L’ALTROMONDO

Ciao spumini, Paolo Gamerro è risorto, ha scritto due nuovi racconti, il primo lo abbiamo letto venerdì scorso, L’Altromondo è un horror per Halloween. Buona notte delle streghe a tutt, in short all we are is just a cunt (DeadTamag0tchi ♥♥♥).

L’agenzia interinale lo aveva mandato da un’altra agenzia interinale che a sua volta lo aveva mandato da una terza agenzia interinale ancora, che lo aveva quindi iscritto a un corso di riposizionamento lavorativo (lo chiamano così), messo su dalle stesse agenzie interinali. Il corso si teneva a Como e le agenzie interinali coinvolte gli offrivano lezioni tenute da professionisti del mondo aziendale, un life coach e un esperto di public speaking che, con l’aiuto di un giovane videomaker, gli avrebbe girato e montato un video-cv online, e gli avrebbe passato alcune dritte su come comportarsi ai colloqui e apparire al meglio agli occhi di chi lo avrebbe selezionato, scartando quindi gli altri competitors.

Giulio Sorice era l’unico a venire da fuori, partiva la mattina, da Dairago, alle sei e mezza, per lasciare la macchina alla stazione nord di Busto Arsizio e prendere conseguentemente il treno in direzione Saronno, scendere e aspettare dieci minuti quell’altro treno, quello che lo avrebbe portato a Como Lago, e una volta sceso a Como Lago farsi venti minuti a piedi, o in alcuni casi prendere il bus, se pioveva o nevicava, per recarsi in quella palazzina dove le agenzie interinali facevano svolgere i corsi dai professionisti del settore. Gli avrebbero trovato un lavoro, così dicevano le ragazze dell’agenzia interinale di Busto Arsizio, ovviamente in contatto con altre ragazze di altre agenzie interinali su altre città nell’hinterland ma non soltanto, e che lavoravano tutte per un uomo della destra comasca, un uomo ricco e sessantenne quasi, che aveva messo su tutto e che era anche atletico e che vestiva relativamente alla moda, giovanile, Saucony, skinny jeans e maglioncini, e che era stato tirato su con il mito dei soldi, e lui ha sempre avuto i soldi, quest’uomo comasco dalla pelle di una grana irreale, l’uomo comasco non si vedeva quasi mai, tanto che i disoccupati che seguivano i corsi avevano anche cominciato a pensare che non si trattasse di una persona umana ma di una entità, tipo il Mega Direttore Galattico fantozziano.

E Giulio, disperato, ci credeva. Ci credeva quando il life coach quasi lo abbracciava, spronandolo a credere nelle sue capacità, incoraggiandolo, gridandogli addosso che lui era un asset proprio perché era lui, e che era unico e indispensabile proprio perché lui, fatto di se stesso, e l’azienda perciò lo avrebbe visto come insostituibile appunto per il motivo che, ripeto, lui era lui, e il suo valore stava in questo, in questo compost che è la sua persona.

A Giulio piaceva pazzescamente Cristina, con la quale si scambiava sguardi durante le simulazioni di colloqui o i discorsi della ragazza ventiduenne che spiegava alla classe come fare rete, come usare i social in modo intelligente e proficuo da un punto di vista lavorativo, come riscrivere, impostare e aggiustare il proprio cv per renderlo più accattivante agli occhi dell’azienda.

Cristina aveva trent’anni come Giulio, ma a differenza di Giulio, Cristina, che agli occhi di Giulio era bella e indolente e vagamente tormentata, e follemente affascinante per via dei suoi occhi tristi e arrendevoli, il viso cereo e fiacco, Cristina aveva un bambino di due anni. I suoi occhi.

Cristina stremata dalla disoccupazione. Giulio deluso dalla sua vita costellata di piccoli, quasi impercettibili fallimenti, ma tantissimi, non una vittoria nella sua esistenza nella casa dei genitori. Mangiavano insieme, lei quasi non lo guardava in viso, non gliene fregava niente e parlava di soldi, dei soldi che non poteva avere, Giulio che si godeva ogni istante con la ragazza, Cristina, gli ricordava un’attrice o tante attrici insieme, tante scene del cinema viste sullo schermo della televisione piccola in cucina, Cristina aveva questo sorriso luminoso, anche se non gli sorrideva mai, se non quella volta che Giulio le aveva offerto l’intero pranzo e lei lo aveva ringraziato sottovoce.

Giulio Sorice credeva nell’agenzia interinale, Cristina invece no, era disillusa, a volte addirittura cinica in alcuni commenti, aveva un bambino e non le importava nient’altro. Parlava sempre di soldi, i soldi erano il problema, i soldi che non poteva spendere e non riusciva a guadagnare per suo figlio piccolo pazzescamente amato. Era gennaio, poi febbraio, infine marzo e le prospettive lavorative erano: zero.

Disoccupati di ogni età e di diverse etnie affollavano l’auletta ipossica nella quale si succedevano le ore di insegnamento. Giulio Sorice vedeva la disgrazia nel cinquantenne senza lavoro, ex operaio di una ditta fallita lasciandolo a casa con la bambina piccola. Giulio Sorice si innervosiva quando sentiva la grassona sessantenne lamentarsi sempre e parlare in dialetto, quell’italiano precario che era lo stesso del ragazzo nigeriano giovanissimo che, diceva, una volta faceva il barman. Il ganassa ex animatore del villaggio turistico, ex giovane, trentanovenne emulo di Tommy V conciato malissimo: volto eroso dalle botte e dalla coca, fisico una volta tonico ora in completo disfacimento, tatuaggi obbrobriosi, calvizie incipiente, scarpe Nike costose rosse scassate.

Giulio si faceva due ore di treno e mezzi all’andata e al ritorno nel freddo fittissimo. Giulio non ne poteva più dei colloqui con le ragazze delle agenzie interinali che gli promettevano di continuo posti di lavoro adatti al suo profilo, il profilo di un uomo giovane che ha studiato lettere e poi ha provato a fare l’insegnante, ha lavorato in una libreria fino a quando è fallita e infine è rimasto senza niente, da un anno che cercava lavoro. Una ricerca inane.

Cristina quella sera piangeva con Giulio, verso le diciannove e trenta in un bar sul lungo lago, piangeva quando gli raccontava che sta male, del bambino che non sa come crescere, della mancanza di soldi e di risorse, della sua vita che aveva preso la direzione dell’incubo. In sottofondo la radio passava Ramazzotti Eros e qualcuno alle macchinette cantava il ritornello della canzone.

Giulio Sorice l’abbracciava senza piangere, nel bar, dove li guardavano tutti.
Nessuna parola sul padre del bambino, che chissà chi era, rimaneva nel mistero, come l’uomo comasco sessantenne sportivo e ricco che guidava le agenzie interinali e deteneva il potere. Le ragazze delle agenzie erano troie, piagnucolava Cristina, continuando a bere con i soldi dell’innamorato. Si atteggiavano come troie. Parlavano come troie. Usavano termini inglesi a caso come troie. Si vestivano come troie. Mangiavano tra di loro nel ristorante bar di fronte alla palazzina come troie. Facevano pausa caffè sorridendo assieme come troie.

Quando bevi non pensi e alcuni problemi diventano sopportabili.
Quando bevi l’agenzia interinale e gli occhi dei selezionatori non fanno più orrore.
Quando bevi ti senti relativamente protetto, relativamente al caldo.
Quando bevi il sessantenne comasco con il potere non esiste più, si dissolve.
Quando bevi sopporti di stare a meno di zero.
Ci sono bambini che nascono morti e nemmeno sanno che cosa è la vita.

Adesso Giulio abbracciava Cristina fuori dal bar ed era sera tardi, e lei languida e stordita si accende una canna e ti chiede perché questa sera non vieni da me? Il treno per tornare a casa passerà anche domani. In questo istante, per te che sei un sognatore e le ragazze ti fanno paura, realizzi che tutto ciò che vuoi è affondare dentro di lei. Entri nella sua macchina senza parlare: una Yaris in buono stato. Percorrete stradine in notturna, scoscese e strette, andate su e giù, lei ride senza motivo, presa dall’ottundimento, è un percorso tortuoso quello che state facendo a Como Alta, passate un dirupo, passate un tipo che fa l’autostop, passate di fianco a baracche, zingari, bangla, orde di immigrati, ti viene quasi il vomito da come guida Cristina, guida di merda ma è una cosa che puoi sopportare perché sei ubriaco e sei con lei, sono quasi le dieci di sera, la musica latinoamericana a tuono dalla radio, lei non la smette di ridere e quasi non sembra più lei ma un suo doppelgӓnger, e va veloce la macchina e tu ti fai trasportare chiudendo gli occhi, divertito dalla situazione intrigante, fino a quando arrivate alla casa. La donna del piano di sotto non deve essere disturbata, ti sussurra lei facendo piano ad aprire la porta, fai piano perché non deve essere disturbata, lei seria e corrucciata all’improvviso, per nessun motivo la donna del piano di sotto non si deve svegliare, la donna del piano di sotto non deve essere disturbata. La casa è illuminata poco: quadri tetri appesi alle pareti, ritratti di figuri inquietanti, volti umanoidi, carta da parati dei Settanta, ti togli le scarpe perché lei, che ha smesso di ridere, ti dice che si fa così, qui nella casa, la donna del piano di sotto dorme e non deve essere svegliata. Le figure grottesche nei quadri si animano e si dimenano. Sono facce deformi che gridano, faccioni deformi che vogliono uscire fuori dalla cornice che li tiene imprigionati, faccioni schifosi, denti gialli e marci, bocche che sbavano, occhi sbarrati, le vene della fronte dei volti si ingrossano, i faccioni si dilatano. Lei ti dà la mano, ora le vedi il sorriso per la prima volta: un dolcissimo sorriso sororale che ti rincuora, lei si toglie il cappotto e una volta che si è tolta il cappotto ti prende nuovamente per mano con la sua mano gelida, ti svesti anche tu e fuori comincia a diluviare e a tuonare, il temporale scoppia fragoroso, e le pareti del tunnel dell’orrore tremano ormai, andate avanti nel corridoio mentre i faccioni vi stanno addosso, tu e la ragazza conosciuta per merito dell’agenzia interinale, andate avanti sulla lunga oscura strada, lei si gira talvolta e non è più lei ma un’altra persona, e tu cominci ad avere paura, la sensazione di freddo nero che germoglia nello stomaco accartocciandolo, gonfiandolo di gas, e sussurri: cosa sta succedendo? Sempre più spesso ti si gonfia la pancia e devi scorreggiare.

Interruzione.

Allora il problema è semplice: il corridoio non finisce mai. Interruzione. Cammini nel buio come in quella attrazione del Luna Park di Legnano chiamata Kazakistan, ci andavi da piccolo, sul Kazakistan, camminavi su qualcosa di molle, improvvisamente dovevi svoltare a destra o a sinistra, seguivi le risate dei bambini e dei tamarri davanti a te che erano già passati di lì, era il Kazakistan. Interruzione. Qui invece non ci sono bambini ma una donna che ride sguaiata, afferrandoti il braccio per non farti scappare, ma d’altronde dove scapperesti, tu, adesso? Sei nella casa dove non si può parlare ad alta voce per non svegliare la donna del piano di sotto che nessuno sa chi è, e temi i faccioni degli umanoidi, dove vuoi scappare? Il corridoio non finisce mai, è il tunnel dell’Altromondo. E invece no: finisce e arrivate nella stanza nera. Il miasma pestilenziale. Il carillon. Il pianto del bambino che ha fame. Il tappeto lercio, i topi nei muri, l’umidità, il fango sotto i piedi, ossa, la donna che si toglie la parrucca e rimane con la testa calva e rossa, ti lascia lì nell’angolo e va dalla sua creatura nella culla. Da lì proviene il pianto. Nella testa tu hai ancora il ritornello del pezzo di Eros Ramazzotti: Sei un pensiero speciale, dall’album Perfetto, di Eros Walter Luciano Ramazzotti. La creatura è malata, soffre di progeria. Se cerchi Progeria su Wikipedia, capisci di che cosa sto parlando: Essa è una malattia rara che causa l’invecchiamento precoce. Si tratta di una malattia genetica che si verifica per una mutazione e spesso viene applicata in particolare riferimento alla sindrome di Hutchinson-Gilford. Il bimbo è un anziano e non riesci a guardarlo, nonostante lei ti stia chiedendo di tenerlo tra le braccia, tienilo tra le braccia, tienilo tra le braccia, fallo smettere di piangere, fallo stare in silenzio, ho bisogno di pace (non parla con la sua voce, lei, ma con due voci, distorte, in synch), la litania continua e i tuoni fanno buuuuuuuuuuuuuuum, il bambino piange, strilla, la donna calva grida, ha bisogno di calma, ha bisogno di calma, ha bisogno di calma, senti dei rumori provenire dal piano di sotto, sta succedendo qualcosa al piano di sotto, la donna calva salta in giro per la stanza nera, danza, lasciando la creatura deforme sul tappeto fetente insieme a vermi e topi. Interruzione. Sei in uno stato di terrore dal quale è inimmaginabile uscire e liberarsi. Per un istante tutto ti è sembrato confuso, ed è normale. Dopodiché sei sprofondato in un burrone e non sai più spiegare nulla, gli occhi dei selezionatori delle agenzie interinali adesso sono spalancati e giganteschi. Hai fatto però in tempo a capire che c’è una mente non buona dietro a tutto ciò, ci sono speculazioni, giochi di potere, questo ce l’hai nella testa, assodato. Sei bloccato su una immagine: quella del grande cervello maligno che tutto controlla. I flussi, gli scambi, i pensieri tra le teste dei selezionatori e dei selezionati, tra competitors, il grande cervello sovraintende la struttura. Immaginati il cervello come una mangrovia, una pianta che cresce, si sviluppa vertiginosamente e conosce tutto. Ogni cosa afferra con i tentacoli. Più una piovra che una pianta. Luna Park di Legnano, La Piovra, te la ricordi? Rosa sporco, schifosa, viscida, salivi sulla Piovra che era come una ruota panoramica ma veloce e mirabolante, la Piovra se ne stava di fianco al Roller Coaster, l’attrazione principale sulla quale tutti i bambini volevano salire per fare almeno un giro. A staccare i biglietti un omino deforme baffuto e grassoccio, te lo ricordi?

Ti sto facendo seguire un pattern che mi sto inventando al momento, niente di tutto questo mio scrivere ha un senso per te e per nessuno.
Tu rimani lì in quella diapositiva sgranata proiettata sul muro della stanza nella palazzina.

 

Paolo Gamerro

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