GATTINI™#9: MUNDUS CERERIS

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DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI

GATTINI è il contenitore degli orrori indifferenziati di Verde. Ogni venerdì, qui e su Facebook.
Circa un anno fa rendemmo noto quel che sapevamo attorno alla sparizione di
Andrea Frau, il primo tormentone del nostro blog ispirato a un fatto tragicamente reale, cioé il severo fuso orario che non consente comunicazioni simultanee tra la redazione e Andrea, che però – va detto – senza smartphone e con una scheda sim a nove cifre, continua a inviarci dall’isola (con posta raccomandata senza ricevuta di ritorno) i suoi racconti: l’ultimo è il glaciale Mundus Cereris (sottotitolo: la scrittura di Andrea sta bene).
La copertina è di
DeadTamag0tchiÈ venerdì, e allora? Miao!

Michele ha otto anni, Francesca sei, entrambi sono scalzi in cortile, alle tre di notte; il maschietto ha in mano una tanica di benzina vuota, la femminuccia un accendino e delle chiavi. Guardano bruciare la loro casa, si prendono per mano e si scambiano un sorriso. I genitori stanno bruciando vivi, legati a letto. Nessuno se fosse lì sentirebbe le urla disperate, le grida d’aiuto, ma loro sì; sentono perfino l’odore dei capelli e della carne ardere, il rumore disperato dei polsi che sfregano sulla corda.

Carlo ha nove anni, una maglietta rossa con le renne di Babbo Natale e sta accoltellando suo padre nel sonno; Marina ne ha dieci, ha pochi residui di smalto rosa nelle unghie e sta soffocando sua madre con un cuscino ricamato. Nel paese, in ogni casa, sta succedendo la stessa identica cosa: I bambini stanno uccidendo i genitori.

Decine di bambini camminano lentamente, abbandonano il paese prima dell’alba, trascinando la loro ombra come si fa con un cadavere in un sacco nero. D’altronde è così che il diavolo ti prende e porta via.

Dieci anni dopo.
Il paese non ha più bambini, i più giovani hanno quarant’anni. C’è stata un’epidemia di sterilità che ha attirato studiosi, giornalisti e curiosi da tutto il mondo. Non è chiaro se dopo la strage dei genitori e la scomparsa dei piccoli ci sia stato un trauma di massa, una reazione collettiva e difensiva all’orrore o qualcos’altro di impronunciabile.

Nel paesello vive in periferia una donna sudanese, una profuga accolta vent’anni fa. Quando arrivò, insieme ad altre dodici, era incinta. La gente del posto organizzò manifestazioni e fiaccolate contro l’accoglienza. L’agriturismo che ospitava le donne fu assaltato, pochi facinorosi tirarono pietre contro i vetri, la maggioranza, civilmente, si limitava a scandire slogan. Tra i dimostranti c’erano famiglie con figli, anziani, gente comune che respingeva le accuse di razzismo e si definiva esasperata. Una ragazza ospite della struttura fu sfiorata da un sasso, si spaventò, nessuno le chiese mai molto, fatto sta che per lo spavento perse il bambino.

La ragazza ottenne la cittadinanza onoraria come risarcimento, le fu dato un aiuto dal comune per sistemarsi, un lavoro come lavapiatti, ma le altre dodici donne preferirono andarsene; molte avevano parenti in Germania.
Oggi, vent’anni dopo la rivolta contro le profughe e dieci anni dopo la strage più cruenta che si ricordi e la scomparsa di sessantaquattro bambini, i paesani hanno rialzato la testa.

Finalmente qualcuno ha osato dar voce a un sentimento diffuso, a una teoria perfetta: la responsabile della tragedia, dell’orrore più grande mai visto, la strega che ha scatenato i nostri bambini contro di noi, la sposa del diavolo che ci ha maledetto per l’eternità è tra noi e noi dobbiamo vendicarci. Siamo vecchi, senza futuro, ci hanno portato via tutto, non abbiamo più nulla da perdere, vendiamo cara la pelle al demonio, non chiniamo la testa di fronte al male.
Mentre la giovane sudanese torna a casa dopo una giornata di lavoro, viene immobilizzata da due uomini e due donne, messa dentro un sacco e caricata nel portabagagli di un’auto. Dal cofano si sentono urla e colpi, il volume della radio viene alzato. Giunti alla pineta la donna, priva di sensi, viene legata a una panca di legno dove le famiglie, quando c’erano ancora i bambini, facevano i picnic. Tutto il paese sta lì a guardare in silenzio. Tre persone in piedi vicino a lei celebrano il sacrificio.

Una scrofa gravida viene immolata, cosparsa di farina e vino, tagliata dalla testa alla coda e le sue viscere bruciate con vino e incenso. Degli uomini con tuniche rosse scavano una buca per sepellire i resti del sacrificio. Dal fosso si intravedono piccole ombre, ombre di bambini che volano via, ma tutti fanno finta di nulla. La donna legata sul tavolo sacrificale rinviene, respira violentemente, ansima, le ombre entrano dentro di lei. Degli uccelli, parrebbero strigi, volano sopra il luogo del rito, fanno quattro giri e si dileguano.

I tre officianti intorno al tavolo cantano una litania simile a un carme pagano, la folla si unisce.
Il primo, col volto coperto da un cappuccio nero, dice solenne:
Questa donna ha partorito l’odio, ha dato alla luce l’oscurità, suo figlio è il male.
La seconda, una donna con un cappuccio bianco, risponde:
Il suo bambino si è impadronito dei nostri, li ha guidati contro di noi per punirci.
I due guardano il terzo sacerdote, una piccola ed esile figura con un copricapo giallo: un bambino rapito qualche settimana fa.
Il piccolo prende il coltello, si prepara a compiere l’omicidio rituale e recita:
Con questo pugnale libero il paese dalla maledizione.
Il bambino si toglie il cappuccio, brandisce il coltello e urla:
Sei libera mamma! e si taglia la gola.

La fossa scavata dagli uomini si allarga a dismisura: si sbriciolano la terra sotto ai piedi e il cielo sopra di noi, il sottosuolo riprende ciò che gli appartiene, inghiotte tutto e tutti, odore di incenso e vino bruciato. Sprofonda il paesello. Lava incandescente e stalattiti gocciolanti corrodono la pietra. La profondità divora l’insignificante, l’effimero che si è illuso d’esser eterno, l’ultimo barlume d’umanità, di speranza, di fiducia, il poco che conta, il quasi nulla che rimane, il sole, la luna, la luce, il tempo, una nuova oscurità divora, cannibalica, la nostra oscurità. Divora tutti noi, divora la modernità, eremiti e testi sacri, libri, musei, altari, tempi e fabbriche, il progresso, la tecnica, il traguardo che non esiste, l’orgasmo che fa intravedere qualcosa, che ci mette in contatto, che ci annulla per un attimo e ci libera. Il ricordo dell’amore. C’è un buio mai visto. È durato fin troppo, è stato un continuo rimandare per non pensare all’ineluttabile, non si rinascerà perché non si sta morendo! Non meritiamo nessuna delle due cose. Solo gli dei, anche quelli dimenticati, hanno avuto il privilegio di nascere, d’esser concepiti, e solo loro, ora, riceveranno il privilegio di morire.

Prima che si chiuda la voragine volano via soltanto piccole ombre alla ricerca di una nuova casa, in cielo o in terra non ha importanza.

Andrea Frau

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