ROCK CRIMINAL #17: AL JACKSON JR

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. “Al Jackson Jr., il prodigioso batterista del gruppo southern soul Booker T. & the M.G.’s, è stato ucciso”: così il Commercial Appeal il 2 ottobre 1975, il giorno dopo la misteriosa morte del “più grande batterista del mondo”, come lo aveva definito Otis Redding.
L’illustrazione, da
Dark and Light, è di DaniPas.

Si può continuare a vivere nella residenza dei cattivi ricordi? I vicini se l’erano sempre chiesto. La guardavano con diffidenza. Un saluto di cortesia. Mai una chiacchiera cordiale. Ma Barbara non se ne andò da lì. Al 2885 di Central Avenue i ricordi battevano al ritmo di otto colpi di arma da fuoco. E lei continuava ad ascoltarli. Con rimpianto. Con il rimorso. Nessuno l’ha mai capito.

Barbara aveva sparato a suo marito. Barbara era innocente della sua morte. Certo, a volte doveva chiudersi le orecchie con le mani. Durava a lungo quel battito. Spesso solo il tempo delle esplosioni. Quando toglieva le mani e guardava dalla finestra il parco di fronte alla grande casa in mattoni rossi, tutto sembrava tornato a posto. Oltre il parco, il lungo viale alberato era tranquillo. La quiete di un quartiere alto borghese di Memphis che non conservava nessuna traccia di tragedia. Il prato sempre ben tagliato. Il giornale ogni mattina davanti alla porta insieme al latte. La porta dei coniugi Jackson era sotto un porticato sorretto da bianche colonne di marmo in stile Graceland versione ridotta, e una mattina il quotidiano lanciato sui suoi scalini riportò la notizia a tutta pagina dell’assassinio del proprietario dell’abitazione: “Al Jackson Jr., il prodigioso batterista del gruppo southern soul Booker T. & the M.G.’s, è stato ucciso”, intitolava il Commercial Appeal. Davanti al viale le macchine parcheggiate ordinatamente. Su una di quelle automobili, una sera, calda della mezza estate del Tennessee, Barbara fu sbattuta con violenza. Era la sua autovettura e l’uomo che l’aggrediva urlandole «Troia!» era suo marito. “Il più grande batterista del mondo”, come l’aveva definito Otis Redding, “uno dei più grandi che siano mai vissuti”, secondo Willie Mitchell, ora stava perdendo i colpi dietro a quella donna infedele.

«Dove te ne vai a quest’ora? Eh?»
«Lasciami stare. Io vado dove cazzo mi pare!»
Lui le teneva la faccia premuta sul cofano.
«Dal tuo amante, non è vero?»
«Lasciami andare, Al!»
«No, tu non vai da nessuna parte!», continuava lui prendendola per i capelli e trascinandola verso la porta di casa.
Lei cade sul prato. Si rialza. Lui la colpisce con schiaffi e pugni. Lei entra correndo dentro l’abitazione e tira fuori da un cassetto la sua pistola calibro .22.
«Non ti avvicinare stronzo o ti ammazzo!»
Esplode un colpo a vuoto. Di avvertimento. Ma lui si avvicina.

Sono le otto di sera. Le luci dell’appartamento sono accese. La porta è rimasta aperta. La zona è silenziosa. Solo il vocio dei televisori che nelle case trasmettono il notiziario o un gioco a premi arriva da lontano.
«Ti ho detto di non avvicinarti o giuro che ti ammazzo! Ti ammazzo Al!»
Lui ride. Al Jackson Jr. non crede alla sua minaccia, si avvicina di più, sempre di più, sprezzante, furioso, cattivo. Lei non può far altro che tenere fede al suo giuramento. Il proiettile centra Al Jackson Jr. al petto. Lui sembra quasi non accorgersene. Il dolore non è poi così forte come immaginava. Quando spararono a Sam Cooke pensava a chissà quale dolore dovesse aver provato. Invece poco o niente. E non è sufficiente a fermarlo. Disarma la moglie. La pistola scivola sotto un divano. Così va nella camera da letto e prende la sua .38. La sua arma è più grande. Lui è più forte. Torna di là e spara. Ma esplode solo un colpo a terra: la ama, nonostante l’odio ancora la ama e non vuole farle del male. Non voleva fargliene neanche prima, ma la gelosia lo fa uscire fuori di testa. Il ritmo cambia e lui non riesce più a seguirlo. Respira affannato, ora il torace va a fuoco e ogni forza, qualunque rabbia, sono esaurite, inghiottite da quel piccolo buco sul petto. Crolla sul pavimento e aspetta paziente l’arrivo dei soccorsi e della polizia chiamati da un vicino. Non pensa che morirà. Per un po’ non pensa a nulla. Attende. Placato nell’ira dall’assenza di pensiero.

«Chiami la polizia. La prego, chiami la polizia. E un’ambulanza», aveva detto Barbara all’uomo accorso sul viale. Mentre Al ha tutto il tempo per riattivare un ragionamento e rendersi conto che il suo amore è finito lì, in quella lite e in quei proiettili che hanno urlato il fallimento della loro unione.

È il 31 luglio 1975 e Al Jackson Jr. viene ricoverato presso il Baptist Hospital. Le sue condizioni non sono gravi. Al punto che alcuni giorni dopo sarà ascoltato dal giudice della Memphis City Court Joseph McCartie, che il 28 agosto decide di non incriminare per tentato omicidio la signora Jackson, in quanto aveva agito per legittima difesa. Ma d’altronde suo marito neanche aveva sporto denuncia, testimoniando a favore della coniuge affermando che voleva ucciderla.
«Cosa poteva fare, povera donna?»
Torneranno a vivere sotto lo stesso tetto rosso. In camere separate e con una copia della richiesta di divorzio nei rispettivi cassetti al posto delle pistole. È solo questione di poco e poi i primi di ottobre Al Jackson Jr. andrà ad abitare in un appartamento in affitto al 1407 di Walnut Hall Court nel Lynwood Woods Complex. Prima di trasferirsi ad Atlanta. Non alloggerà mai nella casa a est di Memphis. Non arriverà mai nella capitale della Georgia.
Eravamo rimasti a tre colpi di pistola. Ne mancano cinque.

La scena sembra una replica. L’unica differenza è che Barbara ora ha le mani legate dietro la schiena. Chiede ancora aiuto. Sono passati appena due mesi e lei chiede di nuovo aiuto.
Il sergente JS Massey vede una donna in lacrime inginocchiata sul prato davanti al 2885 di Central Avenue. Le si avvicina.
«Lo ha ucciso. È morto. L’ho visto. Al è morto, agente. Lo ha ammazzato».
Il poliziotto si precipita in casa e trova Al Jackson Jr. sul pavimento, faccia a terra, colpito da vari colpi di arma da fuoco sparati alla schiena.
Alla stazione di polizia Barbara Jackson racconterà di un uomo di colore sui trent’anni, alto, con i baffi e abiti scuri, che l’aveva attesa sull’uscio di casa e l’aveva costretta a farlo entrare sotto la minaccia di una rivoltella.
«In casa non c’è niente», gli dice lei.
Lui fruga ovunque, anzi no, no dovunque, fa una ricerca sommaria, superficiale, dopo aver legato Barbara a una sedia con il cavo del ferro da stiro trovato nell’abitazione. Forse davvero non c’è niente. Sono ricchi, ma forse non c’è proprio niente da rubare. Quando suonano alla porta, l’uomo slega Barbara per farle aprire. La tiene sotto tiro. È suo marito – perché Al è ancora suo marito. Lui non fa quasi in tempo a entrare che il rapinatore gli intima di sdraiarsi a terra e svuotare le tasche, mentre immobilizza di nuovo la moglie alla sedia.
Lo chiama per nome.
«Svuota le tasche, Al», gli dice proprio così: «Svuota le tasche, Al».
«Non ho niente. E anche in casa non c’è niente», replica lui.
Il ladro lo guarda, ma non aspetta che si metta le mani nelle tasche della giacca e dei pantaloni, gli spara cinque colpi, senza esitazione, uno dietro l’altro, precisi, con mano ferma, prima di fuggire. Lei riesce a liberarsi dalla sedia e a uscire dalla casa. Ecco, adesso il conto torna: gli otto proiettili che rimbalzeranno nella testa di Barbara Jackson e in quell’abitazione in cortina rossa sono stati esplosi.
Finché morte non vi separi. Barbara e Al ora sono divisi per sempre.

«Ma quale rapina, quell’uomo lo voleva morto», disse uno degli investigatori che seguì il caso. «Il ladro non ha neanche guardato cosa avesse addosso. Aveva dei soldi, ma lui non ha guardato. Se ne è andato senza portare via niente. C’erano anche dei gioielli in casa. Sembra un’esecuzione».

Al Jackson Jr. quel giorno sarebbe dovuto andare a Detroit a lavorare al disco del cantante Major Lance, ma aveva rinviato la partenza per assistere alla diretta televisiva dalle Filippine del campionato del mondo dei massimi di pugilato tra Muhammad Ali e Joe Frazier. “Thriller a Manila”, era il titolo dell’evento che Al seguì sul maxi-schermo del Mid-South Coliseum. Era in compagnia della nuova fidanzata e degli ex colleghi della Stax Records, il cantante Eddie Floyd e il produttore e musicista Terry Manning, colui che l’aveva definito “il metronomo umano”.
La Stax Records, già. L’etichetta che gli doveva un sacco di royalties. Da lì a poco era attesa una sua audizione in tribunale come testimone per la bancarotta della casa discografica e per reclamare i propri soldi. Tanti soldi.

«Lo ha chiamato per nome. Mi capisce detective? Per nome. Lo conosceva». Barbara Jackson insinuò il sospetto che la rapina in realtà fosse un complotto della Stax per togliere di mezzo uno dei principali accusatori. Con chi non avevano suonato i Booker T. & the M.G.’s? In pratica tutti gli artisti sotto contratto con la Stax avevano avuto il quartetto per le loro incisioni. E poi erano il gruppo di maggior successo del Memphis sound. Solo la hit “Green Onions” era un affare da milioni di dollari. Soldi. Tanti soldi.

«Andiamo, allora avrebbero dovuto far fuori anche il resto della band o gente come Isaac Hayes, che doveva avere oltre otto milioni di dollari di diritti d’autore arretrati. L’assassino lo conosceva? Beh, Al Jackson Jr. era famoso». La cosa in realtà non reggeva. L’aveva suggerita agli inquirenti una donna che aveva sparato al marito. Una donna sospettata, anche se non formalmente accusata, di aver inscenato la rapina per sbarazzarsi del consorte prima del divorzio. Soldi. Tanti soldi di eredità. Al Jackson Jr. aveva investito i suoi guadagni in una pompa di benzina nella zona sud di Memphis e in pozzi petroliferi che gli fruttavano ogni anno grosse somme di denaro. Poi le quote da chiedere alla Stax. Per non parlare del risentimento che lei ancora provava per il marito. E un amante. Insomma, i moventi non mancavano di certo.
«Ma non capite che è anche questo che volevano? Sì, far sospettare me. Quelli della Stax, intendo. È tutta una macchinazione».

Il 15 luglio 1976, in un conflitto a fuoco con la polizia a Seattle, rimane ucciso un rapinatore di nome Nate Doyle: era il fidanzato della cantante Denise LaSalle, amica di Barbara Jackson e già accusata in passato di aver coperto la fuga del suo uomo dopo una rapina a mano armata nell’Ohio. Il capitano Tommy Smith e il sergente Jim Hester del Memphis Police Department indagarono fino alla pensione, fino alla loro morte, su quattro persone vicine ad Al Jackson Jr.; una vicinissima. Senza mai arrivare a incriminare nessuno. Quel maledetto primo ottobre del 1975 al 2885 di Central Avenue oltre alla Jackson dovevano esserci la cantante soul e rhythm and blues con il suo ragazzo criminale e il nuovo amore di Barbara.

L’amore è ciò che perdona. Non perdonare mai. Il perdono è fatale. Non amare. Non amare più. Lascia il più presto possibile quella che era la residenza dell’amore.

Sergio Gilles Lacavalla

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