ROCK CRIMINAL #16: FRANK ROSOLINO

frankrosolinoracconto

Elisa Lipari, Frank Rosolino

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Era il più dotato trombonista in circolazione, lo chiamavano il Joker, il pagliaccio del jazz: quella di Frank Rosolino “è la solita storia del clown triste che si mette il naso finto e i pantaloni larghi, si disegna una risata enorme sul viso imbiancato, si butta per terra e fa ridere il pubblico fino alle lacrime per nascondere il proprio pianto.”
L’illustrazione su misura è di
Elisa Lipari.

Dal piccolo foro sulla tempia si accede alla centrale del buio. Lì non c’è più niente, se non immagini da incubo. Ogni volta che Jason si tocca la cicatrice, un lampo illumina l’oscurità e l’orrore si mostra. C’è un uomo con una pistola in mano. L’uomo spara: uno, due colpi. Dopo un lungo silenzio arriva il terzo. Finisce lì. La luce si spegne e ritorna il buio. A volte nel buio c’è il soffio di macchine da rianimazione. Le diagnosi dei medici. L’ansia dei parenti e degli amici. E il racconto di quella notte: l’unico ricordo di quella notte è nel racconto. Ma il più delle volte, ormai, ci sono i normali rumori della vita di tutti i giorni. Solo rumori, voci, anche un po’ di musica. Nient’altro. Jason è di nuovo cieco.

Neanche Leslie Ann vide più nulla quando lasciò entrare il monossido di carbonio nell’abitacolo della sua automobile. Chiuse i finestrini, gli occhi, respirò profondamente e aspettò che il buio la inghiottisse. Mai più nessun pensiero su quell’uomo bugiardo e traditore che le aveva ricordato l’udienza per il divorzio prevista per la settimana seguente. «Non ti dimenticare», le disse. Non la guardò in faccia. Un sorriso quasi di scherno a capo basso prima di uscire. Magari solamente d’incoscienza. In tribunale, con i rispettivi legali, lui si sarebbe sbarazzato per sempre di lei, libero di andarsene con una bionda di venticinque anni meno di lui con la quale aveva una relazione da un anno. Senza rimorsi.

Così, con la stessa facilità con cui suonava il suo strumento. Con lo stesso modo di fare leggero, per molti buffonesco. Lo chiamavano il Joker. Frank Rosolino, il pagliaccio del jazz. Il più dotato trombonista in circolazione che intratteneva i colleghi con le sue scenette comiche – e quei musicisti si chiamavano Chet Baker, Howard Rumsey, Benny Carter, Buddy Collette, Bob Cooper, Stan Kenton, Dizzy Gillespie, Shelly Manne, Gerry Mulligan, Shorty Rogers: il suo strabiliante trombone e i suoi scatti di buon umore insostituibili per i grandi del jazz. Un vero spasso quel virtuoso dalle origini italiane coi folti baffi e lo sguardo vispo. Tutti ridevano. Aveva avuto anche uno spazio fisso allo Steve Allen Show: suonava, cantava e metteva in scena gag irresistibili. Per ben due anni di seguito, dal 1962 al 1964. Il siparietto di Frank Rosolino era il più atteso dai telespettatori americani.
Ma non scherzava quando disse alla sua terza moglie (per qualcuno era solo la seconda, Frank amava esagerare) che la loro unione, dopo sei anni, era finita. «Ho dato mandato al mio avvocato di preparare le carte», disse.
Non scherzava quando sparò ai suoi figli nel sonno. Dalla pistola non uscì la bandierina con scritto “Bang!”

Anche quel giorno di febbraio del 1972 Jason dormiva. Aveva un anno. Suo fratello Justin tre. C’era anche una terza bambina, Parris, nove anni, avuta da un precedente matrimonio dalla donna che ora si stava lasciando morire nel garage di casa. Non c’era più bisogno di un giudice né di periti del tribunale e assistenti sociali per l’affido dei bambini. Un ultimo respiro e la sentenza. L’aria di Los Angeles non era poi diversa da quella della notte del 26 novembre di sei anni dopo. A Los Angeles, il cambio di stagione è solo nei cuori dei suoi abitanti. Gas di scarico e polvere da sparo a interrompere il ciclo.
Jason, quell’odore, l’odore del fumo di un proiettile che ti trapassa il cranio, non lo ricorda, eppure a volte gli sembra di sentirlo. È l’odore del buio che si mischia all’aroma del profumo di Diane Armesto. Lei l’odore di pistola che ha appena sparato non se lo toglierà mai dalle narici, dalla pelle, dai capelli. A volte è nelle sue canzoni.

Quando, verso le tre del mattino, entrò in casa, l’odore la travolse. Lo aveva sentito parlare da solo, frasi sconclusionate, che non capì. Frank Rosolino «sembrava impazzito». Poi un botto fortissimo che spalancò la notte più terribile. Tentò di aprire in fretta la porta. Le mani le tremano. Non ci riesce. Ecco, adesso sì. Ha paura. Il suo uomo, l’uomo che aveva rovinato la propria famiglia e portato al suicidio la moglie per lei, per la giovane figlia del compositore John Armesto e del soprano Isabelle Rinker, era riverso tra il tavolo e il divano del soggiorno con l’arma al suo fianco e un buco in testa. E quell’odore pungente. Pare sia ovunque. La luce accesa. Tutte le luci erano accese.

«Era strano: perché tutte le luci sono accese alle tre del mattino?» si era chiesta seduta in macchina fuori dall’abitazione di Van Nuys che divideva con Frank e i suoi due figli. Era appena tornata da una serata al Donte’s, dove era stata a sentire suonare Bill Watrous, e dove si era recata per cercare un ingaggio per il suo compagno – il jazz club al 4269 di Lankershim Boulevard di North Hollywood è il luogo ideale per fare incontri, e lei era la manager di Frank Rosolino. Si era intrattenuta a parlare con l’amica che l’aveva accompagnata e, all’improvviso, si accesero le luci. Qualcosa non andava.
Frank avrebbe dovuto recarsi il giorno successivo in visita da uno psichiatra.
«Va bene, va bene, ci andrò. Te lo prometto».
Dalla morte di sua moglie soffriva di depressione, non voleva prendere farmaci. Mandava giù soltanto i rimorsi, era un continuo ingoiarli, e si ostinava a non volersi curare in nessun modo, affogando il male in un mare di battute di spirito. Il mare è in tempesta. È la solita storia del clown triste che si mette il naso finto e i pantaloni larghi, si disegna una risata enorme sul viso imbiancato, si butta per terra e fa ridere il pubblico fino alle lacrime per nascondere il proprio pianto. Il clown agile che sul rullo di tamburi fa le acrobazie più incredibili e poi rotola sul tappeto del circo.

«Mi ucciderò. E porterò con me i miei bambini. Non posso lasciarli qui», disse pochi giorni prima al ritorno da un week end di concerti al Broadmoor Hotel di Colorado Springs. Il dialogo con i tromboni di Carl Fontana e Bill Watrous aveva fatto impazzire i presenti. Era il più bravo in certe cose: i duetti con Raul de Souza erano già nella storia. La versione dei due di “Corcovado” di Antonio Carlos Jobim era una vertigine di bellezza. Fu un fine settimana pieno di felicità e successo. Ma ora era calata una sinistra malinconia che appariva a tutti immotivata. Non a lei: «Non dire così, ti prego Frank», gli disse Diane. Poi ci fu silenzio.
A una festa che si svolse la sera a Denver, Frank cancellò ogni angoscia nelle sue battute: il mago divertente che fa sparire la tristezza. Un gioco di prestigio rodatissimo che non conosceva errori. Il viaggio di rientro a Los Angeles fu uno spettacolo di varietà: l’hostess della TWA che si occupava di Frank, Diane e dei loro amici, la cantante Sarah Vaughan, il contrabbassista Red Callender e il giornalista, paroliere e cantante Gene Lees con la moglie, non la smetteva di ridere alle sue trovate brillanti che insinuavano un’inoffensiva corte. Anche Diane rise. Frank era fatto così. Che ci volete fare. Gli piaceva fare il comico seduttore. La sua risata si spense quando Frank si addormentò sul sedile dell’aereo. C’era tutta la stanchezza della vita sul suo volto invecchiato. Tornò la preoccupazione per un uomo malato. Molto malato. Lei era l’unica che lo sapesse. Un peso enorme per la sue esile età. «Malgrado sembrassi io la più matura dei due. Forse lo ero», rifletté.

«Il tuo stupido orgoglio siciliano! Perché non hai voluto farti curare? Perché?», gli urlò come se fosse ancora in vita. Lo rimproverò con tutta la rabbia che aveva in corpo, con amore smisurato.
«Dammi la pistola, Frank», gli aveva detto. Gentilmente. Con apprensione.
«Me l’ha lasciata mio padre», le aveva risposto lui, calmo.
«È meglio che la tenga io».
«No. Domani la mandiamo a mio fratello, va bene? Stai tranquilla, Diane».
«Va bene, Frank. Va bene. Domani, d’accordo».
Ma domani è il giorno del delitto.

Diane esce dalla casa urlando alla sua amica che la raggiunge correndo. Tutte le luci accese. C’è silenzio. Immobilità. Dalle stanze illuminate non è uscito nessuno. Non ci vuole molto a capire che Frank Rosolino ha messo in atto il suo assurdo proposito. Rientra in casa. L’amica le tiene la mano. Vanno nella camera dei bambini. La luce è accecante. Freddissima. Irreale. Justin è morto sul colpo. Jason è ferito gravemente. Resterà in coma per lungo tempo. Al risveglio sarà cieco per sempre. Il proiettile gli ha distrutto il nervo ottico. Gli ha annientato in un attimo l’infanzia.

Anche la giovinezza di Diane Armesto era andata via quella notte con le luci accese, le sirene della polizia. Qualche agente pianse alla vista dei due bambini, «potevi farlo su di te, ma i bambini che c’entravano?», le ambulanze, i furgoni dell’ufficio del coroner, l’odore di polvere da sparo e il più talentuoso trombonista dell’epoca sul pavimento in una posizione scomposta, buffa, grottesca, tragica, il pagliaccio che non si rialza più dalla sua rovinosa caduta. Sgomento tra il pubblico rimasto ammutolito a bocca aperta e nessun applauso. Il tamburino è immobile con le bacchette sollevate. Stavolta non c’è niente da ridere.

Con sé, nella sua folle disgrazia, Frank Rosolino portò, oltre ai suoi bambini, anche la figlia dell’ultima moglie (adottata dai nonni materni, Clark e Darline Tilton): era la figlia legittima dell’ex marito di Leslie Ann Bashore, Ed Loring, eppure anni dopo sosterrà di essere figlia biologica di Rosolino e di avere diritto a parte dell’eredità lasciata dal musicista a Diane Armesto e a Jason.
Parris affermerà inoltre che Frank Rosolino non si era suicidato, ma fosse stato ucciso: sì, fu un omicidio perpetrato da Diane Armesto, che poi avrebbe sparato anche ai due bambini. «Il motivo lo capirebbe chiunque. Mi meraviglio di voi, detective. Anche di lei, signor giudice».
L’analisi del DNA e la Corte di Washington, a cui si era rivolta Diane Armesto denunciando Parris per diffamazione e falso, condannerà Parris Andrea Loring Tilton a dare un taglio alle sue fandonie e a risarcire la querelante per danni morali.

Diane lascerà il mondo del jazz per tanti anni. Quando vi tornerà, come cantante con un proprio quartetto, sempre bella, sempre biondissima, solo lo sguardo e il sorriso un po’ spenti, la sua voce porterà con sé ogni stato d’animo di quei giorni con Frank Rosolino: la gioia – oh perché ci sono stati anche momenti di gioia incontenibile, non ne aveva dimenticato nemmeno uno – e l’insopprimibile malinconia. Toccherà a lei rivelare, senza nessuna vergogna, quanta mortale tristezza può esserci in un amore.

Sergio Gilles Lacavalla

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