CESARE E I SUOI FIIIIIIIIIIIII

Nuovo Cinema Mazzanti/Bergson in Altered States, Cesare e i suoi FIIIIIIIIIII: “Non è il lavoro, no, non è il fatto che una persona sia obbligata a svolgere una mansione anche umile per guadagnare i soldi necessari per mandare la propria figlia a scuola, no, non è questo. Dovete capire esattamente perché io sto così male.” Racconto lungo, ma mooolto meno di quanto possano sembrare lunghi 15 giorni.
L’illustrazione, da Dark and Light, è di DaniPas.

Ancora 15 giorni (1)

Pulisci DUE volte, pulisci sempre DUE volte. Mi capisci? Capisci quel che sto cercando di dirti? È chiaro no? DUE VOLTE, porco cane, DUE VOLTE!

FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

Prima devi spazzare. Sacchi neri e giganti di cartacce, programmi buttati, bicchieri di plastica per caffè consumati frettolosamente tra una proiezione e l’altra, fazzoletti colmi di muco, mozziconi di sigarette, ma io dico, mozziconi di sigarette dentro ad un cinema, è dal 1975 che è vietato fumare nei cinema.
Poi dai il cencio, pulisci i bagni e se necessario rimetti la carta igienica. Vai giù nella sala multimediale. La sala multimediale è un po’ il posto che preferisco qui allo Stensen, perché non ci scende mai nessuno. È fresco, è un sotterraneo. Ci sono due grosse colonne ricoperte di calcestruzzo in mezzo alla sala. Luceri ci fa le sue lezioni di Storia del cinema il martedì sera. Ci sono sessanta sedie blu elettrico e due verde pistacchio.

Da qui si accede, tramite una piccola porticina nascosta dietro ad una tenda, all’immenso archivio di locandine cinematografiche, una Babilonia buia di corridoi e oggetti catalogati, piccole cordicelle che scendono dall’alto, se le tiri si accende una lampadina polverosa che illumina solo il piccolo cerchio entro cui stanno iscritti i tuoi piedi in posizione rilassata.

A volte, qui nella saletta multimediale, mi guardo qualche film di nascosto col proiettore. La scorsa mattina mi sono visto un film con Silvio Orlando, La passione. Non l’ho finito solo perché ho sentito degli strani rumori nella stanza accanto a me. Provenivano dalla piccola stanza accanto, quella col pavimento in legno bianco, sì perché lì giù, nel seminterrato, c’è anche un locale adibito a set fotografico e magazzino che è stato abbandonato da tutti. C’entro e ci esco solo io più o meno una volta ogni due settimane. E la scorsa mattina ho sentito dei rumori provenire da là dentro. È una stanza dove i grandi capi hanno ammucchiato scatoloni di vecchi volantini. Ora io dico, ma vi sembra il caso di stamparne così tanti? E ci fosse poi qualcuno che li distribuisca, dico io. Questa cosa degli sprechi è terribile.

FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

Tanto non lo capiranno mai. Ho provato così tante volte a far capire a quello là, al direttore, e anche a quell’altro, ad M. C., di fare un po’ di differenziata. La carta da una parte, la plastica da un’altra, l’organico da un’altra ancora e poi solo infine l’indifferenziata. Ma niente. A volte mi metto a suddividerla dentro ai sacchi neri della spazzatura.
Sono stanco. Non gli dico più niente a questi qua. Anche perché fra quindici giorni finisce il mio contratto e me ne vado. Finalmente posso tornare dalla mia famiglia e godermi qualche settimana di riposo, poi trovarmi un altro lavoro lontano da questo inferno di Stensen.
Mi ricordo ancora il giorno in cui ho firmato il mio contratto con loro. Per sette anni sarei stato il tutto fare di questo luogo. Avrei cambiato lampadine, pulito i cessi, sarei stato il sostituto dei cassieri, il responsabile di sala, tutto e di più.
Mancano ancora 15 giorni alla fine. E allora il contratto sarà solo carta straccia. Bellissima carta straccia da riciclare.

Ancora 15 giorni (2)

È terribile, è terribile.
Quando ho finito di pulire la sala, prima di dedicarmi ad un altro locale dello Stensen, spesso vedo Marco il cassiere o Francesca Billato lì alla cassa che scrivono sul computer. Ciattano, dicono loro. Ai miei tempi mica si ciattava. Ci insegnavano ad usare Dos. Facevi tutto con la tastiera: F1, F2, F3 avevano un senso, come le virgole.
Adesso no. Ciattano, dicono loro. Ma che avranno mai da dirsi tutto il santo giorno? FIIIIIIIIIIIIII Questa smania di parlare con la gente. Uscite fuori e incontratevi in una piazza, come si faceva noi quando eravamo giovani.
Quando sono a lavoro sto a testa bassa e spazzo, pulisco i cessi, riempio i grossi sacchi della spazzatura con cartacce e bicchieri usati del caffè, mozziconi di sigarette. Quando ho in mano quel grosso cencio pieno di candeggina penso che fra 15 giorni ho finito di lavorare e me ne posso finalmente tornare a casa dalla mia famiglia.
E poi sento come un FIIIIIIIIIIIII dentro alla testa, tanto improvviso quanto doloroso. Mi fa tremare la scatola cranica. Mi porto le mani sugli occhi e comincio ad agire come se non fossi io a gestire le mie stesse azioni e appena mi riavvicino ad uno di questi ragazzi che stanno alla cassa e che ciattano, è più forte di me, io gli attacco un pippone.
Quasi me ne vergogno. Quasi quasi preferirei mordermi la lingua. Ma non posso farci niente. Il pippone è più forte di me. Lo sento scorrere nel mio palato. È lui che prende le decisioni al mio posto.
Io non lo penso, è lui che pensa me.

Pippone (1)

Appoggia le mani sul bancone della cassa e sorride. Ci guarda come se fosse in attesa di qualcosa. Noi sappiamo che ha occhi grigi e capelli folti, denti piccoli, sappiamo che quando si eccita tutto durante i suoi lunghi pipponi piega le gambe e le braccia verso il basso, stringe i pugni e poi distende gli arti verso l’alto, uno slancio che ci ricorda nostro nipote a tre anni. Noi contraccambiamo lo sguardo in modo scettico. Siamo lisci come un pezzo di marmo.
Ricordiamocelo: lisci come un pezzo di marmo.

«Perché quelli là – dice Cesare indicando il soffitto – quelli che si definiscono Manager, quelli che prendono delle liquidazioni… hai presente i manager della Fiat?»
«Cesare, stiamo parlando in senso metaforico?», azzardiamo noi che vorremmo tornare alla nostra chat erotica preferita.
«Quelli lì che vengono giù e ti dicono come devi fare il tuo lavoro, perché a me va bene tutto, ma io quando ero qui la prima volta, eeeeehhh un sacco di tempo fa, vaglielo a dire che le cose devono essere fatte bene, e loro sai, questi dallo stipendio bello grosso, questi qua sono tuttologi, sanno anche come si fa a pulire un cesso. Ma io dico, secondo loro io non lo so come fare? Ho un contratto qui io. E poi ci vengono a dire che si spostano in America. Ma se tutti vogliono fuggire da questo paese così e cosà che ci lasciano almeno lavorare a noi, perché così non si sa più come fare. Ma faglielo capire – indica ancora verso il soffitto – a quelli là. Perché mica sono scemi sai, si danno tutte le arie che ci sono e non si può proprio che poi tu gli dici tutto quello che penso, perché sai com’è, tanto poi non ti ascoltano. E allora lava il pavimento e stai a testa bassa. Per loro tu sei il tuo lavoro, così perché dovrei ascoltare quello lì che pulisce i cessi, non avrà poi molto da dirci»
Sorride indicando verso l’alto e fa ondeggiare la testa con una strana forma di assenso e vendetta.

Ancora 15 giorni (3)

FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

Mancano ancora 15 giorni e finalmente me ne ritornerò a casa.
Sono così stanco di lavorare in questo posto. Ogni benedetto giorno ed ogni benedetta notte devo fare sempre le solite cose. Pulire, pulire, pulire. Cambiare la carta igienica e pulire, pulire, pulire. Varichina, amuchina, guanti in latex. Metti la cera, togli la cera.
E mentre sto pulendo, mi accorgo che cola dal mio naso qualche goccia di sangue. Corro davanti allo specchio del bagno giù nella saletta multimediale, nel sotterraneo, per controllare cosa mi stia succedendo e scopro che la mia pelle è diventata tutta grigia, sono comparse delle placche gonfie sottotraccia. C’è tutta una malattia in profondità che vive di vita propria e che mi ricorda una muffa che si estende a perdita d’occhio dentro di me.
Ancora 15 giorni e poi me ne ritorno a casa, dai miei bambini.

Ho dei denti lividi, consumati, friabili. Sembro così vecchio mentre l’emorragia delle cavità nasali mi dona un punto di colore rosso sulle labbra.
Cerco di tamponare il flusso di sangue con un pezzo di carta igienica e mentre lo infilo dentro, giù nella profondità del mio teschio, mi accorgo che dallo specchio una figura maschile mi osserva di nascosto alle mie spalle. Mi volto nel piccolo spazio di questo luogo di decenza per scoprire che solo la parete si estende dietro a me con tutto il suo bianco estraniante. Forse è stata una piccola allucinazione.
Ancora 15 giorni e potrò riabbracciare mia moglie.

Sfrutto l’occasione per fare un po’ d’acqua. Sollevo la seggetta e butto uno sguardo alla pozza ristagnante là giù. E c’è qualcosa che sbatte le palpebre. Sembra una monocellula ciliata gigantesca con una pupilla nera fissa su di me. Sì, santo cielo, sì, è proprio un occhio. Un occhio. Porca paletta, cosa diamine ci fa un occhio lì dentro. Mi chino per controllarlo meglio e lui sbatte la sua palpebra come fosse la pinna di un piccolo pesce e nuota verso lo scarico, in profondità, dove la corrente spinge via gli scarti. E semplicemente sparisce.
Ancora 15 giorni, devi resistere ancora 15 giorni.

Esco dal bagno e mi accorgo che sulle pareti ci sono delle piccole macchie nere che si muovono. Sono ovunque. Sto impazzendo. Sembrano insetti. Miliardi di insetti. E scolopendre. E Aracnidi.
Corro per le scale lontano dalla sala multimediale per cercare rifugio all’aperto. Devo scappare dal mio rifugio preferito dentro allo Stensen. Se c’è un posto dove mi sento sicuro è proprio quello che devo abbandonare. M. C., Nadia e Brovedani non devono sapere per nessun motivo che sto andando fuori di testa.
Ancora 15 giorni e potrò curarmi per bene a casa.

Ma mentre scendo le scale in fretta e furia, FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII le mie gambe hanno un cedimento ed io rotolo giù, sbattendo la testa contro uno scalino esattamente come la forchetta sbatte le uova per preparare una frittata.
In fin dei conti cosa sono 15 giorni?

Ancora 15 giorni (4)

Quando Cesare riapre gli occhi, si accorge di essere seduto al buio, nella sala multimediale, con un intenso formicolio alle gambe e alle braccia, mal di testa. Quel capitombolo per le scale è stato più intenso di quanto si potesse immaginare. Eppure chi l’ha trascinato fino alla saletta multimediale? Di certo non ha strisciato da solo sui gomiti.
Si porta le mani alle tempie.
All’improvviso un fischio lo fa voltare verso sinistra: dalla sottile linea sottoporta della stanza adibita a set fotografico fuoriesce una luce tale da risultare accecante. Faticosamente si mette in piedi per andare a controllare, ma quando si trova a pochi passi dal pomello, la luce scompare e torna l’oscurità più intensa tipica dei sottoscala o delle botole, delle stanze segrete.
Questo nero che avvolge improvvisamente fa sobbalzare. Il più delle volte vorrei avere tra le braccia la mia piccola bambina. Mia moglie che mi rincuora. Questo strazio sta per finire, ancora 15 giorni.

Apre con un gesto tanto violento quanto carico di cattivi presagi la porta della stanza set fotografico. Nel complesso è tutto buio. Con la mano cerca sulla parete l’interruttore, lo preme temendo per la sua sanità. Una volta che il neon, dopo i consueti lampeggiamenti, si è stabilito gettando il proprio bidimensionale giorno tra le assi bianche del pavimento, scopre che quella stanza è uguale a se stessa, come sempre, tranne, solo il suo occhio allenato potrebbe accorgersene, un piccolo mucchietto di polvere al centro della stanza, tra due assi la cui via di fuga risulta assolutamente equiparabile a qualsiasi altra via di fuga.
Perché restare fermi in un posto per più di 15 giorni fa sì che le linee di demarcazione della nostra vita spostino fuori dalla superficie calpestabile, dove si deposita lo sporco che non si pulisce, tutti i segni tangibili dove i nostri nemici nascondono il loro odio. Contro di noi. Soprattutto contro Cesare, il quale con passi cauti si avvicina a quel piccolo Golgota di cenere e con la punta delle scarpe lo spinge per cercar di capire cosa sia.
Come diamine è possibile che questo sudicio si trovi qua? Adesso vado su e lo chiedo a qualche cassiere. Con la loro mania di fumare quelle cose schifosissime.
Con entrambe le mani appoggiate sui fianchi se ne torna indietro, richiude la porta dietro di sé. Nuovamente il nero. Raggiunge le scale e…

Ma porca cazzolina!
C’è qualcosa disteso per terra che…
Porca cazzolina!
È un corpo disteso…
Ma che cavoletto sta succedendo?
Un corpo disteso a testa e pancia in giù che….
Cesare afferra quel corpo per le spalle e lo fa ruotare. Vuole soccorr…
Ma che cazzo?
Ma porca di quella troia!

Il suo stesso volto, blu e verde, occhiaie, capelli più grigi di quel che sa di avere, una densa schifezza di saliva, sangue e vomito che dalla bocca si ricongiunge al maglione. Lui stesso in versione crepitante. Necrofilizzante. Disgregazione molecolare accelerata. Se stesso morente che si liquefà ansimando. Gambe senza forza ed equilibrio. Tutto ruota come la nausea di scoprirsi morente tra le proprie braccia.
Ma porca di quella maiala puttana!

Il Cesare morente apre lievemente gli occhi. Sono azzurri come le cateratte dei nostri peggiori incubi, al cui centro vibra una pupilla opalescente che tende al vuoto. La morte indossa abiti bianchi. Il nulla non è mai stato nero. Nera è la vita. Neri sono gli abiti dei gesuiti. Nero è il corvo che Noè fece uscire per primo.
I suoi occhi guardano i suoi occhi. Sbattono le palpebre come per trovar forza. Gli viene quasi da ridere nel vedere se stesso, il suo sosia, il suo simulacro, il suo truffatore che lo tiene in braccio sbigottito, la bocca aperta per lo stupore e che continua a ripetere brutte parole che in situazioni normali non pronuncerebbe mai. Sì, perché non ha la forza per spiegare a se stesso cosa stia succedendo, ma lo ha capito perfettamente. E in definitiva anche lui prima o poi ci arriverà.
«Fammi sedere», sbrodola il Cesare morente.
Oh porca troia!
Hanno anche la stessa voce, sebbene la sua sia gracchiante e rotta.

Lo solleva e cerca di riposizionarlo con i piedi verso il basso e la testa verso l’alto. Gli dice di respirare piano e a pieni polmoni. Cioè, o meglio, si dice di… Insomma, non lo sa.
Si allontana con entrambe le mani tra i capelli. Ha un mal di testa pazzesco. È questo cazzo di posto di merda! È questo cazzo di Stensen del cazzo! Cosa cazzo sta succedendo!
Fruga nelle sue tasche e trova il suo portafogli nelle tasche dell’altro, ma anche nelle proprie e allora apre il portafogli dell’altro e ci trova una foto di sua figlia, la stessa identica foto che possiede anche lui e che di tanto in tanto guarda in attesa che quei 15 giorni finalmente finiscano.

cesare-fiiii

Oh come è carina sua figlia! Vuole domandargli, cioè domandarsi, cioè… porca troia cosa cazzo sta succedendo qui, ma appena avanza col piede verso il suo se stesso con fare dialogante, un fischio terribile gli fa dire delle cose che non vorrebbe dire.
FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
Se le sente uscir di bocca contro la propria volontà.

Pippone (2)

E che non c’è più rispetto. Quando io ero giovane – ma cosa cazzo sto dicendo – portavamo molto più rispetto alle persone di una certa età. Non è che non ci fossero i ragazzi poco per bene, ma hai visto che fine hanno fatto? Sono tutti finiti male. Chi nella droga, chi per la strada.
Oggi invece tutti i ragazzi sono così. Marco il cassiere è un bravo ragazzo – ma porca troia perché non riesco a parlare di come mai mi ritrovo di fronte al mio clone? – ma in generale sono tutti così. Maleducati, non portano rispetto per le cose – non riesco a parlare col mio clone. Ma te lo dico io di chi è la colpa (indica verso l’alto con l’indice).

E che quelli dei piani alti non si rendono conto che hanno distrutto la scuola. Prima se tornavi a casa con un brutto voto giù scapaccioni. Adesso invece sono i genitori che vanno dai professori e chiedono a loro, capisci, a loro, ai professori di giustificare i cattivi voti. I problemi di questa società iniziano proprio dalla scuola (il Cesare morente fa sì sì con la testa. Vorrebbe parlare anche lui, c’è quel fischio assordante FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII dentro alle pareti del suo cranio che lo obbliga a pipponare, ma non ne ha più la forza. Gli sembra letteralmente di impazzire. Tossisce un po’. Cerca di tirare su la schiena sopra la sedia, per stare un po’ più diritto, ma non ce la fa. Vede un intero pezzo di pelle staccarsi improvvisamente dal suo zigomo e precipitare per terra. Non sente neanche dolore. Vuole solo far smettere questo fiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiischio dentro al suo teeeeeeeeeeschio).

Se solo la scuola fosse organizzata in un modo migliore, avremmo dei cittadini migliori, capisci? (Prende la scopa e ripulisce il pavimento dai pezzi di pelle che cadono dal volto in disgregazione dell’altro se stesso). Si comincia da lì a formare i cittadini. Non verrebbero al cinema a fare sporco. Sarebbero persone migliori perché si prendono cura delle cose, anche se quelle cose non gli appartengono. Perché questo (sì sì con la testa e colpi di tosse. Gli occhi stretti a fessura per cercar di controllare il dolore di quel fischio dentro al cranio, porca troia, quel fischio dentro al cranio) si chiama essere persone civili – stronza della miseria non riesco a fargli le domande importanti, qualcosa, qualcosa dentro alla mia testa mi sta obbligando a parlare di stronzate, non gliene frega a nessuno di queste ovvietà, non me ne frega niente neanche a me, è questo fischio che sento solo io (non ce la faccio più, devo pipponare, muovere la testa dall’alto verso il basso non mi dà nessun sollievo), che mi impedisce di… – e le persone civili stanno in fila educatamente – …chiedere le cose importanti – e quando gli chiedi una cosa, a questi ragazzi – chi sei? come è possibile che tu sia me? cosa cazzo sta succedendo? cosa diamine ti è successo? succederà anche a me? – se per favore, per favore possono non buttare i bicchierini del caffè per terra, fumare fuori, c’è una legge che lo impedisce – chi ha stabilito queste regole deliranti? tu puoi spiegarmi, darmi consigli? la tua faccia, la tua faccia è la mia faccia? sono impazzito? – ma vallo a spiegare a quelli che stanno là su, non lo capiranno mai.

Ancora 15 giorni (5)

E poi capisce che non può andare avanti così. Cesare lascia il Cesare morente lì nel seminterrato e corre goffamente la prima rampa di scale e poi la seconda rampa di scale e poi la terza rampa di scale e si ritrova al primo piano. Con un colpo violento spalanca la porta antincendio e si infila dentro all’ufficio di Diana, che sta facendo tornare i conti dello Stensen direttamente dal suo computer con veloci clic della mano destra.
Diana si limita ad osservare con un certo qual disappunto quell’uomo, quel Cesare, che ha il fiatone dopo tre rampe di scale. Due occhi spalancati pieni di terrore. Adesso però mi spiega cosa diavolo sta succedendo qui.
Fa per aprire la bocca e
FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
Questo fischio infame dentro di lui. È dentro di lui.

«Tutto bene?»
«Perché i ragazzi devono imparare a non fare sporco in sala».
«Oh senti, Cesare, ora non ho tempo».
«No, no, ascoltami attentamente».
«Va bene dimmi».
«I ragazzi fanno sporco DOPPIO se sono tutti UGUALI, mi capisci?»
«Certo, ma me lo puoi spiegare dopo che ho fatto i conti?»
Cesare la manda letteralmente a quel paese con un gesto della mano e corre verso l’ufficio di Brovedani. Il padre gesuita sta scrivendo un inno a Satana e quando sente qualcuno che apre violentemente la porta, tenta di nascondere il foglio Word riducendolo a icona, ma non ci riesce e comincia a balbettare:
«Sì, ehm, sì, bene bene, ehm, sì sì!»
FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
«Padre i ragazzi, i ragazzi, mi capisce almeno lei, i ragazzi fanno DOPPIO sporco se sono tutti, tutti UGUALI a COPPIE, DUE sporchi UGUALI, mi capisce?»
«Per l’amor del cielo – è riuscito finalmente a chiudere il file – per cosa mi disturba? Qual è il suo problema?»
Cesare esce dalla stanza ed entra in quella di M. C.
M. C. è seduto alla sua scrivania. Tiene in mano un telecomando che ha un unico bottone rosso. Cesare osserva l’indice di M. C. che scende verso il basso e preme proprio quel bottone lì.
FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII (Cesare si porta entrambe le mani sopra le orecchie) IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII «Dimmi Cesare, è successo qualcosa?» IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII «Ti vedo un po’ sconvolto, è successo qualcosa?» IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII «Cosa mi volevi dire?» IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII
M. C. solleva il dito dal pulsante e finalmente il fischio sparisce.
«I ragazzi – risponde sentendo tutto il peso di dicembre dentro al suo cuore – sporcano doppio – toglie le mani dalle orecchie – sporcano doppio se sono uguali».
«E tu pulisci DOPPIO no? Ti paghiamo per questo, no?»

Ancora 15 giorni (6)

Perché Cesare non sia saltato alla gola di M. C. è un mistero vero e proprio. Probabilmente si tratta di uno di quei casi di introversione che nei momenti di difficoltà portano il soggetto ad abbassare la testa. Ma d’altro canto se voi aveste una famiglia da campare e vi mancassero solo 15 giorni al “congedo”, cosa fareste?

Cesare sente che gli manca l’aria. Comincia a correre giù per le scale e si ritrova sul marciapiede di viale Don Minzoni. C’è la pista ciclabile col suo color rosso vernaccia. Ci sono le foglie secche di dicembre che svolazzano in tubini di vento ghiacciato. Le automobili in fila al semaforo. I clacson. I passanti con le borse della spesa. Ci sono le nonne che camminano con gli occhi pieni di regali. C’è Cesare sudato che osserva tutta questa normalità, la vita che continua là fuori, con un misto di angoscia e nausea.

Non ho preso la giacca e il golf è troppo poco. Si inginocchia, ripiegandosi tutto su se stesso. Fuori fa freddo. Ancora 15 giorni e poi potrà tornare dalla sua famiglia. La sua famiglia che non vede più da tanto tempo. Perché questo lavoro è come una prigione. Ci sono sbarre e secondini, orari per il pranzo e piccole cuccette nello scantinato. Ogni sessanta minuti ti vengono addebitati 11 centesimi di euro o qualcosa del genere. Perché la questione si pone su un piano fondamentalmente quantitativo.

La persona più adatta a scrivere un saggio su Bergson è senza dubbio Cesare, anche se per lui il problema allo stato attuale è come fare a non macchiarsi i vestiti con quel getto di vomito che gli esce dalla bocca, mentre è inginocchiato in mezzo alla pista ciclabile fuori dallo Stensen. Il getto è continuo e lui cerca di indirizzarlo quanto più possibile verso il tombino lì accanto. Ma si sa, i liquidi seguono sempre delle leggi non del tutto definibili dalla volontà individuale. E oltretutto non una mano a tenergli la fronte. Non una giacca a riscaldargli il tronco del corpo. Non una parola dolce detta da qualche amico per confortarlo.

In un attimo di pace gastrica, solleva la testa per guardare i lampioni invernali che lampeggiano nel crepuscolo. Le automobili accendono i fari bianchi. Gli alberi sembrano serpenti lisci la cui lingua si spacca in mille rami forcuti. Non c’è silenzio, anzi un caos urbano e indifferente.
E quel dito, quel dito che preme il pulsante, M. C. che sogghigna nel suo ufficio mentre la mia testa fa FIIIIIIIIIIIIII. Tutto bene? Quel FIIIIIIIIIIIIIIIIII che lo obbliga a pipponare. Voglio dirti ciò che penso realmente. Confessarti che così ci rimetto le penne. Ti griderò in faccia tutto quanto il mio odio. Non è il lavoro, no, non è il fatto che una persona sia obbligata a svolgere una mansione anche umile per guadagnare i soldi necessari per mandare la propria figlia a scuola, no, non è questo. Dovete capire esattamente perché io sto così male.

Cesare si rialza in piedi. Le sue gambe sconvolte stanno tremando. Rientra dentro allo Stensen e sente la porta a vetri tagliafuoco che si chiude metallicamente alle sue spalle, come fosse la grata di acciaio di un bagno penale.
Pulendosi con la mano i residui gastrici rimasti sulle labbra, scende nel sotterraneo, dove seduto nel pieno centro della sala multimediale c’è Cesare morente, sotto la cui pelle si comincia ad intravedere la forma dello scheletro. È come se si stesse decomponendo. Sembra tutto proiettato verso la morte.

Ancora 15 giorni (7)

Per parlare con se stesso, cioè con l’altro se stesso, con quello uguale a lui, ma che non è lui, insomma, con quel sosia lì, vivo o morto a seconda dei punti di vista, ecco per parlarci senza che si attivi il pippone, Cesare doveva inventarsi qualcosa. Intendo entrambi i Cesari… inventarsi… insomma!
Solo che uno dei due era messo proprio male. Se lo abbiamo definito morente è perché propriamente sta morendo. Si sta decomponendo. Le sue facoltà intellettive si sono ridotte al 24%, cioè il prodromo della coercizione a cui tutti noi siamo soggetti.
Cesare comincia a spazzare intorno alla sedia dove si sta decomponendo l’altro se stesso. Per il momento se ne sta in silenzio perché non sente nessun fischio dentro alla propria testa. Ma che sofferenza non poter parlare, chiedere, domandare.
Tutta questa situazione è assurda.

Poi, mentre insiste con la scopa in un angolo perfettamente pulito, ha come un’improvvisa epifania: quel mucchietto di polvere nella stanza set fotografico. Quel mucchietto di polvere non deve trovarsi lì. Perché io il mio lavoro lo faccio bene. Sarò anche un po’ lento, ma lo faccio bene.
C’è uno sguardo d’intesa col suo sosia, che sembra incoraggiarlo, nonostante la continua perdita di capelli.
Cesare si incammina, apre la porta, accende la luce e si china su quel sudiciume di polvere.
Le vie di fuga delle assi di legno sono forse qualche millimetro più larghe del normale. Non ci aveva mia fatto caso. Forse che…
Corre a prendere un cacciavite nella cassetta degli attrezzi e con il taglio di acciaio si intrufola tra le fughe e tenta di produrre una leva. La prima asse su cui prova non ne vuole sapere di spostarsi, allora si concentra su quella accanto che fa sì resistenza, ma un po’ si muove. Forza sempre di più finché non riesce a sollevarla di qualche centimetro. E da sotto emerge come in uno scafandro la luce accecante della propria origine.
È come preso dalla frenesia. Raschia, scava, gratta, aumenta e diminuisce il braccio della leva, il suo fulcro, il peso del suo corpo, la paura che aumenta, i battiti del cuore, la vena sulla tempia. Ci mette circa venticinque minuti, ma alla fine riesce a sollevare l’intera asse e scopre che da lì discende una scaletta di metallo. Dopo venti minuti trionfa sulla seconda asse di legno, creandosi uno spazio sufficiente a permettergli il passaggio.
E comincia a precipitare.

Ancora 15 giorni (8)

Se la luce del neon è piatta, questa lo è ancor di più. E inoltre è anche accecante. Gli ci vogliono almeno cinque minuti per adattarsi. Poi, piano piano, comincia a mettere a fuoco. L’aria sa di cloroformio, disinfettante, criogenesi.

Il corridoio è stretto e bianco. Su entrambe le pareti ci sono dei portelloni che ricordano un obitorio. Cesare ne apre uno. È un lettino da cui esce del vapore freddo. Appena la nuvola opalescente di freddo si dirada, Cesare scopre un lungo sacco di plastica attraverso cui intravede se stesso, dormiente, rilassato, degli elettrodi su tutto il corpo, i vestiti uguali a quelli che indossa.
Richiude lo sportello e ne apre un secondo e scopre la stessa identica cosa. E poi un terzo un quarto. Centinaia di metri di cubicoli che lo contengono, addormentato e sempre identico.

Vorrebbe piangere. Al settimo sportello che apre, sente le forze venirgli meno. Si accascia a terra e ricomincia a vomitare. Poi si alza e si osserva nel sonno. Appoggia il cacciavite su un proprio occhio, cioè sull’occhio di un altro sé, di un suo clone o quel che porca troia è, e lentamente aumenta la pressione. La punta di acciaio sprofonda con una certa facilità. Non esce neppure il sangue. È un liquido denso e quasi nero sul punto di agglomerarsi in una crosta ghiacciata. Il cacciavite sprofonda nell’occhio per dieci centimetri.

Risale su, rimette a posto le assi di legno. Il cacciavite ancora in mano. Corre dal suo clone. Appena entra nella sala multimediale lo trova accasciato a terra. Afferra la sua mano per aiutarlo a rialzarsi, ma basta lo sforzo di trarlo a sé per far sì che la mano si stacchi dal braccio. È cretata. La stringe e si sbriciola in goffi pezzi di materia secca.

Tenta allora di sollevargli la testa, ma il collo, il collo, anche il collo si spacca come un blocco di granito precipitato a terra. Sono frantumi quelli che sta calpestando. Sono frantumi di un altro se stesso.

Ancora 15 giorni (9)

Cesare esce fuori dall’edificio dello Stensen e corre. Corre a perdifiato. Era da anni che non sentiva una fatica così disperata. Ha le lacrime agli occhi. Corre per tutto viale Don Minzoni e appena arriva in Piazza della Libertà si accorge che non ce la fa più. Si ferma a riprendere fiato mentre le automobili corrono come cose pazzesche. I semafori sono rossi, verdi, arancioni. Attraversa la strada mentre i clacson suonano e i freni stridono. Ma lui riprende a correre ed entra dentro via San Gallo. La percorre quasi tutta finché non trova la centrale di polizia. Ha un fiatone pazzesco. Il poliziotto giù in portineria lo guarda con due occhi così.

«Cosa vuole?»
«Devo… anf anf… fare… anf anf…»
«Prenda fiato».
«No, no… anf anf…. devo fare… anf anf…»
«Sì?»
«Anf anf… una… anf anf… denuncia».
«Allora guardi, salga al terzo piano, secondo corridoi a destra».
Cesare riprende a correre. Si fa le tre rampe di scale, oltrepassa il primo corridoio e poi il secondo corridoio ed entra dentro alla stanza delle denunce.
FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

Pippone (3)

Signor poliziotto, lei deve capire che i giovani d’oggi non portano rispetto per il lavoro degli altri. Anche se sono DUE, UGUALI, capisce? UGUALI!
(Indica verso l’alto con la mano) Quelli lì, intendo i manager, CAPISCE?, i MANAGER vengono a dirci come dobbiamo comportarci e poi prendono delle liquidazioni che sono proprio da capogiro. Mentre noi stiamo a lavorare per due spiccioli.
E poi dico io, se mi dai un lavoro, dovrai pensare che sono qualificato per quel lavoro, no? Anche se sono DOPPIO, intende? Ma loro, i MANAGER, scendono giù e ti dicono che devi fare questo e quello come lo intendono loro anche se poi di come si tiene pulite un posto non ne sanno praticamente nulla. Ecco perché sono qui. Capisce quel che sto cercando di dirle? Lo capisce?

Ferruccio Mazzanti

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