MOSCHE

racconto-mosche-garrapa

Elisa Lipari, Mosche

Gionatan Fliston, Climarton Giudi, Operaio della Boemia Industrial Spray, Virginia Volet, Susanna S. Analista del centro interdipartimentale, Mistillo Federici, Manila Ternati, Gionson Gloria, Abele Crischa, Liviana Gioson, Gony Ain De Scai, Albrich Etreoire e sua madre la Sig.ra Balich, Jon Arden, Tori Nemese, Albrich Senikil, Gianluca Garrapa, Elisa Lipari. Mosche. Con amore e fede (RIP).

«La stanza era semideserta. Comodamente acciambellato sulle palpebre, il mattino gironzolava affascinando i rami sanguigni del piccolo maestoso acero piantato nell’aiuola laterale, sotto la finestra del suo studio, il cui misero sottochioma componeva nidi vuoti di ragno tra improbabili pietre, scarti dell’arredamento di un acquario, e loculi improvvisati di piccioni morti ricoperti di secche foglie rosse brontolanti agli spiragli di vento gelido come ferite aperte su un corpo diafano, l’ombra melanconica, eterno tramonto sul tappeto sdrucito di stracci di giornali e mozziconi piantati nella terra dura e nera, ciuffi di erba bruciati dal gelo, convolvoli di petunie ingrigite dal tempo consolati da lombrichi e piccoli onischi frettolosi lungo i cordoli muschiati dei mattoni di bordura in tufo annerito dell’aiuola rettangolare. Forme.

Osservavo, un certo sottile languore umano, la carcassa di un animale sventrato, gattino col musetto da cui sbucano dentini, lembo umanissimo di lingua piccolina e viola, un senso di struggimento e compassione per la morte atroce, metafora livida di ogni morte anonima, e in questa metafora si gongolava il mio molteplice occhio psicopatico immaginando una creaturina umana depositata lì, cui tutto sarebbe stato indifferente, un bimbetto, una carne sventrata intorno cui ronzare imbandendo un naturale e pedissequo banchetto. La giravolta di un capannello di mosconi fece irrompere un attimo abbastanza lungo a distrarmi dal flusso cannibalesco e tornai alla maschera sociale del mondo a ripulirmi la piccola roba che indossavo. Le ali.

La stanza sempre meno agibile, il futuro anteriore trascinava via dalla narrazione e diventavo scampolo di un realtà comune, presente che sarebbe stato, la cronaca sostituiva la tragedia universale che accomuna vivi e morti: fitti fasci di luce laser attraversano le orbite scapicollandosi su traiettorie, ordinatamente, minuto per minuto, in vampate di caos predeterminato: una grossa onda in divenire; la rabbia della luce fa retrocedere la polvere lungo un fitto scintillio submicroscopico dal pavimento alla finestra appena aperta a liberare la stanza dall’angosciante puzzo di putrefazione, per noi pur così allettante; altalenanti e inutili, i piccoli diametri di puro vuoto pulviscolare, armeggiano risalendo l’aria diagonale della luce. La stanza rumoreggia silenziosa da un non so dove, un enorme corpo: lo vedo avvicinarsi ma, ovvio, non conosco quale traiettoria prendere, ho paura di sbagliare quadratura magnetica, ancora, sempre, anche dopo morti si teme un rigurgito di vita sbagliata, ma ormai poco importa: quando sarà giorno, tranne piccole ombre e penombre quotidiane, il mio umore quantico inizierà a variare di nuovo, e sempre secondo i soliti parametri colloidali, al ritmo incessante che ci creò dal nulla perché nulla siamo…

Così poso il mio corpo attratto dall’odore sanguigno del ferro che promana il cadavere e ricordando che la frase in corsivo, un tempo, mi aveva attraversato, mentre immobile depositavo uova su una cassa dello stereo, ma non qui, da qualche altra parte… e invece la sentivo ora, qui, il flusso di suono di non so quale diavoleria meccanica, che attraversa le mie corde e le fa vibrare: così canto e faccio di me megafono di oscillazioni radio estreme esterne e senza fine. È l’odore che crea corpi, e non viceversa. L’immateriale genera la carne, la visione l’occhio, il suono produce corpi.

Intanto gli esseri umani ripuliscono e ci scacciano, coprono il cadavere gustoso di putrefazione, allontanati dal nostro territorio di bivacco e requie, dal sangue rappreso e corpulento dell’organismo che ci regalò cibo necrotico, io sono stata la prima a morire e in memoria degli altri miei morti ditteri, essendo fortuitamente le mie particelle entangled, aggrovigliate quantisticamente, a quelle delle mani che stanno scrivendo, e ancor più alla loro corteccia motoria, e agli stati quantici delle particelle dei ditteri ora defunti, lascio scrittura a futura memoria e morte di questo elenco di attimi estremi, inutile, di vite spezzate aggrovigliate alla mia nel fior della festa, nel bel mezzo del banchetto, nel progress dell’universo in espansione, nell’andirivieni delle risacche ondose e sonore che avvennero ovunque in tutti i mari e gli oceani nell’esatto momento in cui egli cadde morto come noi, verso lo stesso lido, seppure da diverse dimensioni. Io sono il medium, un tramite, ponte che collega le ultime meccaniche impressioni di vita dei defunti all’inconsapevole digitazione di chi sta scrivendo le loro misere esistenze spezzate credendole frutto originale della sua propria fantasia. Fantascientifico, irreale, incredibile, banale artificio retorico, costruzione narrativa, sospensione arabesca della credulità, vita, contrazione dell’amor proprio, espansione dei limiti della noia.

Un, dunque, ringraziamento sentito e ronzante all’essere umano che sta narrando, rimuginando, e correggendo, e con pervicacia inutile e non si sa per quale alto scopo, le parole che ticchetta sulla tastiera Microsoft wireless, incosciente, di me e di sé, ora. E a quanti brusiranno attorno al suo cadavere orale, poi. E un grazie a voi che state leggendo o leggerete, o forse no, sbadatamente o con puntiglio critico, umani oppure parenti miei e amici insetti, se già defunti o ancora in vita, se particelle oppure misterica materia oscura.
Amen. Che pace eterna sia con noi».

Con amore e fede, Gionatan Fliston. Morto schiacciato da mano umana. Riposo in pace.

«Ancora lo tengo in mente, come scolpita dentro un marmo, nonostante i dettagli modificanti del tempo tecnico su di esso, e ora sento la mia post-mente avallata dalla certezza e dagli incubi a credere di far parte di un grosso organismo più complesso e articolato che non sia il mio solo corpo.

La sento stropicciarsi di noia gli occhi a furia di vedere quante altre volte avrebbe potuto rivedere quello spettacolo ripetersi continuamente e sapere che sarebbe continuato così, all’infinito, vedere tanti e tante sparire nel nulla senza capire se avessero avuto il tempo morale di comprendere o se effettivamente fossero mai esistiti veramente fino a quel momento.

Macché! Ognuno ancora nella fase che li generò, ebbero l’impressione di sentirsi chiamare da una voce lontana, remota e profondamente elettrica, mi sembrò di vedere qualcosa avvicinarsi e una scossa vaporizzarmi al pavimento mentre»

Climarton Giudi. Morto fulminato, in volo, per mano di uno degli umani che rinvennero il cadavere dell’uomo assassinato. Riposa in pace.

«Sento che, in fondo, non ci sarebbe nulla di male a provare un cortocircuito coi neuroni dilatati di uno sterco al momento della sua espropriazione corporea da parte del caro signor poco-accade-che-sia-degno-di-nota-in-questo-posto; avvalorato dalla tesi di vedere un sopruso di potere e un abuso di finzione nei confronti della propria personalità, scopro che sempre più difficilmente potrò fare parte dell’organismo che mi espelle, proprio come un pezzo di merda fresca, ma in questo momento è»

Operaio della Boemia Industrial Spray, morto schiacciato dal guanto dell’assassino. Riposa in pace.

«Nelle periferie si respira un’aria tergiversante e di diamante, spesso mi vedeva attraversare la città da sola e non tentava mai di mettermi le mani addosso, di stropicciarmi, di farmi coagulare dentro la rinomanza dei gesti funesti: la mia vita non prese pieghe simili alla piaga che ho visto affollare più e più volte nei pomeriggi d’estate sui dolciumi avariati e già assaltati da truppe corazzate di formiche affamate; lui mi notò un giorno, attraversavo i fasci laser, ma quando mi voltai a fargli un cenno d’intesa, mi sentii penetrare da un brivido cervicale che mi strattonò via stordita contro un muro, e senza quasi accorgermene mi ritrovai totalmente raggrumata nel mio stesso sangue. Una poltiglia nerastra e scricchiolante. Mentre morivo vidi un»

Virginia Volet. Scrittrice della stanza del laser, morta per trauma cranico sotto la scarpa di uno degli agenti della polizia. Riposa in pace.

«A volte, le coincidenze si rivelano tanto fortuite che verrebbe voglia di stramazzare una sola volta e davanti alla santa presenza del nemico, sbattersi contro la strada addosso ai fari della luna, ancheggiare sotto spade di ferro rovente, rovinare dentro il preconscio e reinserire la password per entrare dentro scaffali saltati in aria e semi-carbonizzati. La voglia di disciplina mi fece avvertire che sarebbe stato opportuno chiarire questo m»

Susanna S. Analista del centro interdipartimentale, morta soffocata dallo spray insetticida. Riposa in pace.

«Spesso amavo, tornando a casa dal lavoro, soffermarmi dentro i tramonti opposti del suo viso e del cielo, e intorno si dipingeva una farsa economica di storie umane e campagnole, di detti e proverbi paesani, che attraversavano la pelle dentro la sua dilatazione massima. Il sole, spesso, arrivava a gonfiarsi come un aneurisma, il cielo diventava livido e allora la pioggia insanguinava l’aria e io stavo a torturarmi dentro un’ovatta disorientante e spessa, cercando di divincolare dentro le bolle d’aria un’immagine che mi richiamasse alla memoria la vita d’un tempo.

Trascorsi natali negli aborti delle periferie screziate dove individualismo sporadico e mito da gregge atavico regnavano abbellendo e dando nome ai personaggi ambientali delle campagne colorate ad arte. Avvicinai troppo la luce e morii fulminato da una scarica di veleno proprio quando»

Mistillo Federici. Visionario del Sud est bulgaro, morto avvelenato. Riposa in pace.

«Venne il tempo in cui s’avvertì tutt’intorno un’afa lunare sfiancare le torride notti estive, quando il tempo determina predomini sfalsati e certi ululati rompono il lago della quiete stellare in cerchi che si allargano a partire dal centro d’ogni lampione secco alle periferie dei sensi soggiogate dall’ombra di felicità prive di senso, umane e lunghe. Venne un momento che vidi il»

Manila Ternati. Hostess con l’hobby di poetessa. Unica morta suicida che non banchettava con noi. Riposa in pace.

«Certe volte sentivo il bisogno imperante di vivere e sentirmi straniero e privo di riferimenti, farmi da parte e sentirmi gridare addosso le faglie trasecolate dei muri squarciati dai silenzi di passanti abituali all’indifferenza. Vidi anch’io l’avvicendarsi di corpi e rivoli di sangue nerastro seguire agli urti di centinaia di comparse, dove? Come? Quasi mai ebbi la certezza che quanto andavo osservando si stesse realmente svolgendo con me ancora vivo a testimoniare quel fatto che tutti temevano potesse accadere da un  momento all’altro, e che la razionalità tendeva a far dimenticare trasformandolo in un rassicurante proverbio: “quando Egli ci sarà la fine tua è vicina”. Una volta lo vidi vicinissimo a me e il resto fu solo uno scricchiolio ovattato e insignificante di membra squarciate».

Gionson Gloria. Travestito di Londra. Morto schiacciato in circostanze misteriose dato che il corpo venne trovato nella stanza attigua a quella della vittima, stanza che nessuno abitava da tempo. Riposa in pace.

«Non era da molto che arrivai nella stanza e già avvertivo odore di fatti truci che si ripetevano con cantilenante crudeltà ora per ora, giorno per giorno, anno per anno. Sarei volato fuori a prendere un po’ d’aria evitando di dare molto all’occhio. All’una di notte smisi di pensare. Ma nel cuore del silenzio uno schiaffo al magnesio rese luogo comune la mia morte. Ricordo che un momento prima di elaborare il mio intuito, causa guasto a un misero microchip che avrei dovuto cambiare da qualche tempo, vidi esplodere alcune chiazze di sangue sulla mia traiettoria come corpi volanti colpiti a morte dalla squadriglia nemica. Ma tutto mi sarebbe apparso normale nel giro di pochi gesti schiaccianti. Del caso misterioso non ne seppi mai nulla».

Abele Crischa. Cyborg cabarettista della Milano ai tempi di Bene. Riposa in pace.

«L’accaduto mi colpì tantissimo: al momento dello sparo, gironzolavo per casa in cerca del mio solito sciroppo. Pantofolavo in aria attraverso le fessure della stanza, quando vidi nella penombra un taglio deciso e calcolato: non ricordo nient’altro, solo uno schiaffo al magnesio, che tutte le mie volatili compagne hanno avuto modo di assaporare e ricordare per il resto della loro breve vita e il volto dell’assassino che fuggiva e riconobbi essere il»

Liviana Gioson. Impiegata delle poste, con l’hobby delle piante.

«Aspetta, divorai l’ultima briciola e caddi stordito in vampate di suoni gutturali che uscivano meccanicamente dalla bocca strappati da gelide correnti d’aria ascensionale, roteavo contro un punto preciso del corpo e, sapendo delle altre vittime, già intuivo il dopo mentre, schiacciato da un oggetto che fendeva l’aria, caddi appiccicato alla ferita letale. Passarono tre mesi: nella vita post-mentale, che in genere dura 1234 attimi, fu un saluto di popolo già asservito che mi riportò al post-reale. Aspetta, fu di nuovo la voce di prima, che mi rullò vibrando sulle antenne mentre soffocavo nel grumo che mi usciva dalla bocca bavosa, fu quella voce umana l’unica cosa che poteva farmi mutare le opinioni e i pregiudizi alacremente nutriti nei confronti del mio corpo, e farmi immaginare che solo con l’esperienza ha termine la realtà dei fatti, il corpo ci invischia di più e ci rende metafisici. L’odierno è il senso che manca e che provo passando nel nulla. Il motivo, vociferavano le bocche umano, era l’eredità che non si decideva a spartire tra il figlio e la moglie. L’amante della moglie lasciò la stanza simulando una rapina».

Gony Ain De Scai. Poeta, visionario, telepatico, poliglotta, sordocieco e muto dell’Alta Boemia. Morì durante il litigio di due coniugi a Boston. Riposa in pace. (In effetti egli non attraversò e non conobbe mai la stanza in cui accadde il fatto, si ritiene tuttora che le premonizioni e i casi di telepatia verificatisi durante l’assedio degli umani impazziti, aumentarono nel momento della sua morte. Non si capisce bene, dunque, se sia stato colla mente nella stanza e il corpo da qualche altra parte; i più preferiscono pensare il contrario: egli si trovava col corpo nella stanza al momento dell’accaduto e con la mente altrove, ciò spiegherebbe anche le molte insinuazioni che il nostro testimone fa riguardo, seppur inconsciamente, ad un fatto misterioso ed eccessivo che egli sublima in incisi verbali ipotizzanti la presenza d’un altro testimone imputabile.)

«Nel bordo prenatale del delirio nacqui. Addossato al paralume del ventre, la mia mano scaraventata di fuori a trascinarmi via, e mentre la testolina sgattaiolava tra le tempie rade, mia madre moriva divorata da un grosso punto nero a sei zampe e dalle voraci mandibole.
Un commensale… che volete! Ma il corpo era grosso e sanguinava, lo capii quando dalla finestra lungo il termosifone caldo scese un»

Albrich Etreoire. Francia meridionale, distillatore di miasmi industriali nella ditta cancerogena della madre, Sig.ra Balich. Poeta e cantante della schizo-wave, in voga negli attimi 30. Riposa in pace.

«Le tante dinastie che cercarono di me l’apparente nostalgia delle origini, in realtà desideravano quella che avrebbero voluto sperare quando tutto gli veniva sottratto in parcelle di affetto familiare. La famiglia: nucleo acerbo di economie lusingate dal senso comune.
La mia logica sensuale del rimprovero e del rimbrotto, (la coscienza), attraversa la stanza senza disarmare la nostra verosimiglianza mondana di esseri. Fatto sta che pensando di sfuggirle, lei si aggrappava vorace alle mie spalle, sanguinante offuscavo e indietreggiavo alla vista mia dentro la pozza di sanguisughe.
Le sanguisughe sono già la derealizzazione affettiva della propria personale imperiosa discettazione intorno al nulla. Lo so che forse…
Cosa? No… Aspetta».

Jon Arden, metafisico del Nord Est Russo, privato degli organi della vista e del tatto, all’ età di 27 anni ha un’illuminazione. Muore asfissiato da gas mefitico. Riposa in pace.

«Attraverso, nel senso contrario al mio moto, un flutto di colori entro una cornice di raccontino giallo metafisico. Certo, il mio pubblico non avrà modo di internare quello che si esterna in privato; (sospira rivolgendosi al vuoto) proverò per eventuale delega del signore (fa un cenno come gli pare a me che ne narro tramite la scrittura di quell’altro) una forzatura in seno (e ferma lo sguardo su un vistoso paio di seni di donna… nessuno lo comprende tranne la donna che si alza in piedi di scatto e, imbracciato un mitra dalla borsetta, fa fuoco sugli spettatori, uccidendone più della metà) alla strage di questi innocenti».

Tori Nemese, suicida. Attore e attrice del Settore Magnetico Occidentale. Muore schiantato da un vuoto di aria subito prima della caduta del corpo. Riposa in pace.

«La vita… la vita? C’è qualcuno che mi sappia spiegare cosa sia il mistero del mistero del mistero? Quando passavo da queste parti e, c’era ancora l’odalisca della nuvola che filtrava il raggio della luna elettrica, restavo a guardare l’indaffarato via vai delle mosche giganti fino a vederne il corpo indolenzito e schiacciato contro qualche muro… decrepito… avrei fatto a meno anche di seguirne le traiettorie bieche… se non fossi stata veramente intenzionata a carpirne la quarta essenza del circuito alveolare. Fui l’unico a restare intrappolato nel corpo del cadavere. Ho visto tutto, è tutto impresso sulla pellicola della mia memoria visiva, l’assassino non era da solo. L’uomo e la donna erano entrati nella stanza, poi uno sparo e caddi insieme al corpo che cadde morto, rimasi schiacciato, la voce femminile disse: adesso mio»

Albrich Senikil, distillatore d’erbe della zona navale armoricana. Morto nella camera ardente assieme al corpo. Lo ricorderemo per la sfiga intellettuale che non lo abbandonò nemmeno dopo la morte. Riposa in pace.

(07.10.2002- 18.9.2016)

Gianluca Garrapa

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...