GATTINI™#8: QUESTA STORIA POTEVA ANCHE INTITOLARSI FELICIA

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DeadTamag0tchi after Andy Wahrol, GATTINI

GATTINI è il contenitore degli orrori indifferenziati di Verde. Ogni venerdì, qui e su Facebook.
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Franco Sardo assente da troppo e ne approfittiamo per fare un piccolo esperimento presumibilmente senza strascichi: per una volta pubblichiamo un bel racconto. Questa storia poteva anche intitolarsi Felicia. E infatti. Grazie Franco, grazie DeadTamag0tchi (la copertina è la sua). È venerdì, e allora? Miao!


Nello specifico giorno di quel corrente mese dell’anno di riferimento, il perito informatico Pino Abbaduco decise, molto serenamente, di attuare un suo progetto architettato per molto tempo: mise in vendita la moglie Felicia. Il motivo? Non certo per una sua forma di disgusto o di repulsione verso quella proba donna che vent’anni prima l’aveva sposato. Alla base della decisione vi era infatti un preciso calcolo: l’essere in due costituiva una diminuzione media del 50% della velocità della connessione internet casalinga di Pino. Un dato incontrovertibile. Certo, Pino aveva anche cercato altre soluzioni, tipo duplicare la velocità, allacciare la fibra ottica, utilizzare una chiavetta, ma in verità aveva realizzato come tutte quelle non fossero altro che sostituzioni del problema. In ogni caso, infatti, la somma della velocità di cui si dava disponibilità sarebbe stata pur sempre divisa al 50%. Aveva anche pensato di divorziare, di separarsi. Ma questo, come molti sanno, non significa necessariamente cambiare casa o farla cambiare al partner e né lui singolarmente né la coppia nel complesso erano in grado di acquistare un altro locale ad uso abitativo. Semmai, grazie ai soldi della vendita, a quel punto sì, sarebbe stato possibile entrare in trattative per un tale immobile, che nell’ideazione di Pino, il quale si scherniva in autonomia per la generosità quando si ripassava mentalmente la proposta, sarebbe andato a Felicia nel caso in cui il valore superasse la casa in cui risiedevano ora, altrimenti sarebbe andato a lui. L’importante era che ci fosse la possibilità di allaccio internet. Considerava questa donazione di plusvalore immobiliare un omaggio dovuto e sufficiente verso la buona moglie, che pur sempre ai suoi occhi era tale, in particolare a compensazione del fatto che l’inserzione di vendita, nonché l’intera macchinazione, vennero poste in essere alla più totale oscurità di Felicia.

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Dapprima in una ristretta cerchia di estimatori, poi esplodendo in poche ore sui social network, l’annuncio saltava fuori ovunque e, come la pallina di un flipper, a ogni rimbalzo i suoi numeri s’impennavano. Giravano ormai tante versioni, ritagliate, ingrandite, stravolte, sintetizzate, sottolineate, al punto che tutte insieme erano diventate una forma di complesso linguaggio, con il proprio alfabeto e le proprie indefinite combinazioni. Era diventato un meme. La frase “Felicia cucina bene” poi, estrapolata dal contesto, ormai compresa comunque da chiunque, era un tormentone applicabile sostanzialmente a qualsiasi situazione. Il link era stato subissato di condivisioni e nella pagina degli annunci era impossibile leggere tutti i commenti sarcastici, ironici e offensivi che giungevano da ogni parte del paese. E dall’estero, poiché la viralità del caso aveva attirato l’attenzione di siti specificamente orientati ai fenomeni web. Cosa che in breve interessò anche le redazioni dei quotidiani online più quotati, sempre a caccia di notizie del genere per attrarre pubblico e conquistarsi anche loro il proprio brandello del prezioso cadavere della dignità di Pino. L’internet intero gli rideva dietro. Ovviamente questo brusio arrivò anche alle orecchie dei conoscenti più stretti, dei famigliari, dei colleghi e infine di Felicia.

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«…No ma si figuri. Sì. Il fatto, deve sapere, è che mio marito è sempre stato un tipo un po’ eccentrico ma che vuole che le dica, quando c’è l’amore. No. Ma no che non sono offesa. No. E perché dovrei lasciarlo mi scusi? Ma no. Guardi se le racconto cos’ha fatto l’estate scorsa non ci crede. Oddio in effetti non so se dovrei. Beh tanto ormai. Ma avete detto che ci pagate vero? Beh allora. Dai sì insomma la storia è questa: eravamo in Puglia, in vacanza, provincia di Lecce, sì Salento, aspetti com’era, sì ecco, Torre Lapillo, un posto magnifico davvero glielo consiglio. E insomma, eravamo lì a Punta Prosciutto, una spiaggia che non le dico, una sabbia così fine e un’acqua così trasparente guardi, sembrava una cartolina. Ci saremmo stati fino alle 8 di sera, si stava di un bene, ma di un bene, che poi era la prima settimana di giugno, non c’era nessuno, a noi piace fare le ferie anticipate, sarà pure una cosa un po’ all’antica, ma ci sembra così di allungarci l’estate, no? Lei dice? Beh insomma, ci siamo stati fino a tardi e siccome avevamo preso un monolocale in affitto, che non è che non ci piacciano gli alberghi, è che si risparmia a un certo punto, e sa la vacanza è bella ma non bisogna mica fare la fame per un anno per sette giorni di vacanza, io almeno la penso così, anche mio marito, quindi siamo andati, per risparmiare appunto, a un supermercato, un hard discount, adesso non ricordo quale, per fare la spesa per la cena, vabbe’, ma non è un dettaglio importante, e insomma davanti all’ingresso del discount c’era una zingarella con una bambina che chiedeva l’elemosina. Eh. No ma non può capire la pietà che facevano queste due. I capelli sporchi e ispidi come palle di mare, la pelle tutta salmastra, avevano occhi che sembravano, scusi eh, drogate e la piccola inseguiva la gente fin dentro il negozio con la mano tesa a piagnucolare. Io però non mi faccio intenerire da questa gente. Non so lei, ditemi quello che vi pare, sarò razzista, ma già lo so che questi a casa hanno la jacuzzi e tutti alla fine hanno i molari d’oro. Gli uomini e le donne. Si sporcano apposta, e sporcano apposta pure i bambini, che poi si abituano e crescono come i genitori. E gliel’ho detto a mio marito: “Non ti azzardare a dargli nulla.” E lui a quel punto fa: “E chi gli stava dando niente.” E io: “Ah, meno male” e lui: “Ma perché?” E niente, io gli dico: “Perché sono ricchissimi questi. Altro che fame ed elemosina. Se vogliono ci comprano a tutti e due queste qui.” “Pure la bambina?” “Pure la bambina, certo.” E insomma per fargliela breve, non me lo trovo subito dopo a chiedere alla bambina quanto gli offriva per essere comprato? Comprato, sì. Ma serio. “Quanto mi dai se divento tuo? Mi puoi comprare, ma quanto mi dai. Se vuoi faccio anche l’elemosina, ma prima mi devi dire quanto mi dai se divento tuo.” Che io all’inizio pensavo fosse un brutto scherzo. Che la prendesse in giro. Essì un po’ di cattivo gusto direi. Va bene che sono zingari ma insomma. Gliel’ho detto, sempre stato strano. Però quando la bambina aveva chiamato la madre e lei l’aveva mandato via in malo modo l’avevo visto proprio scocciato. Tanto che gli chiesi: “Ma che ti è preso?” E lui come se niente fosse: “Mah niente, pensavo di risolvere un problema.” E io poi non è che mi sono messa più di tanto a indagare, anche perché avevamo da fare la spesa ed è finita lì. Bello vero? Mah, non so. Può essere che fosse per quello, sì. E non lo so. Poi magari col tempo ha cambiato idea su come fare. Ed è finito a mettere l’annuncio, sì. Ma è pur sempre mio marito che ci posso fare. Ma no, nessun rancore, si figuri. Allora per il pagamento come dobbiamo fare? Ah mi richiamate voi, ok. Sì d’accordo. Perfetto. Gentilissimi….»

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Oscar e Nicole formavano una coppia come non se ne trovano più in giro: belli, affiatati, ricchi, spigliati, erotomane lui, sadica lei. Quando in un borioso pomeriggio Nicole incappò nella notizia dell’annuncio di Pino, si interessò subito all’affare.
«Amore, ma tu hai sentito di quel tizio che vende la moglie?»
«Ahahah, no, perché?»
«Guarda qua!»
«…»
«…»
«Ma dai, abitano pure qua vicino».
«Mi sta venendo un’idea».
«Non sarà mica quella che sta venendo a me?»
«Credo proprio di sì».
«Anche io credo proprio di sì».
«Vogliamo provarla a dire insieme?»
«Dai si: uno… dueee… tre!»
«Io lo sevizio!»
«Io la fotto».
«Ahahaha!»
«Ahahaha!»
«Ne ero sicura!»
«Ti amo».
«Ti amo».

=

Nei giorni successivi si sviluppò un’intricata rete di messaggi fra Nicole e Oscar e Pino e Felicia. Alla fine il compromesso fu questo: per una cifra pari alla metà di quella prevista per la vendita di Felicia, Oscar e Nicole ottennero di fare uno scambio di coppia, ovviamente tacendo le rispettive perversioni. Pino era contento di tale accordo, anche perché considerava di poterlo reiterare e dunque ottenere la cifra necessaria per una nuova casa e una nuova linea internet tutta per sé. E Felicia? Questa storia poteva anche intitolarsi “Felicia” in effetti, anche perché è su di lei che si concentra la nostra attenzione, come quella di Oscar ma più emotiva. Felicia acconsentì, più per rabbia nei confronti del suo Pino, che in effetti a quel punto aveva un po’ esagerato, che per convinzione. I due rispettivi incontri vennero organizzati con calma e fin nei minimi particolari. Mentre noi andiamo al sodo: Felicia andò a casa da Oscar, mentre Nicole andò a casa da Pino. Oscar e Felicia passarono delle ore di sesso sfrenato, sfondando le più alte sfere orgasmiche concesse dal sistema nervoso degli esseri umani. Mentre Pino dopo un breve ingaggio con Nicole dovette subire le sue sevizie, in particolare l’inserimento di un router portatile su per il retto. Purtroppo questo perforò l’intestino del povero Pino che morì dissanguato fra le braccia di un’appena tornata Felicia ancora intorpidita, mentre Nicole e Oscar erano già fuggiti verso un’isola caraibica, innamorati più che mai.

Piange, piange, piange Felicia col suo Pino fra le mani. Piange perché l’amava e nonostante il mattarello pulsante con cui ha avuto a che fare quella notte, lo amava ancora, a quel Pino che la voleva vendere per una connessione e morì di router. Infatti questa era una storia sull’immortalità dell’amore e sulla pericolosità delle linee internet.

 

Franco Sardo

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