ANNA

Luca Marinelli irriconoscibile: era un racconto di maggio, gli arcani erano cinque, voleva evitare i discorsi diretti e indiretti, poi è diventato Ottobre marcio, adesso è Anna. DeadTamag0tchi invece è sempre e solo lei.

Non ricordo più da quant’è, settimane forse mesi, che, la notte, mi appare in sogno una pulcinella di mare.
Tra i vapori di fumarole dal sapore acidulo, nella neve surreale, sul ghiaccio silenzioso, allarga le ali e le scuote in un tremore rapido, apre il becco striato senza che un grido arrivi a me.
Cosa vuoi dirmi? Le urlo. Non ti sento! Vieni qui…
Poi, la guardo; azzardando passi cauti mi avvicino, ma lei si sposta, ogni volta si allontana un po’ di più: in questo nostro inseguirci, un lasciarmi cadere lento che ha la sussistenza di un baleno, vado fuori dal tempo, fuori da me.
Da quel momento, tutte le volte, mi sento davanti a uno schermo con gli occhi spalancati, legato a una sedia, forzato assisto inerme a questo impetuoso sovrapporsi di immagini fiume: ciarpame diurno, pensieri reconditi, fotografie sconnesse e prive di unità, uno spettacolo lontano alla cui pretesa di realtà non posso credere mai. È come se il sogno stesso mi gridasse a gran voce di non starlo a sentire, come se tuonasse: io sono finto, ti sto mentendo, e con veemenza mi spingesse fuori da sé, sono solo il regista di me stesso, un non tempo dove non puoi chiederti il perché.

Mi sveglio di botto! Scatto su.
Ho gli occhi spalancati sul muro bianco dipinto d’ombra. Abbasso lo sguardo: volute di lenzuola sgualcite nella semioscurità. Le tocco; affondo le mani nel materasso morbido, il tepore mi assorbe. Respiro.
Respiro.
Sono a casa; per un attimo ho avuto il dubbio di essere già in città, mi sono visto sul divano del monolocale. Mentre scivolo giù dal letto mi fisso sull’orologio che segna le tre e un quarto. Le lancette scandiscono i miei passi verso la finestra, si sentono loro e in lontananza il russare assorto di mio fratello, la maniglia cigola dolcemente, spalanco le ante e mi trovo davanti il color seppia del cielo. Forse non ero preparato a questa cosa. Mi succede di andare spavaldo, ultimamente, di gettarmi in gesti semplici che poi si rivelano più grandi di me.
Sotto un manto sbiadito di fuochi lontani, sotto il pallore flebile della rotonda luna sento che come un fluido recalcitrante e insaziabile mira a me, la notte, si avvicina dopo avere impregnato gli alberi e il prato di fronte, sono scosso, i lampioncini sferici e la cuccia del cane, ho paura, respira in lontananza con la voce di grilli che mi sembra diventino ogni attimo più aggressivi, più numerosi, più…
Chiudo la finestra! Il vetro vibra per la botta repentina. Tintinna. Inspiro.
Espiro.

Sono in cucina e s’è fatto giorno. Ho aperto e finito un pacco di merendine; ho davanti un bicchiere trasparente con un po’ di fondo del tè.
Sento mio padre scendere e borbottare qualcosa; si affaccia alla porta, ci guardiamo.
«Ciao papà».
«Ma tu non dormi mai?»
Sbadiglia; non so che dire e non mi va di dire niente».
«Hai gli occhi rossi. Ti sei fatto una canna?»
«No papà, sono soltanto stanco».
«E allora dormi». Muove passi pesanti per arrivare al lavandino. Apre l’acqua. «Non si può. Non si può continuare così».
Lo guardo riempire il bricco del tè. «Così come, papà?»
«Così che non fai un cazzo dalla mattina alla sera, ecco come».
«Scrivo porcaputtana papà, scrivo! Ma tu che cazzo ne sai che significa, eh?»

È rimasto girato verso di me mentre l’acqua cade a picco e straborda dal bricco, gli scivola copiosa lungo la mano che trema leggermente nello sforzo di tenerlo su, gliela annega. Forse ho alzato la voce. Forse ho esagerato. Me ne rendo conto solo poi.
Lui non mi dice più niente; mette l’acqua sul fornello e mi si siede davanti mentre io mi rollo una sigaretta; ad intervalli regolari si gira verso il piano cottura per controllare.
Alla fine sospira a fondo.

«Hai visto?» Parla a bassa voce. «È uscito l’ultimo di Tarantino».
Alzo gli occhi sul suo viso. In questo momento sento che vorrei abbracciarlo; baciargli la fronte; vorrei aggrapparmi a lui come se fosse l’ultimo baluardo prima del nulla, come se fosse l’ultima stazione prima di un viaggio interstellare senza garanzia di ritorno, un’epopea nel nero; ma non faccio niente di tutto ciò. Me ne rimango seduto; a memoria chiudo la sigaretta. Abbasso la voce anche io. «Dev’essere bello».
Lui si alza e tira via il tè. «Sì, dev’essere bello». Se lo versa nel bicchiere e si risiede. «Magari se tua madre vuole domani ci andiamo».
«Fico». Porto una mano alla bocca; trattengo uno sbadiglio; la mia voce si fa più stridula. «Anche io mi sono organizzato con Anna, ora che riscendo andiamo. Martedì o mercoledì, mi ha detto lei».
Annuisce con un verso: sorseggia il tè e ci inzuppa i biscotti, li mangia masticando lentamente; ogni tanto ci guardiamo. Se ne rimane zitto; nessuno di noi due dice più niente. Eppure in questo silenzio mi sembrano esserci così tante parole.
Prendo la sigaretta «Allora, io. Vado a fumare, eh».
Lui mi squadra. «Dormi».
«Ciao papà».
Forse tergiverso perché vorrei il suo permesso, un permesso che so perfettamente non dovrei aspettarmi mai. Forse è per questo che i miei passi sono così indecisi anche mentre esco, lento, di casa.

Si sveglia mio fratello, poi mia madre; assisto inerme a quel fermento mattutino che rende loro assorti nell’abitudine dei rituali di preparazione alla giornata e me lì inerte ad osservarli fare, in pigiama. Partecipo svogliato alla consuetudine forzata dei saluti, alla spinta degli addii, penso che dovrei lavarmi i denti quando lo fa Stefano, ma non ho proprio la forza di spostarmi di qui.
Una volta che tutti se ne sono andati mi trascino con fatica esagerata sino allo studiolo, vado a mettermi al piano.
Scaldo le mani; quando le dita s’inarcano sullo strumento sento dapprima i tasti sostenermi i polpastrelli e poi con morbidezza accompagnare la mia pressione giù; in questo incedere mano nella mano con il pianoforte oggi placo la mia vertigine di abbandono: il primo accordo scuote l’aria e culla l’ondeggiare lieve del mio capo, un flutto di calore pervade il mio stomaco e improvvisamente non sono più solo; e improvvisamente non penso più.

Suono. Comincio con le scale, con piglio effervescente e verve sempre maggiore, un paio di invenzioni a tre voci, in modo avventato, quasi aggressivo, poi, e senza accorgermene sono passato a Chopin; adesso ci vado giù pesante, sono cattivo, innaturale, violento la tastiera, mi avvento sulle note come se a breve dovessero non esserci più, come uno che corre da un momento all’altro il rischio di diventare sordo. Per sempre.
All’improvviso stecco!
Le mani scivolano su una posizione sbagliata, gli acuti aciduli mi ghiacciano l’udito e i bassi amari lo frantumano, una bottiglia di vino andato a male che schiaccia un limone e lo fa esplodere lì, sul tavolo. Sobbalzo! Allontano le mani d’istinto, mi colgo a tremare; mi chiedo chissà quanto tempo è passato, poi. Residui di polpa d’agrume. Porto la mano al petto, mi batte forte il cuore; mi dico, è successo di nuovo, di nuovo cazzo!, smettila, non puoi.

È successo di nuovo e mi sembra sempre lo stesso accordo, lo stesso stramaledetto rumore, ma mi rifiuto di credere che sia esattamente lui; mi ripeto, non è possibile sbagliare sempre nello stesso fottutissimo modo. Non è possibile che le mie mani finiscano sempre là.
In qualche insistente maniera che non posso combattere, l’errore mi rimbomba nella testa, rintocca muovendosi da un lato all’altro della scatola cranica al pari del pendolo di un orologio a cucù; credo che forse sto diventando pazzo, eppure mi sembra che ogni volta si faccia più pulito, come se si spogliasse di ogni orpello per mostrarsi davvero per quello che è, più reale, più vivo: un gracchiare arcigno, il richiamo nervoso di un corvo, denudato un allarme.
Cazzo, penso, se non riesco a scrivere altro devo scrivere questa cosa qua; magari mi tormenta affinché io non possa cogliere l’occasione di lasciarmela scappare, mi sta invitando a imprimerla nonostante mi respinga, perpetuamente, un brusio inarrestabile e non ignorabile, so benissimo che è lei il motore instancabile dell’agitazione che mi tiene sveglio: ma allora forse è la causa delle mie insonnie, ma sì, deve essere lei, necessariamente. Oh, tetto e fondamenta, mia cura e mia malattia!

Mi getto sul quaderno pentagrammato; sfoglio rapido le pagine scarabocchiate, gli spunti scartati per il concerto che avrei già dovuto terminare la scorsa settimana o meglio quella prima ancora, il direttore aspetta infastidito la consegna, strappo una pagina nella fretta, impreco, vado oltre mentre tasto sopra al pianoforte in cerca di una matita, la trovo, sono vicino, sono già oltre la metà…
E mi fermo. Dov’ero una delle ultime volte che ci ho provato; non schiodo gli occhi dai fogli rilegati, lascio ricadere la penna, non sono vuoti eppure non c’è neanche una singola nota scritta lì.
Quel giorno avevo detto ad Anna che dovevo comporre, sapevo che lei avrebbe dovuto studiare, così c’eravamo trovati a casa mia; eravamo finiti a giocare all’impiccato, passo il dito sulla parola PRESTIDIGITAZIONE, poi sull’omino appeso con il collo un po’ storto, sento la carta appena ruvida e le linee d’inchiostro incuneatesi dentro la sua superficie. Nero su bianco. Un brivido mi percorre la schiena.
Mi scuoto; penso, l’errore! Volto la pagina, ma tutto è passato. Magari forse presto o tardi il direttore si stancherà di aspettare.
Quello che c’era prima non torna più.

Non voglio suonare più niente. Non riesco a scrivere niente. Mi lascio cadere sul divano e provo a dormire un po’; a tratti ci riesco, macchinosamente faccio il pendolare dalla veglia all’oblio, e quando scivolo fuori da me non sogno, mi accorgo di muovermi molto le volte che apro gli occhi inquieto.
Ieri ho chiesto a mio fratello se poteva accompagnarmi in stazione; non so che ore sono, ma quando sento la chiave girare nella porta mi rendo conto di avere un po’ di fiatone.
Il tempo ritorna in sé. Penso che sia pomeriggio, che sia il momento, e immagino che sia lui.
«Stè?»
Mi aiuta a caricare le valige in macchina, entriamo; la stazione non è distante, lui guida veloce e sicuro. Si immette sulla statale dietro a un furgoncino dall’andatura esasperante, smania facendo girare il motore a vuoto, gli si attacca sul culo salendo e scendendo continuamente di marcia finché non lo supera al primo rettilineo utile. Il motore ruggisce nervoso.
«Eccheccazzo». Ci sfreccia alla sinistra un tizio in moto. Alla radio intanto passa la pubblicità di un supermercato locale. «Perché poi mamma si sente ‘sta merda, non lo capirò mai, eh. Non ci si crede, c’è solo pubblicità!» E spegne spalmando la grande mano sulla radio.
Procediamo spediti: ai vetri gli alberi si confondono al cielo, le strisce bianche all’asfalto grigio.
«Tu ti senti la musica house».
«Ao, ancora co ‘sta storia? E se ti ho detto che era perché ci stava la barista, smettiamola no?»
Praticamente inchioda. Mi sento spinto in avanti, la cintura mi sballotta indietro; poi siamo fermi. Guardo fuori e mi rendo conto che siamo arrivati.
«Che poi hai sopportato tutta quella musica di merda per farti accannare alla quarta scopata». Mentre apro lo sportello mi scappa uno sbadiglio.
Lui sbotta, ma soffoca la risata. «Perché tu avresti fatto di meglio?»
«Io non ho bisogno di andarmi a rimediare le scopate in giro ormai». L’ho detto.
Lo guardo, sta pensando a cosa rispondere; mi mancherà tanto.
La macchina borbotta, è ancora accesa. Mi giro col busto verso di lui e gli batto una pacca sulla spalla prima che possa dire qualcosa.
«Fraté…» Lui non si è scomposto di una virgola. «Allora ci conto che ci vieni a trovarmi. Così finalmente ti faccio conoscere pure Anna, tra le altre cose».
Ci abbracciamo. «Mi raccomando», mi dice, «non fare cazzate».

Sul treno il tempo sgocciola via monotono e lento.
Sto pensando a mio fratello; spero che tornerà durante il ponte come gli ho suggerito. In quei giorni Anna sarà dai suoi, così non devo spiegargli che in realtà non è vero che conviviamo nel mio monolocale, sarà tutto molto più facile.
Penso al tipo di prima sulla banchina; gli ho sbottato che se sua cugina s’era beccata quel vaso in testa magari in fin dei conti se l’era meritato, non so come mi sia saltato in mente di dire una cosa del genere, non lo conoscevo neanche poi. A mente fredda credo che abbia fatto bene a mandarmi affanculo.
Il viaggio è lungo; gioco un po’ al telefono, aggiorno spesso la pagina di Facebook, ma niente di tutto questo migliora le cose; curioso un po’ tra le varie applicazioni scaricabili, vado nella top ten. Mi salta all’occhio Gli Arcani Maggiori, fai una domanda e scopri il tuo destino con la magia dei tarocchi, oltre due milioni di download.
Ora, mi ritengo una persona razionale, non ho mai creduto alle stronzate pseudo-magiche io; il mio approccio usuale a questo genere di esperienza è quello di chi si diverte a fare il verso per bearsi di una propria, supposta superiorità. Eppure sento come di non poterne fare a meno; mi devo togliere un dubbio, e maledizione, lo so che questa cosa non mi può aiutare, eppure mi sembra che sia un segnale, che mi possa dare quello che non mi darà.

La scarico mentre ripeto a me stesso che è solo un gioco, ma in fondo so che questo ripeterlo come se volessi scagionarmi lo rende qualcosa di più; la musica e la grafica sono brutte. Una vecchina imbardata di nei e di foulard da gitana, disegnata in stile cartone animato, dice di esprimere la propria richiesta in gran segreto. Mi frugo nelle tasche, ho un pezzo di carta, ci annoto la domanda, poi lo accartoccio e lo butto nello zaino aperto sotto le mie gambe; mi accorgo di essere leggermente agitato, c’è come un groppo che staziona sulla mia gola e non riesco a buttare giù. Ma perché; cos’è questa novità?

Spingo avvio: prendo un bel respiro. Quando la prima carta elettronica sta per essere girata sento l’impulso di chiudere gli occhi, come certe ragazzine quando guardano i film dell’orrore; me ne accorgo all’ultimo, mi forzo, la verità è che questo improvviso cedere a qualcosa che non considero rilevante per nulla urta il mio sistema nervoso: e presto quella ritrosia ad assecondare le tendenze naturali diviene una questione di principio.
Esce la carta dell’appeso. Sotto c’è scritto presente, e chi ha bisogno di spiegazioni? Mi balza il cuore, non so se premere ancora, sono fermo e in crisi.
Interrompe il mio imbarazzo critico la vibrazione del cellulare. L’applicazione sullo sfondo, lo schermo m’informa che mi sta chiamando Claudio.

«Certo che potevi salutare, merda».
Rimango in silenzio; vorrei aver pronto qualcosa di inattaccabile per spiegare la mia improvvisa scomparsa ma la verità è che non ce l’ho. Avrei potuto salutare; l’avrei potuto fare senza problemi.
«E poi te ne sei andato presto. Che è tutta ‘sta fretta, ao!»
«Cla’, te l’ho detto, mancavo ad Anna, lei mancava a me».
«Basta che una t’apre le gambe e non esiste più niente, eh?»
Lo sento ridere; io non rido per niente. «Anche quello. E poi è figa; che cazzo pretendi, eh?»
Ci sentiremo nei prossimi giorni, ma sappiamo entrambi che non succederà. La nostra amicizia funziona solo nei momenti in cui possiamo guardarci negli occhi e capirci al volo, si spegne quando siamo lontani e poi torna ad ardere con fervore indicibile quando ci ritroviamo nella stessa città, senza mai soffrire il logoramento della seconda, della terza, dell’ennesima volta. Più che una fiamma olimpica il nostro rapporto è un braciere elettrico, e in fin dei conti ci va bene così.

Il viaggio finisce; nonostante in qualche momento mi si fosse accesa la voglia di metterlo in dubbio. Vengo investito dallo scalpitare fragoroso della stazione di giorno; scombussolato e attonito mi muovo in arzigogoli per aggirare i grumi di felicità che crea nelle coppie di persone il momento del ritorno, la gioia per la fine del viaggio, il sorriso negli sguardi di chi ci rivede un pezzo di sé. Io invece sono solo.
Torno a casa; vado a sedermi sul letto senza nemmeno accendere le luci, lascio le valige al lato della porta, mi guardo i piedi per minuti che forse sono ore, non capisco bene, non lo so. Tutto attorno mi piega la schiena il silenzio, mi fiacca lo spirito la notte che s’insinua lenta tra le grate chiuse ed arriva sino a me. So che devo fare qualcosa, e so anche benissimo questo qualcosa cos’è.

Anna! Non è passato neanche il tempo necessario ad ambientarsi, forse, ma non mi importa, esco di casa e vengo da te. Mi ritrovo senza troppo tergiversare sotto, citofono al tuo interno, tu mi chiedi, ti rispondo, sono io. Tu mi dici io chi. Io Marco, replico, possibile che non riconosci la mia voce, penso, ma in realtà poi dico scusami se non ti ho avvertita, è che per caso passavo di qua.

Ah, Marco ciao! E mi apri. Il portone gracchia ed è un gracchiare che mi da fastidio, io entro e salgo su. Sei sulla soglia, tieni aperta la porta blindata, io guardo te, tu guardi me. Poi senza preavviso mi salti al collo, mi stampi un bacio sulla guancia, quanto sei bella Anna? Vorrei che tu da lì non ti staccassi mai!

Mi inviti ad entrare. Per qualche ora, che sembrano giorni, parliamo di tutto. Il tempo si ferma, sul fuoco bolle e si consuma l’acqua del tè. In questa sera che s’è fatta limpida non sento più la costrizione di essere forzato, sento già che è successo qualcosa, è come se in qualche modo in questa sfera impazzita avessimo trovato un lato, dove poggiarci; quantomeno io.
Semplicemente non penso a cosa dico, parlo, parlo, e tu rispondi e domandi, e io rispondo e domando, chiacchieriamo per ore ed ore io e te, e anche la mia vicinanza adesso, lo sento, ti rende meno nervosa, non è forse anche questo infinito rimare noi due sulla vita un amplesso? Ma dio, quanto potere ha la cosa in sé!

Si fa tardi, sono lontano, e tu così premurosa!, mi chiedi, rimani a dormire da me? Io penso che dovrei rifiutare, lo so che essere esposto all’aria aperta non può che farmi altro male, sono ferito; e a rendersi conto di questo non puoi certo essere tu.

Finiamo nello stesso letto, il tacito patto di non toccarci io lo rispetto, ma guardo il tuo profilo, i capelli sconvolti, gli occhi scuri che si chiudono piano, soffro e penso che ancora una volta tutto questo è stato vano. Prima che possa capirlo mi addormento. Sono in un ciclo di morte, su una giostra inarrestabile, su di un mortale carillon.

Ancora una volta, anche in questa notte, mi appare in sogno la pulcinella di mare. Questa volta però si avvicina a me. Arrivo a toccarle il capo, la carezzo, la guardo, la ammiro; poi sento le lacrime scendermi dalle guance, nel cuore scuotermi un boato. La afferro dal collo e la strozzo, finché dalla sua gola non esce più un suono. Non deve gracchiare mai più.
La vedo afflosciarsi tra le mie dita, ma io già non sono più lì.

Mi sveglio. Sono certo di non averti sfiorata. In fin dei conti è ciò che volevi, no? Respiri tranquilla, sei bella, per nulla affannata. Respiro; forse, senza farsi illusioni, è veramente solo questa l’unica cosa tra noi. È così?
La mattina scendo dal letto e preparo il caffè. Dopo un po’ tu ti svegli, mi saluti, ti dico c’è Tarantino al cinema, stasera andiamo? Ma no, mi racconti che hai conosciuto questo gruppo di ragazzi che sono davvero molto arguti, li apprezzeresti, ci vediamo un altro giorno che esco con uno di loro, mi piace davvero un sacco, tu non lo faresti? Ma certo, certo, bevo il caffè e me ne vado con la consapevolezza che la storia non finisce qua.

Torno a casa, e scrivo; scrivo come non scrivevo da mesi in qui. Ho identificato quel gracchiare, è la pulcinella, ho preso di petto quel verso e gli ho detto: ti devo chiudere qui.
Finisco il concerto, per intero, in una giornata. Mentre finisco mi torna alla mente l’applicazione degli arcani; ripenso alla seconda carta, quella del futuro: era uscito un carro. Sono tutti buoni a salire all’ultimo sul carro dei vincitori, eh. Vado a ripescare il foglietto accartocciato nello zaino, lo riapro, con grafia orribile c’è scritto: riuscirà mai a funzionare con lei? Chiudo il quaderno, butto il foglietto, mi alzo per uscire un po’.
I tarocchi sono una merda.

Luca Marinelli

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