DODES’KA-DEN #1: DIRTY THREE

Ciao, è domenica e oggi inauguriamo una nuova rubrica che leggerete su Verde almeno una volta al mese. Si chiama Dodes’ka-den, è a cura di Matteo Bailo e contiene recensioni e altre cose. No, precisamente:
Dodes’ka-den è un film del 1970 di Akira Kurosawa, è lo sferragliare dritto di un tram immaginario guidato da un ragazzo, è la ripetizione cadenzata di un rumore assieme alla sua parola. È uno spunto per trovare i suoni concepiti solo nei pensieri, nelle note dei dischi, nelle direzioni invisibili della musica.” E a proposito di Matteo Bailo:
“Chitarrista scalcinato, appassionato di rock in varie forme e declinazioni, apprezza e ricerca strumenti che non sa suonare. Lavora per il settimanale cartaceo Film TV, per il quale cura inoltre la rubrica Muzik.”
Si comincia con Ocean Songs dei Dirty Three. L’illustrazione è di DeadTamag0tchi (Walk).

Fare di un tema come il mare, così imponente nell’immaginario artistico, così vario nell’evocare storie, la via espressiva di un gruppo rock, non deve essere opera da poco; soprattutto attraverso l’approccio di una band come i Dirty Three. Una formazione a tre, originaria di Melbourne, che inizia a suonare nei primi anni Novanta, quando alla chitarra elettrica di Mick Turner e alla batteria di Jim White si unisce il violino elettrificato di Warren Ellis: un tipo con l’aria esuberante del bohémien ottocentesco, un leader istrionico, e, di lì a poco, anche musicista dei Bad Seeds di Nick Cave (di cui è tuttora irrinunciabile collaboratore).
Con i primi tre dischi questo trio sviluppa su batteria jazz il proprio amalgama di suoni rudi e meditativi: tra chitarre a singhiozzo e un violino dal suono pungente, elettrico e scortese; capace di melodie indemoniate e sognanti. Arriva però con il quarto lavoro, per i Dirty Three, l’idea di elevare la propria formula e di farsi carico di un proposito pomposo, quanto spericolato: dedicare un intero disco all’oceano. Una suggestione che poteva certo combaciare con l’indole della loro musica, ma ad alto rischio banalità. Manco si trattasse di un poema epico, o di un film o romanzo che avesse il mare come soggetto, o debordante sfondo; e senza nemmeno la presenza di musicisti classici ad affiancarli, che avrebbero magari fornito un facile, e quindi scontato, accostamento tra il fluttuante suono di un’orchestra, o placido pianoforte, e l’immagine di un oceano.

No, Ocean Songs (un titolo programmatico) esce nel 1998 per opera di uno sporco trio di rock alternativo australiano, ed esordisce sulle note dell’iniziale Sirena (come quella dipinta in copertina dallo stesso Mick Turner, creatore delle grafiche di tutti i loro album). Chitarra e violino in una litania di sottofondo, con i piatti della batteria in primo piano, a dare forma a un ondeggiare emotivo che stringerà l’intero album, e che qui è solo in avanzamento. Le successive The Restless Waves e Distant Shore ampliano l’orizzonte, la chitarra rallenta per poi infervorarsi su arpeggi spezzati, e accordi prima accarezzati, che crescono ora in potenza su pennate maestose: imitano il variare della marea e permettono di dondolare sui rintocchi di batteria, e di traballare sulle linee di un violino che si alza in melodie sempre più invasive. Tutto sembra in preparazione dei dieci minuti di Authentic Celestial Music, un brano addormentato su una nenia incosciente, da naufrago in abbandono, che lascia spazio a rovesci sonori impressionanti dove il violino e la chitarra crescono all’unisono.

Ocean Songs è un lavoro che rifugge l’autoindulgenza del narrare il mare, e si concede a un’emotività piena. Complice poi una registrazione in presa diretta (a opera di Steve Albini) che restituisce un suono limpido e screziato, è possibile pensare di non osservare l’oceano da un punto predefinito, ma di averlo a 360 gradi mentre i colpi rapidi di rullante sembrano lo spumeggiare dell’acqua e le armonie reiterate lungo minuti portano dalla calma piatta, al rollio nauseabondo, fino alla quiete trasognata dopo una burrasca. La grandezza di questo disco non sta nel portar con sé un concetto affascinante, che si mostra poi ben realizzato; sta proprio nel far dimenticare questo concetto: è suonato in modo così viscerale da costringere a fantasticare di nuovo, a cedere al suo sentimentalismo fiero, a eliminare una rappresentazione caricaturale della nostalgia. Che si tratti della calma da imbarcazione capovolta di Backwards Voyager, della melodia di Last Horse on the Sand o del torpore lontano con lo slide di chitarra di Black Tide, non si avverte cedimento in questo intento. E se Ocean Songs può riassumere buona parte dell’arte dei Dirty Three, lo stesso album può essere tutto racchiuso in Deep Waters, un brano che con i suoi sedici minuti diventa la sintesi finale di dolcezza e crescendo, malinconia alla deriva e intreccio drammatico di linee di violino; condotto da Warren Ellis, assieme agli altri, in un tumulto da groppo in gola. A distanza di quasi vent’anni questo album, affidandosi al mare, o alla musica classica, o a entrambi, all’interno di un immaginario rock ormai molto restio alla fuga da se stesso, resta soprattutto un atto di bellezza.

Matteo Bailo

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