ANIMULA VAGULA

Il mese scorso Olga Paltrinieri ha esordito su Verde con La colpa. Racconti così non arrivano tutti i giorni in redazione, e per questo eravamo molto contenti di pubblicarlo, ma la parte migliore è che sapevamo già di avere un altro racconto di Olga, se possibile ancora più bello: è Animula Vagula, lo leggiamo oggi con Tavola 14 di DaniPas.

Quando erano partiti, non erano che due ragazzini.
Avevano il corpo forte degli atleti, tutta la lucidità e la preparazione che si richiede agli scienziati, la resistenza che si pretende dagli esploratori; tuttavia, sotto la tuta c’erano due bambini che non avevano coscienza di quanto si accingevano a vivere.
Si erano conosciuti solo la settimana prima, ed era stata una vera fortuna che si fossero trovati mutualmente piacevoli: erano destinati a trascorrere insieme, nella scarsa metratura della navicella, i successivi sei anni.
Avevano vissuto i loro ultimi giorni di addestramento in un clima di cameratismo crescente, come se si apprestassero a terminare il liceo; quello che invece stavano per iniziare insieme era un viaggio potenzialmente senza fine. Sapevano bene che mai erano state effettuate spedizioni spaziali di quella durata; c’erano stati studi clinici sugli effetti fisici e psicologici di un tale viaggio, ma essi stessi avrebbero costituito l’esperimento definitivo.

Il lancio era avvenuto con la prevedibile puntualità, senza impedimenti, in una sfolgorante giornata di ottobre; giunti in orbita, avevano concordato sul fatto che lo stress peggiore fosse ormai alle spalle, con il suo contorno di pressione sugli organi interni, adrenalina e paure.
Quello che li preoccupava ora era la noia, anche se ad attenderli vi era un fitto programma di esperimenti, annotazioni e comunicazioni con la base.
Erano comunque due uomini di poco più di vent’anni, improvvisamente scollati dal mondo, in senso letterale e figurato.

Ariel aveva avuto una relazione, fino a qualche mese prima, ma lei aveva scelto di chiuderla e lui non aveva potuto nemmeno addebitarle colpe per quella decisione: al suo previsto rientro avrebbero avuto trentadue anni, e per tutta quella lunga separazione non ci sarebbe stato alcun contatto fisico, solo rare opportunità di comunicare.
Aveva sempre mentito ai colloqui preliminari, dicendo che non c’era alcuna donna nella sua vita: sapeva che i selezionatori prediligono i cani sciolti, pellegrini solitari che non rischiano di impazzire dopo qualche mese di assenza di affetti e abitudini.

Oleg rispondeva maggiormente all’identikit del perfetto astronauta: viveva lontano dalla sua famiglia da quando aveva quattordici anni. Non portava mai avanti una storia per più di un paio di mesi, aveva amici con cui trascorrere i venerdì sera ma nessuno che sarebbe stato provato da quel distacco.

Trascorsi pochi giorni di viaggio, scoprirono quanto fosse spiacevole la mancanza di alcuni conforti terreni: l’acqua che scorre per nettare sporcizia e sudore. Il sapore fresco e zuccherino di un frutto estivo. La semplice possibilità di aprire la porta di casa, inanellare un passo dopo l’altro e riempirsi i polmoni con gli odori del proprio quartiere.
Erano sacrifici che, cumulati tra loro, sommati giorno dopo giorno, creavano la sensazione soffocante di una eterna prigionia.
Alla carcerazione e alle sue privazioni l’uomo tuttavia fa l’abitudine; con lo scorrere dei mesi si accorsero con stupefatta semplicità di poter vivere senza le gloriose mattine d’autunno e senza altra presenza che quella abituale dell’altro compagno di viaggio.
Capirono anche che essere in due su un’isola deserta in realtà non comporta necessariamente un impoverimento delle proprie relazioni umane e della propria vita interiore.

Leggevano molto. Autori diversi, come era logico per due persone con gusti e ambienti di provenienza diversi. Godevano nello spartirsi le diverse letture, condividere le gustose scoperte e le peggiori delusioni. Dai libri traevano poi fili conduttori per le loro conversazioni, che li guidavano nei racconti delle loro vite passate. Trascorrevano lunghe ore mettendosi in pari con la vita dell’altro.
Amavano prendere i loro pasti scrutando l’incredibile visione esterna, dimenticavano la perdita del gusto e dell’olfatto con gli occhi perduti in quel buio punteggiato di isole.
Nei mesi, negli anni, divennero l’uno per l’altro qualcosa che non poteva banalmente essere classificato come un amico o un amante.

Ariel iniziava a non distinguere i suoi pensieri da quelli di Oleg; ricordando aneddoti della vita terrena, gli accadeva sempre più spesso di appropriarsi delle memorie dell’altro.
Si era creata, nella sterile atmosfera di quel laboratorio itinerante, un’alleanza che sicuramente non era del loro mondo.

Oleg si stupiva di quel paradosso; alla partenza si era chiesto con paura come si potessero trascorrere quelle infinite, abissali ore col medesimo essere umano, senza diversivi, senza appigli mondani, senza vie di fuga.
Si ritrovò ironicamente a temere il momento del ritorno, la separazione di quelle anime siamesi che forse non erano più in grado di adempiere autonomamente alle proprie funzioni.

Altri mesi bruciarono.
C’era sempre minore necessità di parole, un bisogno in costante calo anche di carezze e della confortante presenza calda di un corpo vicino al proprio.
Si era perduta l’esperienza, comune a tutti gli uomini, che l’altro da sé celasse uno spazio chiuso a chiave, una stanza dove vivevano segregati gli inconfessabili misteri dell’anima: erano giunti allo stato chimico di soluzione.
Fu allora che Oleg si accorse che qualcosa si stava guastando.

Iniziò a sentire un blocco all’altezza dello stomaco, si accorse che il momento dei pasti (già di per sé, in quelle condizioni, più un obbligo che un piacere) era diventato un calvario, ma dovette passare molto tempo perché realizzasse che in realtà il corpo malato era quello di Ariel.
La lunga consuetudine di considerarsi una cosa sola e la costante presenza sotto i suoi occhi dell’altro, gli avevano impedito di vedere quello che ora sembra spaventosamente evidente.
Ariel era dimagrito, ma il suo addome sporgeva.
Anche i bei tratti del suo viso avevano un turgore nuovo, che li alterava leggermente.
Oleg aprì gli occhi quel giorno anche su tutte le abitudini che non aveva registrato.
Ariel vomitava: prendeva un sacchetto, vi immergeva il viso e con grande sofferenza rigettava metodicamente il pasto.
Dormiva spesso, e ancor più spesso giaceva su un fianco, gli occhi aperti e stanchi.
Non ci fu bisogno di parlare: la malattia di Ariel era lampante, la sua volontà di morire in quella navicella pure.

Si era accorto del male solo quando i sintomi testimoniavano ormai un grave declino; aveva realizzato la gravità del suo stato solo alla vista del sangue, che d’improvviso era ovunque: nella saliva, negli escrementi, in ciò che rigettava, agli angoli della sua bocca.
A quel punto, considerati i tempi necessari per un rientro di emergenza, aveva capito anche di non avere scelta.
Aveva continuato a coricarsi vicino a Oleg, aspettando che avesse la sua medesima, mesta epifania; quando questa si era manifestata, per la prima volta da mesi c’era stata tra loro la necessità di usare le parole per spiegare quanto stava accadendo.
Oleg era infuriato: pensava che Ariel avrebbe dovuto almeno tentare il rientro, appena avuta contezza del proprio stato; si doleva anche di non essere stato in grado di leggere il suo disfacimento fisico, non voleva ammettere che proprio quel loro rapporto simbiotico avesse impedito l’accettazione di quanto era così evidente.
Passarono ore parlando; interruppero gli esperimenti, tanto che dopo due giorni fu la base stessa, a terra, a contattarli per accertarsi che tutto fosse nella norma.
Mentirono.

Ariel aveva deciso di morire lì, solo con Oleg; il distacco nei confronti di tutti coloro che lo attendevano a casa si era ormai completato.
Seguirono giornate di quieta malinconia, sembrava che si fosse cristallizzato intorno a loro uno di quegli inizi di autunno che sono, sotto la patina di calore e seducenti luci da fotografia, una costante promessa di morte.
Trovarono comunque molti appigli di gioia, molte pratiche di consolante serenità.

Quando la giornata arrivò, Ariel era attrezzato per affrontarla senza tremori, senza altri dolori che non fossero quelli concreti di un corpo intisichito, reso scarno e prematuramente senile dalla malattia.
Aveva vuotato il suo bicchiere, empito i polmoni, poi si era tuffato a occhi chiusi, con la fiducia di un decrepito bambino.
Era rimasto Oleg. Oleg con in mano le sue dita, le braccia colme di quella pietosa presenza, lo sguardo indirizzato in alto verso le pareti metalliche.
Non lo comunicò alla base.

Attese. Trascorse le prime ore nei pressi quel corpo che si freddava, senza rispondere alle pressanti chiamate della stazione terra, per la verità senza sentirle; quando l’orologio disse che si era fatta sera in quel loro limbo senza ore né minuti, si preparò a uscire e avvolse Ariel in una coperta.
Non era uno degli oggetti che avevano utilizzato in viaggio, ma un cimelio che proveniva dalla famiglia materna di Oleg e aveva riposato fino a quel momento tra i suoi beni personali.
La zia di sua madre aveva orlato quella pezza molti decenni prima, l’aveva decorata al meglio delle sue capacità; gli anni e l’uso l’avevano invecchiata, ma restava uno dei pochi ricordi della casa della sua infanzia: voleva che diventasse una sutura tra la sua vita prima di Ariel e il resto del tempo.

Quando aprì il portellone non percepì l’abituale sensazione di adrenalina: nessun pizzicore alla base della schiena, nessuna incontrollabile accelerazione nei moti dei ventricoli e dei polmoni; il grande buio lo accolse e lo circondò come la stretta di un abbraccio.
La sua intenzione era quella di affidare quel corpo prediletto alla pace dello spazio.
Come astronauta sapeva che questo non avrebbe ormai potuto fare alcun danno alle membra proporzionate di Ariel; aveva visto film nei quali il corpo umano, esposto senza le usuali protezioni ad atmosfere non terrestri, si gonfiava orrendamente per poi esplodere.
Erano sciocchezze; l’unico grande rischio lì era in quell’aria irrespirabile, che avrebbe danneggiato rapidamente i polmoni di un uomo.
Ma Ariel era morto, il soffio vitale che aveva vegliato nelle notti precedenti non esisteva più; si poteva quindi lasciare che lo cullassero nel riposo la tenebra d’intorno e tutte le assenze di quel non luogo.
Sciolse le braccia e lo lasciò andare.

Fu costretto suo malgrado a notare lo spostamento dei capelli di Ariel, una carezza lieve che ravviava le ciocche schiacciate sulle tempie e sulla nuca.
Non poté ignorare che il corpo, ben lontano dall’assumere la forma scomposta dell’abbandono, veniva disteso orizzontalmente, come deposto in una bara.
Proprio quando avrebbe voluto bestemmiare e chiudersi nella sua disperata scienza, dovette ammirare la materna accoglienza che il cosmo riservava ad Ariel.
In qualche polveroso angolo della sua anima si fece largo una sensazione con prepotenza, con la precisione inarrestabile di un bisturi che separa due lembi di pelle scoprendo la tenera e viva carne: così fu costretto a far entrare in sé l’idea di una forza divina.
In un altro momento della sua vita quella rivelazione lo avrebbe forse ridotto in ginocchio e fatto ammattire: proprio perché non aveva mai potuto credere, l’esperienza fisica della divinità lo avrebbe accecato.
Tuttavia ora non c’era nel suo animo un vero moto; quella nuova certezza non portava con sé alcuna rassicurazione.

Il corpo di Ariel era stato pietosamente composto, come per una veglia funebre, ma ora aveva iniziato ad allontanarsi, attratto come calamita da uno dei tanti soli che li attorniavano.
Lì sarebbe divampato, rientrando nella materia e nel nulla.
Così ora Oleg sapeva di dio o degli dei, e sapeva che hanno per l’essere umano una sorta di infeconda compassione; ora aveva la certezza dell’esistenza di chi poteva evitare quella vuota disperazione, ma non aveva abbastanza interesse o empatia per farlo.
Aveva in breve scorto l’esistenza divina e la sua natura sommamente indifferente, e aveva la convinzione di aver perduto una forma di terrena vicinanza più potente di un dio qualsiasi.

Olga Paltrinieri

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