutosi a contemplare quel bel pezzo di mondo in siesta, la sente distintamente sollevare le palpebre. Cosicché quando lei parla, la sua voce roca non è una sorpresa. Vieni qua. È la sua domanda, ma anche imperativo, dubbio e certezza, scelta e destino. Il fatto è che Gianluca non lo sa se ci riesce ad alzarsi per andare fino al letto. Non sa se può permetterselo. Nonostante tutto.

Supplementari
Sonia lancia a Michele una manciata di patatine fritte e gli dice che è uno stronzo, le patatine rimbalzano con impronta unta sulla maglietta e finiscono tra i ciottoli e le sue scarpe. Il lancio della patatina è solo un’ennesima occasione sprecata per andare d’accordo, uno sport come un po’ lo erano i loro incontri. Non si capisce mai da che parte provenga il torto, nemmeno i due stessero ancora a rimpallarsi il peccato originale in un ping pong eterno tra due provetti discendenti di Adamo ed Eva.

La città mogia s’incunea nel vicolo con una brezza umida tipica di molti dei loro dialoghi, c’è sempre almeno uno dei due che si asciuga il naso colante tra una parola e l’altra. È ancora estate sulla carta, ma vatti a fidare.

Michele cerca di spiegare alla ragazza il semplice meccanismo che guida la negazione dei verbi in inglese visto che sembra averne bisogno per rispondere al cellulare. Sonia lo guarda come se fosse sfocato, tutta concentrata a digitare il suo messaggino, non lo ascolta più di tanto, come se avesse di meglio da fare nella vita che stare lì con quegli occhi turbolenti puntati addosso. Michele sa che non è vero, ma un po’ il dubbio gli viene.

Di tanto in tanto, in sere segrete iniziate quando era ragazzina, Sonia dipinge con colori ribelli e forme prive di tecnica. Per come la vede Michele, ogni vocazione andrebbe celebrata e secondo lui Sonia non avrebbe bisogno di fare altro per dirsi libera. Per l’autrice quelle tele sono troppo da sopportare, sono sfoghi che straripano e bruciano di sale nelle screpolature della coscienza. Fosse per lei potrebbe addirittura farle seccare appese faccia al muro, celate, e farebbe davvero così se solo sapesse quanto Michele si cerchi là dentro, ansioso di comprendere quale sia il segno del suo passaggio.

Oggi si è preso dello stronzo perché ha insinuato che lei voglia scopare con un amichetto inglese: quando è lei a scherzare va tutto bene, quando ci prova lui volano patatine. Ma è ancora oro, se si considera che una volta Sonia minacciò un tizio con un coltello; si trattava di una storia d’altra pasta: non potrebbe capitare con Michele perché alla fin fine lui è solo un tenerone innocuo protetto dal wwf, dato che ora s’è pure liberato il posto dei panda. Così ci si limita a dargli dello stronzo perché si ostina a giocare con sentimenti idioti: nel loro caso, con queste possessività incarnite che è un attimo scambiare per gelosie e subito imbastirci dei processi.

Sonia gioca come sempre in difensiva. Oggi poi, dopo la confessione di aver strappato la maglietta regalatagli da Michele, teme chissà quale rimostranza, abituata a ben altri personaggi. Il ragazzo può solo indovinarle il dispiacere grazie a quel poco che ha imparato di lei penetrando la naturale difesa immunitaria che Sonia ha nei confronti della sincerità: prima confessa le emozioni in fiotti di baldanza, come sulle sue tele, per poi raccattare tutto e nasconderlo sotto il tappeto di una faccia di cazzo allenata dall’esperienza. La negazione dell’opera stessa. Finge un vuoto mentale che Michele sa più denso di quanto non voglia far credere. E quando quella sua spensieratezza esasperata si sbuccia, viene via pian piano, a Michele basta grattare un poco per scorgere una polpa simile alla sua.

Anche noi abbiamo avuto i nostri momenti croccanti, dice il ragazzo per estorcerle un sorriso che lei soffoca subito in altre patatine quando ricorda che in quell’istante ufficialmente lo odia. Fossero stati soli in una stanza, ci sarebbe stato un bacio più o meno rubato.

È da un po’ di tempo che non sono soli in una stanza e più stanno lontani più si respingono, mentre più sono intimi più si compenetrano. Quando stanno a quella distanza media, con un tavolino da bar di mezzo, si studiano guardinghi. Ping pong senza reti.

L’ultima volta in cui si guardarono nelle pupille, Sonia gli si aggrappò alle ossa magre quasi cercasse appigli per non farsi trascinare via dalle proprie pessime scelte. Dal canto suo l’altro si fa sempre trascinare via, impreparato ai colpi di testa altrui. Colpa di venti suscettibili e parole sbagliate, dubbi inutili e fastidi insignificanti. Il fidarsi troppo gli funziona esattamente come il non fidarsi del tutto e in quelle tele, che Sonia dipinge con più speranza di quanto vorrebbe ammettere, lui risulta sempre sfocato, insignificante, abbozzato.

Lei gli fa presente le promesse di futuri costruiti per gioco, però lo ignora nel quotidiano. Avrebbero bisogno di equilibrio, pensa lui rubandole una patatina di mano che tuttavia cade a terra per essere assalita dalle formiche.

Esplementari
La prima cosa che Romeo fa quando resta a dormire a casa di qualcuno è scusarsi del sonno agitato. La gente mi odia per questo, aggiunge come se effettivamente ci fosse una processione di forconi pronta a metterlo alla gogna per la sua scarsa tranquillità notturna. Fatto sta che anche stamane si sveglia col dubbio di esser stato un pessimo ospite. Se non scatta seduto è solo perché necessita di qualche secondo per stabilire dove si trovi, c’è tempo. Si complimenta con se stesso e si rilassa quando conclude di essersi addormentato nel nido di una splendida vita bohemien, sotto una finestra di sole liquido che prima di sorgere ha atteso l’estinzione di una candela infilata nella sua bottiglia di Nero d’Avola. Il letto è un divano squadernato e adagiato su pile di libri a due passi da una macchina da scrivere. Sorride nel suo dormiveglia di quanto la créme letteraria della città lo invidierebbe, se solo sapesse.

Ha però un sobbalzo quando avverte la schiena di Merope contro la sua. Che cazzo ci fai qui, le bisbiglia tra il divertito e l’interdetto. Lei che dormiva altrove quasi volesse vegliarlo dall’alto e che ha canticchiato una ninna nanna in un mix di lingue sassoni fino a diluirgli la coscienza in un sonno ebbro e dolciastro. Dopo le parole di Romeo, Merope si rannicchia nel suo dormiveglia fetale, forse offesa, forse indifferente, forse incapace di riconoscerlo dopo solo una serata di studi reciproci.

Merope panenergica e incontenibile, versatile e buona, un sistema di fragilità che si sostengono a vicenda su un nucleo ansioso e una mente vorace. Merope conosciuta per caso, trovata lanciando un racconto nell’etere come un messaggio in bottiglia o una radiotrasmissione verso le stelle, Merope pescata e giunta fino a lui uscendo da una fotografia per mostrarglisi attraverso tocchi, gesti ed espressioni.

In un pensiero fugace la rivede appoggiata alla propria spalla ore prima, a sfogliarsi un poco di modo che lui potesse leggere qualcosa di più. A sua volta anche Romeo si contorce sul materasso perché sente il cuore gonfiarglisi fin troppo. Si costringe di nuovo al sonno, c’è tempo.

Romeo si comporta come se a disposizione avesse tutto il tempo del mondo. Vive metà della vita come se tutto potesse aspettare ancora un pochino prima di accadere, lo impiega a prepararsi o a dormire. L’altra metà è per i pentimenti.
Ma non si è accorto che il suo temporeggiare si è tradotto in un gioco di dita sulla schiena di Merope, una scrittura di rune e desideri che le solleticano le scapole fino a che lei non si spazientisce. Silenziosa si impossessa del suo braccio e ci si avvolge contro. Romeo dovrebbe ammettere che non c’è altro in quell’istante di tenerezza se non un nuovo stato di quiete, elettroni che tirano il fiato, alchimie in attesa, non c’è altro se non vite che si strusciano per un attimo e poi tornare ad altri abbracci, altri impegni, ai loro chilometri. Non c’è altro, ma se così fosse Romeo non vorrebbe essere un artista: per lui in ogni insignificanza c’è il mondo intero, in ogni gesto un racconto, in ogni spazio annullato una storia e in ogni dettaglio il peggiore dei diavoli. E ha bisogno di tempo per capirli, scartarli, soppesarli, questi mondi. Tempo che non c’è mai.

Cosicché quando Merope si alza bagnata dal sole e va incontro al suo giorno, scapigliata di sonno e serena di propositi, lui resta a mani vuote. Spazzato via da una scrollata di capelli monumentali e rossastri.

Francesco Quaranta

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